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Johnny P

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Tutti i contenuti di Johnny P

  1. Il contest più contestato di sempre, e me lo sono perso... Imperdonabile, sono imperdonabile
  2. Salve a tutti! Grazie @Anglares che mi tieni aggiornato su queste cose! Ultimamente ho iniziato a fare la vita universitaria e ho perso capelli, gioia di vivere e molto tempo. Ho dato un'occhiata al regolamento del contest e devo dire che mi ha incuriosito soprattutto per il largo spazio dato all'attività interpretativa (da un lato interpretare le immagini, quindi le poesie e gli stralci) e per il sano mix fra arti che ricorre spesso, in verità, sul forum. Spero di riuscire a ritrovare tempo e capelli per partecipare, i secondi più indispensabili del primo. Un saluto, Johnny P.
  3. Ciao, non vorrei fare il superficiale, ma nella tua poesia non ho trovato troppi simbolismi (che magari ci sono e non ho colto), anzi l'ho letta in maniera molto fresca e mi è piaciuto come hai trasferito su un piano particolare, quello delle carte francesi, pensieri di tutti e di tutti i giorni. Alla fine non c'erano ragionametnti complessi, ma riflessioni quotidiane, che sapevano anche di già sentito, ad esempio: Però, trasferite su un piano così straniante, assumono un'altra veste e invitano a riflettere, a guardare ciò che siamo abituati a vedere ogni giorno con occhi nuovi. Ho trovato veramente molto intelligente questo procedimento e, anche se non mi trovi d'accordo circa frantumazione del verso che hai operato, la poesia l'ho sentita amica e l'ho apprezzata per concretezza e sensibilità. Gli ultimi versi sono quelli che ho trovato più intriganti; sono una chiusa eccellente, quasi una poesia a se. Bel lavoro. Un saluto, Johnny P.
  4. @Bella zi ciao! Non sono un esperto di poesia dialettale e non sono neppure Romano. Mi limito pertanto a complimentarmi con te per la strada del dialetto, coraggiosa, difficile ma nobile da perseguire. Inoltre mi piace quest'idea di una poesia metafisica e di borgo insieme, un mashup interessante. Ultima cosa, mi sembra che la lingua non sia uniforme, è una scelta voluta o è una mia impressione? Comunque molto bravo. Un saluto, Johnny P.
  5. @Nanni ciao! Sembra un racconto distopico il tuo. Da migliorare dal punto di vista stilistico, a volte la lettura si intoppa. Ma nel complesso l'ho trovato un bel racconto. "Bocca arida" è uno strano accostamento, non è meglio qualcosa tipo "bocca asciutta"? Nel resto del racconto d'altronde non usi un registro particolare. Quel "qualche" sembra ridurre la quantità infinita di tavolini. Ortogonale è un termine un po' troppo specifico, nonché abbastanza inutile. propongo: Si era accasciato sulla sedia strabuzzando gli occhi e ci rimase, immobile. Toglie un po' di suspense, meglio farcelo scoprire poco a poco di cosa stai parlando. Il pezzo del dottore mi lascia un poco perplesso: troppo semplice, escogita un modo più articolato. Se fosse così facile non sarebbe stato lui il primo a pensarci non credi? propongo: avrei sperimentato la cosa dal vero, nessuna simulazione. Più inquietante così: Dopo di me, ce ne saranno altri. Molto buona l'idea, mi raccomando lavoraci su. A rileggerti presto! Un saluto, Johnny P.
