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Orfeo44

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  1. Todaro Editore

    Buongiorno a tutti, non so se qualcuno ha letto questa dichiarazione: http://www.todaroeditore.com/news/lunga-vita-alla-todaro-editore/ ma ora, tante risposte negative le possiamo vedere con un'ottica diversa.
  2. @Giuf @Sefora concordo con voi. @Nativi Più o meno sono d'accordo. Il "meglio evitare", come dici, è una questione di sensibilità e correttezza, non prevista dalla legge, però. Tutto il post è basato sulla legge in materia, non su cosa sia giusto, cosa sia meglio e cosa non lo è, perché altrimenti alla fine sarebbero soltanto opinioni personali. @Tina34 Il 4 maggio scrivi: "Io non ho detto che le email sono sempre (o contengono sempre) DATI PERSONALI, bensì che sono SEMPRE PERSONALI". Ti sei contraddetta, perché nella tua del 3 maggio u.s. hai proprio detto che: "I contenuti delle email sono sempre dati personali […] Hai detto così. Rileggi bene ciò che hai scritto. Più in basso scrivi: "Inoltre, vorrei farti osservare che nella malaugurata ipotesi che nell'email della casa editrice ci fosse stato un "avviso di riservatezza" in chiusura, questo non ti consentirebbe nemmeno di puntare sulla buona fede. Ma non è necessario che ci sia il disclaimer per determinare se diffondendo il contenuto dell'email si sia commesso reato oppure no: diciamo che, se c'è, è un'aggravante del reato commesso." Malaugurata? Buona fede? Reato? Aggravante? Puoi dirmi, per cortesia, a quale articolo di legge ti riferisci? Considera che questi "casi" sono stati ormai tutti depenalizzati, quindi, NON sono più reati. Premesso questo, l'unica nota di riservatezza che conosco è quella che tanti ignoranti piazzano in fondo alle email e che non ha riscontro in alcun articolo di legge e che quindi è del tutto inutile. Ecco cosa trovo tantissime volte nelle email a me indirizzate: "Nota di riservatezza: Il presente messaggio, corredato dei relativi allegati contiene informazioni da considerarsi strettamente riservate, ed è destinato esclusivamente al destinatario sopra indicato, il quale è l’unico autorizzato ad usarlo, copiarlo e, sotto la propria responsabilità, diffonderlo". Questa pappardella non ha alcun valore giuridico. Intanto si dice che solo il destinatario è autorizzato a diffonderlo. Ma va? E poi, non trovate che ci sia una minaccia velata? Luca Sartoni, a tal proposito scrive: "Questa è una delle più grandi idiozie mai scritte dall’uomo e come tale, ovviamente, è stata inserita in tutti i template di email aziendali. Oltre allo spreco di bit inutili è veramente ridicolo quanto coloro a cui faccio notare la totale idiozia di questo messaggio provino a difendere tale disclaimer: “ce l’hanno tutti”, “è obbligatorio”, “è importante". Sono solo stupidaggini. Se io invio una email a qualcuno che non è il corretto destinatario sono IO a commettere un errore, non lui a leggerla. Se attraverso tale email invio dati riservati, la mia azienda può citarmi in giudizio, se diffondo dati personali, sono io a violare la legge, non lo sfortunato ricevente. Non riesco a capire perché più una cosa è stupida e più si diffonde." Parole sante! In conclusione, leviamo pure dalle email che inviamo quei disclaimer dal fondo perché lasciano il tempo che trovano. Non servono a nulla. Non sono obbligatori, non sono importanti e non è vero che ce l'hanno tutti, a parte qualche stupido che si ostina a scriverli. Nella tua del 5 maggio, Tina34, scrivi: "non capisco perché siate così fissati: sembra che il vostro scopo nella vita non sia altro che quello di pubblicare la corrispondenza altrui". Non credo proprio che troverai una sola persona all'interno di questo forum con lo scopo nella vita di pubblicare email altrui. Questo lo stai dicendo tu. Nessuno lo ha mai dichiarato. E nessuno è fissato. Ti riferisci forse a qualcuno in particolare? Il problema è sorto tempo fa, proprio qui sul forum, perché ci furono "battibecchi" tra autori e case editrici (hai letto bene il mio post iniziale?): qualcuno si era permesso di trascrivere una loro email e queste CE avevano, in modo più o meno ambiguo, minacciato querele. Basta andare a cercarli per trovare i post ai quali mi riferivo. Infine, scrivi che la "diffusione non autorizzata di corrispondenza rappresenta un reato". Prima di emettere dichiarazioni di questo genere dovresti fare riferimento alle leggi. Quindi, le domande sono: dove sta scritto? A quale legge ti riferisci? Senz'altro ti sei dimenticata qualche pezzo, perché la frase, così com'è, dice tutto ma non dice niente, ti pare? Ha poco senso. E reato non può esserlo perché è stato depenalizzato. L'ho già ripetuto mille volte. Con le leggi non si può generalizzare. La questione è stata dibattuta ampiamente altrove e la conclusione è, volenti o nolenti, che se qualcuno mi scrive una email, io, destinatario, la posso pubblicare o inoltrare a chi voglio, in tutta libertà, sempreché NON riveli dati sensibili e privati del mittente. E questo me lo consente la legge, perché di fatto non me lo vieta. Dico questo in tutta sicurezza perché anni fa fui soggetto di due notifiche giudiziarie: alcune querele sulla questione dibattuta. Finii davanti al giudice di pace. In tutte e due le occasioni (ripeto: in tutte e due), ho sempre vinto le cause (bisogna intentare poi una causa civile) con indennizzo da parte del querelante (lo avevo contro-querelato in base all'art. 612), ovviamente non avevo rivelato dati sensibili né personali e non avevo diffamato nessuno, tanto meno compiuto illeciti. Avevo solo riferito alcune frasi. Un risarcimento l'ho già avuto, sono in attesa del secondo. Il giudice stabilì, tra l'altro, che non c'erano neppure gli estremi per una denuncia, perché NON suffragati da alcuna legge e se la prese pure con l'avvocato di parte. Non possiamo inventarci norme inesistenti e interpretarle a modo nostro. Né si può affermare e sparare concetti che non hanno alcun riscontro giuridico. Ciao Tina34, ti ringrazio per i tuoi interventi che mi hanno dato la possibilità di spiegare ulteriormente. Con ciò, da parte mia chiudo la discussione, perché credo che a questo punto sia stato detto e spiegato tutto. Rischiamo di ripeterci all'infinito. Possiamo stare qui a disquisire per l'eternità, ma ho voluto far presente gli articoli di legge che trattano l'argomento (si veda anche il Garante per la privacy). Non sono opinioni mie personali. Chi non vuol capire è liberissimo di farlo, ma i fatti sono questi, può sembrare inaccettabile o meno, non può piacere, può sembrare mancanza di stile, può urtare certe convinzioni, può sembrare inopportuno, può sembrare mancanza di buon senso, può fare arrabbiare, ma la legge è quella (art. 616 e 618 c.p.). E se voglio pubblicare stralci di email a me inviate lo faccio tranquillamente, salvo i disposti di legge. Alla fine, non sono mica segreti di stato.