  6. Ciao Sira, bellissima poesia. Ti leggo spesso, però purtroppo ho poco tempo per i commenti ultimamente, ma commentare questa poesia è un dovere. Hai uno stile particolare, ammetto di non essere riuscito a decifrarlo del tutto: abbini termini desueti (è proprio il caso di dirlo) a parole più trite, i versi sono talvolta prosaici, talvolta musicali. Credo tu scriva da molto, perché si vede che comunque una tua cifra l'hai trovata. Direi che anche l'abbondanza della tua produzione è testimone di ciò. Inizi col descrivere in maniera originale questi benedetti occhi (a quanto pare sono la parte più significativa del corpo per poeti, medici, imprenditori, preti e papponi), e dall'opacità del loro consueto essere traiamo il senso di vecchiaia e di stanchezza di quest'uomo, ma anche la luminosità e la ritrovata energia e bellezza nel vedere gli occhi di Lei. Questa lei non è dato saperci se sia la figlia, la nipote o la moglie (è vero che la poesia si intitola "Nonno", ma questo non implica che necessariamente sia la nipote a parlare del suo rapporto col nonno, ci dice semplicemente che stai descrivendo un nonno); fra le tre interpretazioni è facile propendere per la seconda, visto che poi parli di "ninnananna" e del fatto che lei non sappia nulla del tempo e dell'oblio, tuttavia anche la romantica interpretazione della moglie è praticabile: la ninnananna è desueta, quindi non necessariamente deve essere per una bambina, e il fatto che la donna non sappia nulla del tempo potrebbe semplicemente essere dovuto al fatto che agli occhi del nonno la moglie è giovane sempre, a causa di quell' "Imperituro amore". Nel complesso una poesia molto ben scritta, armoniosa nella composizione, aperta e interessante. Talvolta quando scrivi si sente quel passaggio dal prosaico al poetico, qui invece conduci tutto senza scossoni, come lungo una curva lenta. Non comprendo molto il senso della "e" a inizio della seconda strofa, magari potresti semplicemente aggiustare un minimo la punteggiatura per sistemare il tutto senza cambiare le parole. Comunque, ripeto, la poesia è scritta molto bene, diciamo pure che cercavo il pelo nell'uovo. Complimenti ancora, mi è piaciuta molto. Un saluto, Johnny P.
  7. ECHI DI PASSEGGIO Immagino, un giorno, camminerai fra sera e Corso, presa dalla cena o dalle strane coincidenze, mentre ti scosti per non calpestare un fiore. Ti passeranno accanto affamati di vita, bambini troppo grandi per giocare d’azzardo, per un letto qualunque di un costo qualunque che li ami di un amore banale. Nel bassotto rognoso e solitario, che si gratta bramando teneri ossi, cerca una scontrosa dolcezza perché porta il mio nome.
  8. @Anglares ciao e bentrovata! Ti ringrazio per il bel commento e per i suggerimenti. Mi piace molto rivedere quello che scrivo, non mancherò quindi di tener presente le tue osservazioni. Tra l'altro, hai giustamente notato che la poesia è divisa in tre blocchi, solo che alla consueta divisione in strofe ho preferito una divisione data dal metro (endecasillabi, poi settenari e infine endecasillabi e settenari con un novenario). Lo credevo anch'io, ma ho ritenuto fossero in grado di rendere al meglio proprio la banalità di un amore così, sia in positivo che in negativo. Grazie! @Floriana hai ragione, ultimamente mi sto facendo più difficile, sarà un periodo. La C è maiuscola per indicare il corso di una città, quello principale non uno qualunque. La storia dei bambini è un po' più complicata: sono gli uomini di tutti i giorni. Sono bambini (i migliori quando si tratta di giocare) troppo grandi, che quindi non riescono a giocare bene, d'azzardo però, un gioco per adulti. Credo sia più complicato da spiegare che altro, diciamo che si trovano in opposizione bambini-d'azzardo grandi-giocare, associati però in maniera più naturale. Alla fine, ogni poesia è di chi la legge; non pensavo a questa particolare interpretazione quando l'ho scritta, ma devo dire che tutto sommato ci sta, quasi indica una trama sotterranea fra quei versi. A rileggerci presto! @Nerio qual buon vento! Sono stato impegnato con l'esame di stato e per questo non ci sono stato molto sul forum, ma prometto di rifarmi, tra l'altro non mi dispiacerebbe partecipare al contest estivo. Vediamo se ci tiro fuori qualcosa di buono. Spero tutto bene dalle tue parti. Le tue analisi sono sempre accuratissime, sembri essermi entrato nella testa: qui hai colto nel segno, così come pure nell'interpretazione della "lei" e del suo carattere. come dicevo anche a Floriana, la storia dei bambini si collega con tutte quelle strane corrispondenze (che magari stanno solo nella mia testa) con il verso successivo, ma ovviamente si riferisce nel complesso all'immaturità di noi che spesso preferiamo non si sa cosa ad un amore banale ma sincero. non esageriamo . Ti ringrazio tanto e spero di risentirci presto. Un saluto a tutti, Johnny P.
  9. Ciao @Nekora ! Una poesia interessante per diversi motivi. In primo luogo per la scelte stilistiche: le rime (una rarità nelle poesie moderne) e il discorso riportato con le virgolette. La poesia sembra suggerire, nel suo insieme, una coappartenenza originaria fra memoria e sogno, come se la prima, quando viene recuperata, si trasfiguri necessariamente, senza poter essere ricuperata nella sua integrità e freschezza. Le prime tre strofe sembrano descrivere per associazione spontanea un sogno, reale o meno non importa. A conferire unitarietà a quelle chiazze di immagini è propriamente la struttura stessa della dimensione onirica: quando dormiamo i nostri sogni non hanno una "trama" coerente e tutto si sviluppa in maniera spontanea e caotica, così come le tue immagini, le quali riescono a rendere bene l'idea di un sogno reale e, in questo senso, possiamo parlare di una poesia certamente riuscita. Mi piace la musicalità semplice del componimento e il tentativo di restituire con estrema duttilità il senso ineffabile del sogno. Lasci ai tuoi lettori un senso di vaga malinconia e qualcosa su cui riflettere. Un saluto, Johnny P.
  10. @camparino sono molto contento per te! Ti auguro il meglio
  11. @Marcello ciao! Grazie per il commento e gli immancabili suggerimenti. Trovo difficile sviluppare uno stile personale, per questo sperimento parecchio ultimamente, questo mi sembrava abbastanza riuscito come testo. non mancherò, grazie . @Roberto Ballardini grazie anche a te per il commento e i suggerimenti. non sono proprio capace di scrivere addirittura romanzi . Sono contento che ti sia piaciuta come storia, ma diciamo che semplicemente cerco di "riempire" la trama anche con altre questioni, come la scomparsa dell'istituzione familiare o la paternità. Un saluto, Johnny P.
  12. commento REQUIEM L'aria fresca del mattino inondava la piazzola del mercato, nel frattempo acquirenti e passeggiatori si aggiravano sotto il primo, tiepido sole. La brezza filava leggera e portava lontano l’odore delle patate appena cavate, quello acre dell’aglio o quello inconfondibile del pesce fresco. Andrea si muoveva svelto fra i più mattinieri e le casse di verdura, fermandosi solo dai suoi commercianti di fiducia. Ogni mattina lo stesso giro, gli stessi orari, la stessa spesa e forse pure gli stessi occhi a scrutarlo, senza che in fondo lo guardassero davvero. Dopo poco ebbe tutto l’occorrente per la cena. Preoccupato di non essere pronto in tempo, cominciò a pulire e riordinare un appartamento già lindo; nel primo pomeriggio, la tavola era imbandita; al tramonto, Andrea, dopo essersi lavato e fatto la barba, si annodava la cravatta davanti allo specchio. Diede un rapido sguardo alla casa, trovandola perfettamente come voleva. Si sedette infine sul divano e iniziò a fissare l’orologio. Lei era molto puntuale: le lancette scoccavano le otto quando Andrea sentì un rumore di tacchi che salivano le scale. Nonostante la preparazione psicologica, si agitò, combattuto fra l’impulso di correre ad aprire e le buone maniere, che imponevano di attendere il suono del campanello. Udito il tintinnio, Andrea si precipitò ad aprire. “Ciao papà!” esclamò la ragazza sulla soglia. “Ciao Chiara, prego entra”. Tutti i parenti dicevano che Chiara non assomigliava molto a suo padre e, vedendola crescere, anche Andrea si convinse. Le appese la giacca e la fece accomodare a tavola, curandosi di scostare la sedia per farla sedere. Chiara era ammirata dall’eleganza e dalla galanteria del padre, da tutte le piccole premure che usava ogni volta da trent’anni. “Com’è andato il volo?” chiese Andrea. “Tutto bene grazie, l’unico problema è stato arrivare all’aeroporto. Un traffico immane”. “Non potrei mai abitare in una città grande come Londra. Con John, tutto bene?”