  3. @Tina34 Non si tratta di avere o meno buon senso, che è un'interpretazione soggettiva. Quello che ha senso per te non potrebbe esserlo per me, ti pare? Scambiarsi messaggi su di un forum non lo troverei tanto inusuale e sorprendente, se il forum lo consentisse in uno spazio apposito. Ce ne sono a centinaia in giro dove chiunque può dire quel che vuole, entro certi limiti di decenza. Perché mai i contenuti delle email dovrebbero essere sempre dati personali? Se io scrivo all'amico Pippo che domani vado in vacanza a Roccacannuccia e Pippo lo pubblica su un forum, ha forse comunicato dati miei personali? Mi ha forse diffamato? Mi ha insultato? Non credo proprio. Certamente non potrebbe riferire che vado a Sesto San Giovanni per spassarmela con l'amante. Perché questo è un particolare privato della mia vita. Non so da quale articolo di legge tu abbia estrapolato la frase "I contenuti delle email sono sempre dati personali, tranne quelle pubblicitarie, quindi non è possibile renderli pubblici senza il consenso della controparte." Sarebbe opportuno rileggere cosa si intende per "dati personali" e qui è spiegato bene: http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/diritti/cosa-intendiamo-per-dati-personali Da parte mia, la conferma della correttezza di quanto ho scritto mi è venuta anche da giudice di pace, che tra l'altro è un amico di vecchia data. Lo scambio di email non può essere considerato un contratto, che è firmato da ambedue le parti. Solo in questo caso ci sarebbe una controparte, come intendi tu. Il proprietario finale di una email spedita giuridicamente è soltanto il destinatario. E ne fa quello che vuole, può pubblicarla tutta o in parte, salvo i casi previsti che ho descritto nell'articolo: diffamazione e illecito civile. @Provence: Grazie.
  4. Si legge spesso che titolari di CE, agenzie, ecc., minacciano di denunciare/querelare Tizio perché ha pubblicato una email a loro avviso riservata. Ho spulciato qua e là per trovare qualcosa di "illuminante". Vediamo di fare quindi un po' di chiarezza a proposito. Il problema sussiste quando si violano dati personali: https://it.wikipedia.org/wiki/Dati_personali e sensibili: https://it.wikipedia.org/wiki/Dati_sensibili L'art. 616 del C.P. prevede come reato la divulgazione del contenuto della corrispondenza diretta ad altri (quindi, per esempio, nel caso in cui io, Sempronio, pubblicassi il contenuto di una email scambiata tra Tizio e Caio e non con me). Dalla divulgazione di una email si potrebbe ipotizzare: 1) il reato di diffamazione, se falsifico il pensiero di Caio oppure rivelo un particolare privato e infamante della sua vita che lui mi ha comunicato via email (per esempio, se mi confessa che ama vestirsi da donna o che sua moglie se la fa con l'amico della porta accanto e io lo rivelassi su Internet); questo reato è stato comunque depenalizzato e ora è equiparato a illecito civile. 2) un illecito civile (non penale) se, diffondendo il contenuto di una email che mi giunge come riservata, dovessi danneggiare gli interessi del mittente (per esempio: ricevo via email il bilancio privato di una società e lo rivelo a tutti). Come qualsiasi altro scambio di informazioni di tipo postale o telefonico, la tutela della segretezza è limitata al trasferimento fra il mittente e il destinatario, ma quest'ultimo è libero di utilizzare il messaggio come crede, assumendosene naturalmente tutte le responsabilità di fronte al mittente e alla legge. Poiché vengono tirati in ballo vari articoli di legge, vediamoli insieme. L'art. 618 del C.P. precisa che: Chiunque, fuori dei casi previsti dall'articolo 616, essendo venuto abusivamente a cognizione del contenuto di una corrispondenza a lui non diretta […] Da notare la frase “... abusivamente... a lui non diretta”. Anche il “Garante per la protezione dei dati personali” non aiuta di certo, perché tratta solitamente reclami, email commerciali, marketing, spam, segnalazioni e quesiti pervenuti riguardo ai trattamenti di dati personali effettuati da datori di lavoro riguardo all'uso, da parte di lavoratori, di strumenti informatici e telematici. Come si può constatare, le leggi in materia (675/96, 318/99, 196 del 30.06.2003) si riferiscono sempre e unicamente al “trattamento dei dati personali” e dei “dati sensibili”. Tenendo conto che il “diritto” non è una materia incontrovertibile, pubblicare il contenuto di una email (NON dati personali o sensibili) non costituisce reato né a livello di codice penale né a livello di 633, a meno che la pubblicazione non integri un altro reato, tipo la diffamazione, come spiegato più sopra al punto 1. Possiamo configurare, allora, un illecito civile? (punto 2 in alto). Si deve tener conto che l'art. 93 della legge 633 richiede il contenuto confidenziale della corrispondenza e in ogni caso andrebbe dimostrato il danno subito dal mittente. Il diritto spesso e volentieri deve mantenere una necessaria generalità e astrattezza, riportata poi al caso concreto, non dall'arbitrarietà ma dalla discrezionalità degli operatori giuridici (prevalentemente i giudici). Veniamo all'oggetto in questione. Quando viene criticato il metodo in uso da parte di CE o Agenzie, si propende per la non confidenzialità perché: 1) Non vi sono dati personali asserviti alla disciplina della privacy; 2) Le opinioni espresse non riguardano terzi che potrebbero essere da questi danneggiati; 3) Le modalità di utilizzo rivelate appartengono a imprese commerciali il cui scopo è già di dominio pubblico ed esse stesse rivelano molti dati sensibili e personali (chi siamo, cosa facciamo, eccetera). Se pubblicassi sul forum che l'editore XXX o l'agenzia YYY si è impegnata per email a fare una cosa che poi non ha fatto (rapporto commerciale o prestazione professionale), si può scrivere questo, stando certi che non saremo mai condannati per diffamazione o per aver rivelato dati sensibili o personali (inesistenti), perché se l'editore ci querelasse, in tribunale porteremmo le email come prova di quello che abbiamo scritto e che è intercorso tra di noi. Attenzione: l'importante (per non incorrere nella diffamazione) è seguire tre condizioni fondamentali: 1) scrivere la verità; 2) scriverla senza insultare; 3) che questa verità sia socialmente utile. Se seguiamo queste tre semplici regole possiamo scrivere tutto quello che vogliamo. Quindi, possiamo pubblicare tranquillamente che... l'editore con email datata XYZ (email in mio possesso) si era impegnato a fare tot, impegno che però non ha onorato. Scrivendo questo siamo certamente sicuri di non incorrere nella violazione della privacy della corrispondenza e pure di non essere condannati per diffamazione. Perché è la sacrosanta verità. A beneficio delle spiegazioni fin qui esposte, leggiamo infine il messaggio che molte ditte o professionisti evidenziano in basso alle email sotto la voce “disclaimer”: “Le informazioni, i dati e le notizie contenute nella presente comunicazione e i relativi allegati sono di natura privata e come tali possono essere riservate e sono, comunque, destinate esclusivamente ai destinatari indicati in epigrafe. La diffusione, distribuzione e/o la copiatura del documento trasmesso da parte di qualsiasi soggetto diverso dal destinatario è proibita, sia ai sensi dell'art. 616 c.p., sia ai sensi del D.Lgs. n. 196/2003. Se avete ricevuto questo messaggio per errore, vi preghiamo di distruggerlo e di darcene immediata comunicazione anche inviando un messaggio di ritorno all'indirizzo e-mail del mittente.” La frase “La diffusione, distribuzione e/o la copiatura del documento trasmesso da parte di qualsiasi soggetto diverso dal destinatario è proibita [...]” è la riprova che quanto sostenuto sia formalmente e legalmente corretto. Il proprietario dell'email (alla fine) è il destinatario ed è libero di fare ciò che più ritiene opportuno. Infatti l'art. 616 si riferisce a “... corrispondenza a lui non diretta...” e il D.Lgs. n. 196/2003 si riferisce al trattamento dei dati personali. Quindi, in definitiva, se io “destinatario” pubblico parte o tutta una email a me indirizzata non violo alcuna legge. Questo perché NON esiste un articolo di legge che vieti di riprodurre una parte o tutto il testo di una email a me diretta in cui non vengono rivelati dati personali, sensibili, diffamatori o illeciti. Mi scuso se sono stato lungo e a volte mi sono ripetuto, ma è meglio essere chiari. Difficile essere sintetici in giurisprudenza. P.S. - Importante. La minaccia di esercitare un diritto, come l'intimidazione di sporgere querela per aver pubblicato stralci di email, quando, per di più, non vi sono nemmeno i presupposti per farlo (come ho letto in alcune discussioni a firma di CE o Agenzie) può integrare verso costoro il reato di minaccia art. 612 C.P. In pratica, l'intimidazione può ritorcersi contro (depenalizzato in illecito civile).