. “Direi proprio di sì. I primi problemi di convivenza sono superati, e lui ha ottenuto un aumento” rispose Chiara, mentre Andrea serviva lo sformato di verdure e un calice di vino. “E tu papà, come passi le tue giornate?” domandò la ragazza. “Beh, solita vita da pensionato. Niente di nuovo sotto il sole. L’unica cosa che faccio davvero è ingrigire”. “Hai solo settant’anni, non lo sai che è la nuova gioventù?” Rise Chiara. “Oh bene, allora domani andrò a comprarmi dei pattini e ci vado in giro”. “I pattini si usavano negli anni ottanta papà”. “Hai detto che dovevo tornare giovane, non hai specificato quale giovinezza”. Trascorsero buona parte della serata discorrendo della vita di Chiara a Londra e del suo lavoro, o delle stranezze dei vecchi amici di Andrea. Nel frattempo gustavano la cena e Chiara elogiò più volte la cucina del padre, che non era mai stato bravo a fingersi modesto. La sala comunicava con la cucina ed era illuminata da una luce soffusa, quasi lunare. La condensa sul vetro delle finestre era solcata da piccole goccioline d’acqua; queste s’intrecciavano a formare gocce più grandi, o scendevano rapide senza incontrarsi. Nell’appartamento di Andrea i colori sembravano rispondersi anche a stanze di distanza, grazie a precise simmetrie e accostamenti. Le foto erano sistemate in ordine di tempo, gli ammennicoli disposti dal più piccolo al più grande e i mobili ad angolo retto fra loro. Alcuni oggetti, provenienti dalle latitudini più lontane, creavano un piacevole contrasto con un arredamento tutto sommato classicheggiante e rendevano più accogliente la casa. “Qualche giorno fa ero stata in quel locale che ti dicevo al telefono l’altra volta -disse Chiara- e c’era un tizio all’ingresso che era identico e spiccicato a Ryan Gosling e Jasmine per poco non si beccava un ordine restrittivo da un perfetto sconosciuto”. “Chi è Ryan Gosling?” rispose Andrea storpiando la pronuncia del cognome. “Lascia stare papà, tu sei rimasto a Marlon Brando e Maria Schneider”. Andrea nel frattempo raccoglieva i piatti sporchi per portarli nel lavello e, come talvolta accade, le parole uscirono dalla bocca di Chiara senza passare per il cervello. Dicono che quelle sono le parole migliori, perché vengono dal cuore, lo stomaco o da altre interiora, ma la gente dice troppe cose senza farle passare prima per il cervello. “Perché non mi racconti come vi siete conosciuti tu e la mamma?” esclamò. “Come mai ti è venuta voglia di saperlo?” rispose Andrea vagamente incupito. “Non me l’hai mai detto, sono curiosa”. Il padre lasciò perdere i piatti e tornò a sedersi di fronte alla figlia. Chiuse un istante gli occhi e prese un lungo, profondo respiro. “Portava una giacca di jeans -disse- e delle scarpette basse, i capelli castani raccolti in una lunga treccia e masticava una gomma americana. Sembrava una delle tante spocchiose che aspettavano il tram. Non so perché ma sono andato a sedermi nell’unico posto libero vicino al suo. Non era troppo alta, né troppo magra; mi sentivo a mio agio standole a fianco, perché neppure io ero mai stato