  5. Le regole per scrivere un romanzo poliziesco

    Le 10 regole dovrebbero essere compilate da uno dello staff, come te Marcello. Hai esperienza come libraio e scrittore di gialli. I lettori potrebbero commentare e suggerire qualche variazione, ma il giudice finale e insindacabile dovrebbe essere lo staff, altrimenti sono d'accordo che potrebbe essere dura. Forse ho proposto una c...
  6. Le regole per scrivere un romanzo poliziesco

    La butto là. Considerato che i pareri sono (giustamente) discordi, proviamo a fare un giochetto tutti assieme? Proviamo a scrivere 10 regole, sulla falsa riga di Knox? (10 dovrebbero bastare e avanzare). Con uno sguardo al passato e al presente. Poi le mettiamo tutte assieme e le pubblichiamo da qualche parte nel forum sotto la voce "Dieci regole che ogni romanzo poliziesco dovrebbe rispettare secondo Writers Dream" (il titolo lo troveremo insieme). Qualcuno è d'accordo?
  7. Le regole per scrivere un romanzo poliziesco

    Che onore! Un membro dello Staff che mi risponde! Non mi sembra di aver levato scudi, specialmente dopo aver scritto questo: http://www.writersdream.org/forum/topic/201-fratelli-frilli/?do=findComment&comment=498577 Ho solo puntualizzato alcune cosette. In un giallo/thriller io cerco il ritmo, la suspense, l'azione. Le descrizioni e le ambientazioni mi interessano, ma fino a un certo punto, sempreché non siano prolisse, annoianti e troppo lunghe da digerire. Se mi interessano le ambientazioni o le descrizioni non compro certo un giallo, né di Frilli né di qualcun altro. Mi rileggo l'Odissea o I promessi sposi. Orengo o Biamonti. Al limite una guida turistica. Personalmente, preferisco Agatha Christie a Georges Simenon, perché quest'ultimo adotta metodi di indagine basati sull'istinto e sull'intuito, piuttosto che sullo studio degli indizi e sulle deduzioni logiche. Le testimonianze dei tecnici della Scientifica americana intervistati da Connie Fletcher e pubblicate sul libro “Every contact leaves a trace”, stampato nel 2006, sostengono che con l'istinto e l'intuito, non si va da nessuna parte. A me piace il giallo deduttivo e le regole di Knox vengono seguite ancora oggi sia da Camilleri, per esempio, che da Lucarelli. Un esempio classico lo abbiamo in “Il nome della rosa”, giallo storico deduttivo di Eco. E se lo analizzi vedrai che ogni punto di Knox è stato rispettato. Per chi vuole approfondire consiglio di leggere qui: http://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/scrivere/10874/scrivere-un-giallo-regole-e-consigli-per-un-delitto-perfetto/
  8. Le regole per scrivere un romanzo poliziesco

    Prendo lo spunto per scrivere queste righe da un precedente post in altro forum, in cui l'amico Borisvian ci comunica la risposta avuta da Frilli Editore: […] mi dispiace ma le sue integrazioni non sono assolutamente sufficienti. La scelta di una buona ambientazione per la nostra collana è di primaria importanza. Data la struttura del suo romanzo ritengo non sia ambientabile meglio di come lei ha già fatto. Ma così non è per la nostra collana. Operare sul testo più profondamente significherebbe stravolgerlo, quindi meglio non tentarci neanche. Il libro ha un senso così, non è per noi, ma così funziona abbastanza bene. Quindi non escludo possa trovare altro editore interessato. Se in futuro avrà altro da proporci altri titoli saremo lieti di riceverli in lettura. Grazie per averci interpellato, auguri per il suo romanzo e saluti Marcofrilli […] Potete leggere tutta la storia qui: http://www.writersdream.org/forum/topic/201-fratelli-frilli/?do=findComment&comment=498414 Nel post di risposta ho cercato di dare un senso alle richieste dell'editore, cercando di scovare una valida motivazione leggendo, come si suol dire, tra le righe. Analizziamo l'ultima risposta che riporto in alto in corsivo. Frilli dichiara che le integrazioni, apportate da Boris, non sono sufficienti. Ma non specifica a quali integrazioni si riferisce. Probabilmente, all'ambientazione, come dice subito dopo. Segue qualche riga di bla bla bla e poi l'editore dichiara che “operare sul testo più profondamente significherebbe stravolgerlo, quindi meglio non tentarci neanche”. Mi chiedo, da quando in qua ampliare le ambientazioni significa stravolgere un testo. Semmai si aggiunge qualcosa a corollario di quanto scritto, quindi può essere solo un valore aggiunto. Passiamo oltre. “Il libro ha un senso così, non è per noi, ma così funziona abbastanza bene”. In questa frase ci vedo due contraddizioni. La prima: se il libro ha un senso così, non ha però un senso per loro. O ce l'ha o non ce l'ha, che diamine! Per chi dovrebbe avere senso? La seconda: hanno appena affermato che non è per loro (non è per noi), ma, dopo la virgola, ammettono che così funziona abbastanza bene. Funziona o non funziona? Boris, in un post del 30 novembre u.s. ci informa che il suo romanzo è un giallo/noir. Dunque è un romanzo giallo, non è un trattato, né un saggio. Willard Huntington Wright, meglio conosciuto con lo pseudonimo di S.S. Van Dine, oltre a essere stato un critico letterario americano, ha scritto diversi romanzi gialli e polizieschi. Nel 1928 pubblica sull'American Magazine un interessante articolo intitolato "Venti regole per scrivere una storia poliziesca", regole che potete trovare qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Venti_regole_per_scrivere_romanzi_polizieschi#Le_venti_regole_dello_scrittore_giallo_S._S._Van_Dine_per_poter_scrivere_un_buon_romanzo_poliziesco Mi vorrei soffermare sul punto 16, che recita testualmente: Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione. Su un giallo Mondadori, letto tempo fa, veniva descritto l'amore tra l'investigatore e una donna conosciuta in un pub del nord Europa. L'autore aveva speso ben otto pagine (non otto facciate). Mi sono stufato e l'ho buttato. Non saprò mai chi era l'assassino. Avevo ragione da vendere. Si veda al link sopra (quello di Van Dine) il punto 3. Se venti regole vi sembrano troppe potete leggerne solo dieci, quelle di Ronald A. Knox, che trovate qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Decalogo_di_Knox Non aggiungo altro, perché penso che non ce ne sia bisogno.
  9. Fratelli Frilli

    Mi dispiace Borisvian. Concordo però con Roger. Non nerissimo, ma grigio. Non tutto è perso secondo me. Non sappiamo come tu abbia sviluppato la parte richiesta da Frilli. E non conoscendo il tuo manoscritto nessuno può darti un consiglio mirato. Ti avevano chiesto di “revisionarlo inserendo luoghi e ambientazioni specifiche”, giusto? Tu lo hai sicuramente fatto. Ma poi rispondono: "mi dispiace ma le sue integrazioni non sono assolutamente sufficienti. La scelta di una buona ambientazione per la nostra collana è di primaria importanza." Fossi in te, riproverei. Qualche trucchetto te lo posso suggerire, se sei ancora in tempo e se sei disposto ad accettarli. In fondo siamo qui per darci una mano, vicendevolmente. Tutti quanti. Premetto che quel modo di esprimersi da parte dell'editore è dovuto al fatto che la pazienza e il tempo per certe faccende non è da tutti. E loro sono molto impegnati. Considera che è una piccola/media casa editrice e il personale non abbonda di certo. Tieni anche a mente che prediligono soprattutto, direi tutto, romanzi ambientati in Liguria, non importa dove, se a Ventimiglia o sulle alture di Loano o nei bassifondi di Savona, ma principalmente in Liguria. I tuoi personaggi li puoi mandare in vacanza a Cortina d'Ampezzo o a Verona, ma poi DEVONO ritornare in Liguria. La loro collana non a caso si chiama “Liguria in giallo”. Hanno tempi stretti da rispettare, non dispongono di una stamperia in proprio. Prima si servivano a Recco (GE) dalla Tipografia Me.Ca. Attualmente stampano presso la Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (Padova). Detto questo, veniamo a noi. Ti dico come farei io. Non so se anche tu fai così. Ognuno ha il proprio metodo. Il tuo sarà senz'altro diverso e migliore, a seconda di cosa si scrive. Trai poi tu le conclusioni. E scegli quello che è meglio. Se desiderassi pubblicare con Frilli, prima di tutto acquisterei un libro (meglio due o tre) della loro collana e lo leggerei con attenzione, per capire cosa realmente vogliono dagli autori e come gli autori pubblicati sviluppano la trama e i luoghi. Veniamo al tuo manoscritto. Il personaggio principale lo hai descritto bene? Ti riporto alcune considerazioni che avevo letto da qualche parte. Come si chiama? Età? Occhi? Capelli? Alto o Basso? Magro o Grasso? Atletico o gracile? Ha un profumo particolare? Cosa ti ricorda? Carnagione ed etnia? Come sono le sue mani? Come si veste? Come parla? Come cammina? Come si muove? Che lavoro fa? Ha qualche segno particolare o un tic caratteristico? Da dove viene? Qual è il suo passato? Che qualità negative ha? Che qualità positive ha? Per la descrizione dei luoghi in cui avvengono certi fatti, per esempio, non puoi scrivere soltanto che Tizio aveva appuntamento con Caio al Bar Corallo di Genova. D'accordo, ma dove si trova questo bar? In quale via? Cosa c'è intorno? È in periferia o in centro? Se è nel centro è forse il centro storico? Descriviamo allora come è fatta questa parte di città. È una zona malfamata o no? È signorile, vissuta o è solo un dormitorio? Come sono i palazzi? Anneriti dallo smog? Si trova invece sulle alture di Genova? Bene, il Bar Corallo è forse dalle parti di Castelletto? Allora dobbiamo specificare meglio. È in piazza Manin o in corso Firenze? Forse in un'altra zona? Diciamolo, allora. Ci sono piante? Che tipi di alberi sono? Le foglie sporcano le strade? Ci sono piccioni che deturpano le auto con i loro escrementi? Nello specifico, hanno insozzato la vettura di un nostro personaggio? Il bar è piccolo o grande? Cosa c'è appeso alle pareti? Come sono le seggiole? Ci sono quadri? La cameriera è sexy o è una racchia? Una pagina la si può anche sviluppare con questi dati. Più elementi metti, più il lettore rivede nella sua mente l'ambiente e lo “trascini” in quel posto, glielo fai rivivere. Se ambienti un noir a Laigueglia (altro esempio) considera che non tutti i lettori conoscono quella località. Quindi devi senz'altro specificare che si trova sul mare. E devi descrivere la cittadina, scendendo nei particolari. Come sono le spiagge? Il nostro eroe ama passeggiare la sera in riva al mare? Il paese ha origini medievali? Ci sono resti romani? Come sono fatte le case? Sono ammucchiate l'una accanto all'altra come a Camogli? Sono tutte colorate? E quali sono i colori che spiccano di più? Per finire l'ambientazione. Ti faccio un esempio su uno degli ultimi tascabili di Frilli: “Bacci Pagano cerca giustizia”, di Bruno Morchio, ambientato per la maggior parte (manco a dirlo) a Genova. Per descrivere l'appartamento (ripeto: appartamento) in cui un Tizio va ad abitare (non è l'investigatore ma il cliente) Morchio ci spende venticinque righe (quasi una pagina). Per descrivere l'uomo che si fa una doccia, al ritorno da un viaggio, ci sono otto righe. Non lo liquida in poche parole, tipo: “Franco si concesse una doccia rinfrescante e alla fine si avvolse in un asciugamano di morbida ciniglia. Avevi ammesso che: “descrizione dei luoghi è altrettanto importante ma faccio veramente fatica a svilupparla correttamente ”. Ora ci sono due strade da percorrere. La prima è affidarsi a una Agenzia Letteraria specificando come vuoi l'editing. Considera che meno di 4 Euro a cartella non ne trovi. La seconda è quella di rivedere drasticamente il tuo manoscritto, senza stravolgerlo e poi telefonare a Frilli per un ulteriore invio. Ma solo quando sarai sicuro di aver seguito alla lettera i loro consigli (e i miei, se mi concedi la battuta) ;-) Con affetto, Flavio.
  10. Fratelli Frilli

    Boris, non farti prendere dallo sconforto. Ti hanno suggerito due alternative. La prima è quella di “lasciare il testo così com'è e pubblicare in formato digitale”. Dal mio punto di vista trovo un po' bizzarra questa richiesta. Viene da pensare che non facciano né la correzione bozze né l'editing per il digitale, giusto? Risulta difficile per l'autore apportare correzioni, perché il più delle volte, nonostante si rilegga il testo decine di volte, è quasi impossibile accorgersi di errori grammaticali, lessicali o sintattici. Molti refusi e piccole imperfezioni sono destinati a rimanere tali, perché l'autore è il peggior lettore di sé stesso, non riesce a esaminare il proprio testo con il distacco necessario per scovare errori e sviste grammaticali. Solo un occhio diverso dall'autore se ne potrà accorgere. Per la correzione bozze puoi fare da solo, con il sistema “meccanico”. Con il tuo programma di scrittura cerca e sostituisci gli eventuali errori con il comando “cerca e sostituisci” (scusa la ripetizione di parole). Per esempio, cerca “perchè” e imposta di sostituire tutto con “perché”, oppure “con se” metti “con sé”, “cioé” con “cioè”, ecc. Puoi eliminare anche i doppi spazi. Sono consigli, non voglio certo insegnarti il mestiere e chiedo scusa se in qualche modo offendo la tua sensibilità. Siamo qui, su questo forum, tutti insieme per imparare qualcosa l'uno dall'altro. Come diceva un tizio che ora mi sfugge: ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Lascia sempre un poco di sé e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto o poco, ma non ci sarà chi non lascia niente. Hai optato però per la seconda opzione, cioè quella di “inserire nel testo alcune aggiunte riguardanti luoghi e ambientazioni e pubblicare in cartaceo”. Non aggiungono altro, quindi si suppone che facciano l'editing e di conseguenza la correzione bozze. Niente panico, Boris. L'editing è soltanto una revisione approfondita del testo che l'editor, in collaborazione con l'autore, effettua sul manoscritto al fine di far emergere le potenzialità nascoste, limare le imperfezioni e le incongruenze stilistiche, sintattiche o linguistiche e restituire al testo una voce più autentica e pulita. Di solito vengono controllati gli errori di carattere temporale (un personaggio scala il Cervino e poche pagine dopo lo ritroviamo a prendere il sole sulla spiaggia di Rimini, oppure un tizio è a Torino alla Fiera del libro e mezz'ora dopo lo ritroviamo a Bologna a comprare tortellini); errori di logica (un personaggio si dichiara vegetariano e poco dopo lo troviamo al ristorante ad abbuffarsi di carne alla brace); errori di ricerca (se ambienti un personaggio al tempo di Ottaviano non possiamo ritrovarlo, diverse pagine dopo, a chiacchierare del più e del meno con Pipino il Breve o citarlo come un grande avventuriero se a malapena esce di casa per farsi un goccio al bar, ecc.) L'editore non può e non deve stravolgere la trama, ci mancherebbe altro, stai tranquillo. Quello che ti hanno chiesto è normale, devi solamente ampliare la descrizione dei luoghi e delle ambientazioni dove avvengono i fatti, in modo da far risaltare meglio i personaggi. Pensa a un quadro con colori della medesima tonalità. Sarebbe piatto, senza profondità. Lo lasceresti così o giocheresti con i chiari e gli scuri per risaltare i primi piani? La risposta è scontata. Un buon testo deve essere come un buon quadro. Nulla dev'essere lasciato al caso. Anche i particolari minimi devono avere il loro momento di gloria. Informati comunque se, con la seconda opzione è previsto l'editing da parte loro. Meglio scacciare ogni dubbio. Detto questo, in bocca al lupo e... rilassati. L'agitazione è una cattiva consigliera. Auguri sinceri.
  11. Fratelli Frilli

    Auguri Borisvian, facci sapere il titolo. Voglio essere tra i primi ad acquistarlo. I libri dei Frilli sono molto popolari nella mia città, li trovo anche dal giornalaio sotto casa. L'ultimo acquisto è stato "Bacci Pagano cerca giustizia" di Bruno Morchio. Giallo discreto. Edizione con copertina rigida, lussuosa e 9,90 euro.
  12. La produzione e la lettura di libri in Italia

    “V per Vendetta” non l'ho trovato. Il libraio (un commesso nuovo che non conosco) dopo essersi dato da fare a cercarlo nel computer, con aria serafica mi ha risposto: “Nell'elenco dei nostri libri non c'è, non ne ho mai sentito parlare”. Gli ho spiegato che è una graphic novel. Mi ha squadrato con aria interrogativa inarcando un sopracciglio e m'ha risposto: “Eh?” E io: “è un romanzo grafico”. Vedendolo ancora perplesso gli preciso: “Sono fumetti”. E lui di rimando: “noi non vendiamo fumetti”. Ho insistito: “Sì, ma non sono proprio dei fumetti, cioè, sono una specie di fumetti, cerchi bene, per favore.” Lui continua a fissarmi, poi si da da fare con la tastiera, scuotendo la testa. Dopo un po' salta su: “L'ho trovato, ma lei si sbaglia, è proprio un fumetto, stampato da Feltrinelli ma... è fuori catalogo”. Quasi ghignando aggiunge: “Mi dispiace, non c'è, non c'è più”. Sembrava ci godesse. Mi sono allontanato dal banco senza mettergli le mani addosso. Mi sono fatto un giretto tra i corridoi e l'occhio si è posato su uno scaffale, dove seminascosto c'era un libro dell'autrice “Iris Origo” dal titolo “Immagini e ombre – Aspetti di una vita – Longanesi & C. Era un'americana di nome Iris Bayard, sposata con un italiano: Antonio Origo. Ho fatto in tempo ad annotarmi la quarta di pagina: “Da New York a Firenze, da Londra alla Val d'Orcia, tra letteratura, arte e impegno civile, l'autobiografia di una scrittrice che ha amato insieme l'Inghilterra, l'America e l'Italia. La domanda è: qualcuno ha mai letto qualcosa di questa autrice? Su Internet ho trovato questo: http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/264/8830420123.htm e questo: https://it.wikipedia.org/wiki/Iris_Origo Non ho potuto sfogliare il libro perché il tizio, dopo avermi puntato con occhio vigile per tutto il tempo, si è avvicinato lentamente dicendomi: “E l'ultima copia, lo prenda. Forse domani non ci sarà più.” Non gliel'ho voluta dare vinta e ho risposto che sarei ripassato non domani ma dopo-domani. Lo ammetto, sono stato sciocco.
  13. La produzione e la lettura di libri in Italia

    @simone volponi Sarò breve, lo prometto. Ti confesso che più leggo più mi sento una nullità. In fondo sono un grande ignorante e lo dico apertamente con sincerità e con grande amarezza. Sono poco informato sull'autore svedese di cui parli. Lo conosco a malapena. Mi documenterò meglio. Quel libro di cui parli è stato un best seller in Svezia. All'estero è diventato famoso dopo la trasposizione cinematografica e ha ottenuto molti premi importanti (il film). Ti dirò, in tutta franchezza, che in Norvegia lo hanno (quasi) ignorato, perché norvegesi e svedesi non vanno molto d'accordo. Se conosci la storia scandinava sai di cosa sto parlando. Premetto che, se posso scegliere la lettura di un horror, preferisco mille volte Stephen King. Un mio collega vide pure il film di “Lasciami entrare” e mi disse che era lento e noiosissimo, lontanamente e forzatamente romantico. Ambasciator non porta pena. Nel secondo romanzo, John A. Lindqvist si vota agli zombi. Di zombi alla riscossa non ne sentivamo proprio il bisogno. È un problema d'oltre oceano. Per fare un esempio, “La notte dei morti viventi” (di Romero) è parte integrante della psicosi americana, più che svedese. Ne “L'estate dei morti viventi” di Lindqvist (la notte... l'estate... mmm) l'intreccio dei personaggi ricorda un po' la struttura di alcuni romanzi di Ken Follett e lo stile somiglia al King di Pet Sematary (ruba la scena dell'esumazione di Cage). Le prime 150 pagine creano eccessive aspettative, puntualmente disattese nel prosieguo della narrazione. Sembra quasi che Lindqvist non sappia come proseguire e far interagire i vari personaggi, buttando qua e là situazioni inverosimili. Un romanzo di cui non si sentiva la necessità e di cui non si comprendono i molti perché. “Una piccola stella” sembra il risvolto negativo fotografico del “Il Corpo”, racconto scritto da Stephen King e contenuto in “Stagioni Diverse” (da cui hanno tratto il film “Stand By Me”, del 1986). Le tematiche portanti sono molto simili. Sono miei opinioni, chiaramente. Molti hanno conosciuto Lindqvist per la prima volta al cinema, piuttosto che in libreria. Tanti dicono che Lindqvist sia la risposta svedese a Stephen King. Potrebbe essere, forse, anche un Edgar Allan Poe, riveduto e corretto. Mah! E poi ancora mah! “Il porto degli spiriti”. Maja, Maja dove sei... La storia è intricata, troppa carne al fuoco nonostante una scrittura agile, per carità, sciolta ed efficace nell'unificare i numerosi elementi in gioco. Lo scrittore svedese amplifica i fatti, ne esaspera la portata finendo però con l'annoiare. Non c'è granché di nuovo, né nell'intreccio né nell'interpretazione da parte dell'autore che si perde in pagine e pagine tirando in lungo quello che avrebbe potuto essere un racconto ben più breve delle 500 pagine di cui è composto. Un mattone che devo metabolizzare ancora adesso. Non ho mai detto che Tolkien fosse scandinavo, ho solo puntualizzato che si è "appropriato" del termine "Terra di Mezzo" dalla mitologia norrena. Per finire. Mi chiedi perché sono tornato in Italia? Lo ammetto, sono venale. Il mio “datore di lavoro” norvegese aprì una “filiale” in Liguria e pensò bene di raddoppiarmi lo stipendio se mi fossi trasferito qui. Tu cosa avresti fatto? Sto rileggendo, invece, Buick 8 di Stephen King, pubblicato nel 2002. Narra di una macchina soprannaturale (il primo fu Christine, la macchina infernale). E se proprio voglio vampiri a colazione, metto il CD di “Dracula il vampiro”, con l'ineguagliabile Christopher Lee. @M.T. D'accordo sul distinguo tra Tolkien e Rowling. Grazie per avermi suggerito la lettura di V per Vendetta di Moore e Lloyd. Lo ammetto, M.T., ho visto il film diretto da James McTeigue, ma non ho mai letto il libro. Mi puoi perdonare? Mi cospargo il capo di cenere e oggi lo vado a cercare in libreria. Senz'altro sarà meglio del film. Il problema qui, non so dalle tue parti, è che in lingua originale si trova ben poco.
  14. La produzione e la lettura di libri in Italia

    Dunque... chiedo scusa in anticipo ma non riesco mai a essere stringato o sintetico, col lavoro che faccio devo per forza andare oltre... Scrivo di corsa perché ultimamente sono piuttosto impegnato, spero di essere esaustivo. E perdonatemi gli errori eventuali. @Sefora Dici: "Ogni autore ha un suo percorso”. Il problema è che pochi autori hanno in mente quale percorso debbono fare. Poi aggiungi: “Importano la qualità complessiva e il riscontro (competente) che riesce a ottenere”. Chi giudica la qualità complessiva? Di quale riscontro stai parlando? Perché metti competente tra parentesi? Ti riferisci a quello di un editore? Non ho compreso il senso della frase, e ti chiedo scusa. Le agenzie letterarie sono nate per fare soldi (con l'editing) e la maggior parte non ti promette nulla di concreto, nel senso che pochissime ti segnaleranno a un editore per la pubblicazione. Vuoi perché non hanno agganci, vuoi perché non gliene frega più di tanto e basta, e te lo ribadiscono a chiare lettere sui loro siti. Di solito circuiscono l'esordiente con frasi tipo... il testo è buono, c'è da limare un po' lì e là. Alla fine, dopo la cura, ti ritrovi con un “buon” testo, per carità, salvo poi riporlo nuovamente nel comò o darti da fare e inviarlo a chi vuoi tu. E dalle tue tasche, per il momento, mancano all'appello dai 700 agli 800 e oltre Euro. Bene, abbiamo in mano il libro terminato e corretto. Contattiamo qualche editore e troviamo chi lo pubblica. Ma forse no. Qualcuno ti risponde picche perché attualmente sono sommersi, oppure ti dicono che non è il loro genere, ecc. Fai tu. Altro scenario. L'editore crede in te, fa lui l'editing e ti pubblica il libro. Bene. Fai salti di gioia. Non hai speso nulla. Pensi che in questo modo l'autore abbia risolto il problema del “riscontro che riesce a ottenere?” No. Il riscontro finale è dato dai lettori, da quelli che lo comprano e lo leggono e ti scrivono una recensione, magari innalzandoti o affossandoti, anche con il passaparola sui social net. Ci sarebbe da fare poi il discorso sul conto delle copie che si riescono a vendere, ma questo è un altro problema (una media di 200 per un esordiente è un discreto traguardo? 500 vanno meglio?). Bene. Anche le grosse CE hanno preso abbagli solenni. Einaudi ne sta prendendo tuttora uno enorme, che sembra più un calcione nel didietro: le pochissime vendite de “La ferocia” di N. Lagioia (Fonte Tuttolibri). Non poteva essere altrimenti. Avete letto qualche strofa? Qualche paragrafo, volevo dire. Se vi interessano ve li riporterò. C'è da ridere, ma troppo da piangere. Un altro scandalo targato – come sempre - “Premio Strega”. @M.T. Scrivi: “...praticamente impossibile scrivere qualcosa di originale...” L'invito a essere originali da parte degli editori va inteso, a parer mio, nell'accezione del termine: in modo originale, con originalità, una storia originale. Cioè non banale. Qualcosa che non sia già in decomposizione solo per il fatto di averla pensata. Non credo che intendano “originale” come “unico” e “assoluto”. La risposta del signor Frullanti la interpreto così. Sarà lui a smentirmi. Molti anni fa lessi un racconto che definirei fantasy-horror. Si narrava di un esperimento in cui uno scorpione era stato incrociato con una libellula. I soliti scienziati pazzi avevano creato uno scorpione volante di ragguardevoli proporzioni che aveva seminato il terrore in una cittadina. Ricordo che era ambientato in Finlandia e scritto molto bene da un autore finlandese (scritto in inglese). Esisteva già qualcosa del genere? Possiamo definirlo originale? Penso di sì. Non avevo letto nulla prima d'allora su una tale “cosa”. Era molto avvincente, ben calibrato e soprattutto... credibile. L'avevo letto in poche ore. Lo avrei definito sinceramente: letteratura horror. Un bel modo di scrivere, senza fronzoli e forzature. Nulla ci vieta di prendere spunto da “trame” del passato. Potremmo scrivere di un Lucio che si trasforma in libellula o scorpione anziché in un asino. Perché non rivedere in chiave moderna le Heroides? Sono d'accordo quando affermi: “In Italia, purtroppo, la mancanza di conoscenza e la superficialità ha dato cattiva luce al genere, rovinandolo”. Esatto. E aggiungo pure una frase di Jack Shark, in cui diceva che “se un libro fa schifo, la gente non lo compra”. Secondo uno studio svolto da Goodreads, tra i motivi ricorrenti per cui un libro viene “scartato” (buttato sarebbe la parola giusta) risultano: ─ lentezza del racconto (46,4%); ─ documentazione scarsa o assente (26,3%); ─ scrittura debole e fiacca (18,8%); ─ trama inconsistente (8,5%). In molti libri, lo svolgersi dei fatti non cattura la nostra attenzione, perché i dialoghi e i rapporti tra i personaggi sono completamente superficiali e vuoti. Il lettore non si sente coinvolto per niente nella storia e quindi non avviene alcuna empatia con i personaggi. Detta fra noi, M.T., i maghi e i vampiri mi hanno (un po') stufato. Anche se ogni tanto, l'ho già confessato e lo ridico, me ne capita uno in mano e lo leggo (selezionato, ovviamente e per lo più in lingua inglese, di autori anglosassoni, in versione originale, insomma. Nelle traduzioni si perde tanto, troppo, secondo me). J.K. Rowling e Tolkien sono stati grandi geni e precursori, ma tutto quello che è venuto dopo è stato un disastro assoluto. Aria fritta. Preferisco rileggermi Cappuccetto rosso o Cenerentola, anch'essi in versione originale e anche Pinocchio. Perché no? La maggior parte degli italiani (giovani esordienti) hanno scopiazzato alla grande, imbastendo storie assurde e puerili. Molti editori hanno cavalcato l'onda, per far soldi, ma il pubblico si è stufato e quelli si stanno convertendo a qualcos'altro che s'avvicini un po' di più alla letteratura senza scomodare l'estetica crociana, per carità. Per fare un esempio, il fantasy di D. Gemmell è totalmente incentrato sull'uomo. La magia c'è, ma non è essenziale. Le sue storie riguardano l'evoluzione dei personaggi e i suoi protagonisti non sono mai monodimensionali, ma pieni di mille sfaccettature. Non mi va di andare a parare sulla Strazzulla, ma lo devo fare, tanto per rimarcare la differenza di mentalità fra autori nostrani e anglosassoni. Differenza che secondo me è una delle ragioni per cui scrittori come M. Crichton (l'autore di Jurassic Park - Steven Spielberg ne ha ricavato poi il film) morto nel 2008, ha venduto milioni di copie anche da noi, ma nessun nostro autore vende (non milioni) qualche migliaio di copie in Gran Bretagna o negli USA. Se qualcuno ha notizie fresche me lo faccia sapere. Grazie. E ora veniamo alla Strazzulla. La presentazione del suo “Gli eroi del crepuscolo”, pubblicato da Einaudi nel 2008, fu un flop solenne. Ricordate cosa disse? Vi rinfresco la memoria così vi rendete conto perché gli editori (ora) sono davvero stufi (meno male). La signorina ebbe l'ardire di confessarsi così: [...] chi scrive scrive per sé, scrive perché gli piace scrivere, perché scrivere non è una cosa che s'impara, è una cosa che ti viene, è come uno starnuto, è come una risata, ti esce, è lì, devi pigliare una penna e scrivere [...] La Strazzulla è nata “imparata” e scrive tra uno starnuto e una risata. Da qualche parte su Youtube trovate la sua intervista completa. Il libro? No comment! Non si può usare neppure per tirarlo in testa al tuo nemico. @Ego Concordo pienamente. @simone volponi Scrivi: "A me i vichinghi piacciono, piace quella cultura, e mi troverei meglio a scrivere di guerrieri vichinghi che di pupazzi di legno, o altre tradizioni italiche che non mi piacciono. Ho scritto un romanzo di vampiri ambientato in Norvegia, seguendo le mie passioni, e forse è per quello che non lo accettano." Nella storia della letteratura italiana, Pinocchio è in assoluto il libro più tradotto al mondo. Una stima fornita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, alla fine degli anni novanta e basata su fonti UNESCO, parla di oltre 240 traduzioni. Questo per dirti che il “pupazzo di legno” non è un racconto qualsiasi. Non è un vuoto a perdere. Ma da conservare. Hai voluto scrivere di vampiri in terra scandinava, ignorando che i vampiri non rientrano proprio nella cultura “fantasy” dei Paesi nordici. Come dire, scrivo le avventure fallimentari di un venditore di stufe nel deserto. Oppure narro di pinguini che se la tirano gioiosamente dalla mattina alla sera sui ghiacci di Capo Nord. Personalmente, io ammiro i nordici per l'alto livello di civiltà raggiunto oggi, non ieri. Una curiosità: anche la Norvegia si appresta ad applicare l' “Everyman's right” senza alcun limite restrittivo, come in Finlandia. Nessun scandinavo (tanto meno un norvegese) si sognerebbe mai di comprare un “fantasy” su vampiri o licantropi e quindi nessun editore pubblicherebbe un libercolo su personaggi vampireschi triti e ritriti fino alla noia. Nelle librerie del Paese ne troverai pochissimi. Di quelli classici e più famosi, forse uno o due alla Tanum Bookstore di Oslo. La tua “passione” ti ha giocato un brutto scherzo. Lassù prediligono il genere giallo, il thriller alla Stieg Larsson, Anne Holt, Jo Nesbø, il danese Peter Høeg (Il senso di Smilla per la neve) o i pirati dell'altro grande Larsson (Bjorn). Autori affermati in tutto il mondo. Trovi anche Pippi Calzelunghe, intramontabile. In molte Barneskole (elementari) leggono obbligatoriamente, insieme ad altri testi per l'infanzia, il buon vecchio e caro Pinocchio (al quale accenni con sarcasmo) tradotto in bokmål (la lingua norvegese). Avresti dovuto prima documentarti sulla mitologia norrena e poi scrivere. Una curiosità: il termine “Terra di Mezzo” (Miðgarðr) non è stato inventato da Tolkien, ma mutuato dalla mitologia norrena che definisce il “mondo sensibile”. Definire cultura quella vichinga è molto azzardato, perché di fatto non esiste una cultura vichinga ma un'epoca vichinga (dal 793 al 1066), che non ha prodotto nulla, solo pirateria e saccheggi sanguinari. Intorno all'anno 800, quando quei tipi giravano con le corna sulla testa (ma non è vero), dalle nostre parti bazzicava un imperatore del Sacro Romano Impero, di nome Carlo Magno, con tutto quello che ne ha derivato. Cito: I vichinghi erano barbari, non c'è altro modo per definirli, anzi, la parola barbaro assume con essi un significato quanto mai pieno. La loro “cultura” (lo metto tra virgolette, per usare un tuo termine) era scarna, la loro lingua semplice, l'organizzazione gerarchica andava poco oltre quella della tribù, erano dei popoli organizzati in forma di villaggio, abili nella navigazione e feroci nel combattere. Non hanno costruito monumenti né eseguito opere pittoriche paragonabili al nostro patrimonio, o a quello greco-romano-europeo. Per non parlare degli egizi, dei sumeri, ecc. Non sapevano manco chi fossero. Se qui c'era la civiltà, lassù spadroneggiava la barbarie. I vichinghi non dipingevano Cappelle Sistine, tanto per intenderci (non erano all'altezza) non hanno scolpito una statua in marmo nemmeno in miniatura per la barbie e non hanno edificato neppure una misera villa con sembianze palladiane. Conosco la Norvegia molto bene, sia gli usi che i costumi. Ho vissuto più di tre anni a Tromsø e ben cinque a Oslo (Jar per l'esattezza, poco fuori la capitale), poi sono ritornato in Italia. Mia moglie è norvegese. Tutti si fanno un'idea sbagliata di come dovevano essere i vichinghi. Se vai in visita in uno dei tanti Musei di Storia Culturale sparsi per il Paese leggerai che non erano uomini perfetti come qualcuno si immagina. Il clima gelido favoriva reumatismi, artrite e altre gravi malattie, come la broncopolmonite, la tubercolosi: tutte piaghe non indifferenti per quei popoli che non eccellevano certo nella medicina. Non erano supereroi. I neonati deboli o malati venivano abbandonati al freddo perché morissero (come era in uso a Sparta). Ci sono numerosi scheletri con le ossa deformate o con altre tare, perché non era certamente semplice vivere in quelle condizioni. Veniamo alle corna, ora. Nella tradizione popolare gli elmi cornuti sono spesso associati con i vichinghi. Cito: Non vi è prova che i germani-scandinavi li abbiano mai indossati. Quello dei vichinghi con le teste protette da elmi con lunghe corna bovine è uno stereotipo diffuso nel mondo dall'iconografia dell'opera wagneriana “L'anello del Nibelungo” e da un'errata interpretazione dei reperti occorsa, sempre durante il Romanticismo, in Svezia (vedi: http://www.straightdope.com/columns/read/2189/did-vikings-really-wear-horns-on-their-helmets ). Tromsø si trova a oltre 350 km sopra il Circolo Polare e lassù amano la luce (da metà dicembre a metà gennaio ci sono solo due/tre ore di sole, tra le 11 e le 14, “adorano” il dio Lugh, il dio della luce, non conoscono i parenti transilvani di Dracula. Non ne vogliono proprio sentir parlare. I vampiri, fino a prova contraria, abitano solo nell'Est europeo. Ambientarli in Norvegia è stata una grossolana forzatura. Potevi inventarti una nazione, senza scendere nei particolari. Non so, qualcosa come: Vampiri del Regno di Feuilleton. Per quanto riguarda il distopico non so dove tu tragga una simile affermazione: “Anche il distopico credo cadrà in rovina presto”. È quello che pensi? Perdonami, ma sei poco informato. I vampiri e i draghi, quelli sì che cadranno in rovina, perché ormai sono paccottiglia folkloristica, dato che non ne incontrerai mai uno nella vita, vampiro o drago che sia, sono distanti anni luce dalla nostra cultura, dalle cose reali, mentre invece potrebbe accaderci qualcosa di simile a “1984” (romanzo distopico per eccellenza) o a “Fahrenheit 451” (fantascienza sociologica) perché sono situazioni più vicine all'essere umano. È questo il genere che fa timore, che popola di incubi notturni le menti deboli delle persone. Sono argomenti “più realistici”. Il fantasy sta voltando le spalle (finalmente) ai sopravvalutati romanzetti alla Twilight e si sta spostando verso il distopico. Volenti o nolenti. Pensa per un attimo se il dittatore teutonico avesse vinto la II guerra. Come sarebbe stata la nostra vita? Come vivremmo ora in Europa? Non ti allargare, un libro del genere è già stato scritto anni fa. Se invece avesse vinto il dittatore di Predappio? Ecco lo spunto per scrivere un “distopico”, magari ambientato nel 2060 in una Venezia definitivamente sottomare. Il genere distopico è un genere letterario intramontabile (lo dice l'ISTAT e lo conferma l'AIE) e va di moda, ultimamente, tra gli amanti dell'urban fantasy. Cito: Nella narrativa young adult la distopia è la nuova faccia del fantasy, riscuote successo e stuzzica l'estro di numerosi autori italiani per ragazzi. Si veda l'articolo di A. Liparoti qui: http://www.illibraio.it/futuro-apocalisse-romanzi-distopici-264729/ Ovviamente, d'accordo con M.T. su Orwell e Bradbury. Per concludere, faccio mia la dichiarazione di Roberto Incagnoli, Direttore Editoriale & Comunicazione di Lettere animate: “Di norma non ci piace leggere le storie forzate perché di moda. Siamo stufi di leggere di vampiri e licantropi e di piccole maghe alla ricerca di qualcosa. Spesso si crede di dover scrivere qualcosa che piace leggere o vedere. Non tutti sanno scrivere un determinato genere. Scrivere un fantasy o un libro di fantascienza è molto difficile perché la linea che divide il disastro da un buon libro è sottilissima.” Parole sante!
  15. La produzione e la lettura di libri in Italia

    Buongiorno gentile Editor, grazie per il suo intervento. Il mio post iniziale non voleva essere un invito aperto esclusivamente al fantasy ma un invito a sperimentare nuovi stili e forme. E soggetti. Cioè, alzare il livello. Provo a dire quello che lei non ha detto, ma che ho intuito leggendo tra le righe (come si suol dire). Non è una critica negativa nei suoi confronti, per carità, ne approfitto solamente per alzare il tiro (mi consenta questa battutaccia trita e ritrita che rende però l'idea). Spero di aver compreso il senso del suo messaggio. Spesso e volentieri, quando si scrive, ci dimentichiamo di un elemento importantissimo: la letteratura. In un post più sopra ho scritto che il fantasy è letteratura. Certamente, ma dobbiamo fare un distinguo. A mio avviso (le consideri valutazioni personali) l'80/90 % della narrativa fantasy non è letteratura. Uno scrittore autentico, per me, è un tizio che lavora innanzitutto sul linguaggio. Ci sono persone che non lavorano neppure sulla grammatica, sbagliando gli accenti. Guardi in un post più in alto come viene scritto “perché” e “sé”. E siamo in un forum di scrittori, o almeno così dovrebbero essere coloro che stanno qui. Sono refusi? No. Siamo a livello delle elementari e la grammatica non può essere un optional. Non so lei, ma quando mi capita in mano un romanzo, di qualunque tipo e genere, sono portato a concentrarmi sul ritmo, cerco le assonanze, la musicalità, le modalità espressive, la trama, le ambientazioni, le tematiche, la caratterizzazione dei personaggi. Voglio, desidero identificarmi nel personaggio. E, sempre secondo me, che si scriva di un principe in missione con l'asino in una terra atavica o della coltivazione di fagioli sul terrazzo di casa non fa differenza perché a me interessa il modo in cui lo scrittore scrive di determinate cose. E come le scrive. Qui si dovrebbe aprire un altro capitolo, perché è difficile identificarsi in un demone o in un nanerottolo con i poteri magici. Sorvoliamo, per ora. Tolkien ha avuto un'influenza deleteria su molti autori, costituendo un punto di riferimento che ha impedito l'evoluzione del genere e molti italiani, che si sono cimentati nella scrittura di libri fantasy, hanno dimostrato così di non aver talento. Si sono tagliati le gambe da soli. Per curiosità, ne ho letto qualcuno (una decina in tutto finora e tra quelli più venduti, non faccio nomi perché a mio avviso non meritano pubblicità). Il risultato è che ho buttato via i soldi e poi i libercoli. Non ne ho trovato uno salvabile. Non hanno spessore. È risaputo che l'agenzia Vicky Satlow (faccio un esempio) non sia interessata al fantasy, lo hanno ripetuto diverse volte e il motivo è semplicissimo. Poiché di manoscritti di quel genere se ne salva solo lo zero virgola uno per cento, non conviene investire nel fantasy italiano. Gli stranieri sono forse più bravi? Tempo fa “lavoronelleditoria” (Vicky Satlow) aveva scritto qualcosa a proposito di una ragazza che aveva inviato un manoscritto. Egli ammise che il libro aveva una voce originalissima e un protagonista a loro avviso irresistibile, una storia ancora tutta da costruire, ma su cui hanno lavorato giorno e notte per due mesi. Cos'era piaciuto? La sua voce e il protagonista e l'idea di fondo che ancora solo si intravedeva. Di cosa stava parlando il signor “lavoronelleditoria”? Di originalità. Lo ribadisce anche il fondatore di Nativi Digitali, lei signor Marco Frullanti, con una risposta chiara e sintetica. La trovate al #8 qui: http://pennablu.it/storie-fantascienza-fantasy/ La maggior parte degli autori esordienti italiani ha già i protagonisti pronti, basta aprire un cassetto e tirarli fuori, un po' alla volta, senza sforzarsi di inventare niente. Basta infarcire il tutto con vampiri, elfi, demoni, angeli, zombie, spettri, mostri, ecc. dimenticando che certi generi non appartengono alla nostra cultura. Il genere fantasy non fa parte della tradizione letteraria del nostro paese, che ha sempre prediletto romanzi e racconti storici, gialli, d'amore e drammatici. Perché qualcuno non prova a scrivere, per esempio, qualcosa alla Giambattista Basile, “Lo cunto de li cunti” (un antico e classico fantasy italiano) adattato per il cinema da Garrone? Che cavolo c'entriamo noi con i vichinghi che combattono draghi in mezzo ai fiordi o sulle highlands scozzesi? Non dimentichiamo che il fantasy è solo una categoria del fantastico e non lo rappresenta totalmente. Il fantasy italiano è Pinocchio, non certo il Signore degli Anelli, né tanto meno i maghetti volanti. Mettiamoci l'anima in pace. Non diventeremo mai Tolkien, né J. K. Rowling, né Le Guin. Quindi, perché non riscoprire le nostre origini? Siamo capaci di inventarci qualcosa che non sia un elfo o un centauro con le corna?
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