qualcosa di preciso. Dopo due o tre fermate iniziò a parlarmi e se ne uscì con una memorabile recensione di “Singin’ in the rain”. Dio quanto parlava! E quando parlava troppo le si coloravano le guance. Scendemmo alla stessa fermata, solo che io non dovevo scendere lì, e lei neppure”. “Dovevate essere proprio due teste calde” sorrise Chiara. “Ricordo che da piccola mi avevi fatto vedere una foto in cui tu e la mamma siete in barca a vela”. “Ce la scattò un certo George, al largo delle coste di Bequia. Tua madre quel giorno non la smetteva di ridere. Rideva per qualsiasi cosa. Non l’avevo mai vista così felice, e così bella. Il sole chiudeva i suoi verdissimi occhi -disse Andrea carezzando l’aria come per accarezzare i ricordi- e quando si passava la mano nei capelli, tutti i braccialetti che aveva facevano un rumore particolare, come quando si accende un fiammifero. Ma prendi con le pinze tutto quello che ti racconto, negli anni ci ho ricamato sopra; di noi due ero io quello romantico” concluse con un nostalgico filo di voce. Chiara, però, pur non dubitando delle parole di suo padre, insisteva a picchiettarsi il ginocchio ed era visibilmente turbata. “Io non potrò mai ringraziarti abbastanza per quello che hai fatto per me: mi hai cresciuta da solo, mi hai dato tutte le possibilità. Sei un buon padre. Però da come ne parli, tu e la mamma vi siete amati davvero, allora perché qui non c’è una sua foto, perché non sei mai andato al cimitero, perché non sei venuto neppure il giorno del funerale? Una risposta me la devi”. Andrea non si scompose: aspettava quella domanda da sempre. “L’hai appena detto: tua madre l’ho amata, e forse l’amo ancora. Sai cosa si deve fare quando due conigli hanno vissuto sempre insieme e uno dei due muore? Bisogna lasciare il coniglio morto vicino a quello vivo, fino a che non si accorgerà che l’altro non c’è più. Solo allora si può seppellire quello morto” rispose Andrea. “Che cosa vuoi dire?”. “Non ho mai seppellito tua madre, per me non è mai morta. Avere intorno sue fotografie, o qualsiasi cosa che me la ricordi non farebbe altro che ucciderla di nuovo, nell’unico posto in cui vive ancora”. La ragazza rimase lungamente in silenzio. “Scusa papà” disse poi sottovoce. “Non preoccuparti Chiara. Forza, mangiamoci una fetta di dolce” rispose Andrea. “Un’ultima cosa. Quando ti fece chiamare nella sua stanza, prima di morire in ospedale, cosa ti ha detto?” domandò Chiara stropicciando il tovagliolo. Negli occhi del padre, la figlia vide passare come un’ombra scura. Un buio che durò poco, presto sopraffatto dall’affetto con cui l’uomo guardava sempre Chiara. “Disse che mi amava e che dovevo prendermi cura di te, poi mi strinse la mano e poi la macchina a cui l’avevano attaccata iniziò a suonare…beh lo sai cosa succede poi” concluse Andrea. La ragazza capì che il tempo della memoria era finito. La serata volse al termine. Chiara abbracciò forte il padre e, nel chiudere l’uscio, fece pianissimo. Fuori il cielo notturno era limpido e stellato. L’uomo stava ultimando la pulizia dei fornelli, quando sentì una voce acuta e leggera. Dietro di lui, sulla poltrona cenere, sedeva una donna magra, con le scarpette basse e i capelli castani raccolti in una lunga treccia. “Grazie per non averle detto la verità”, disse la donna. “Che senso avrebbe farle del male ora come ora” rispose Andrea. “Chiara aveva ragione, sei stato un buon padre”. “Le ho semplicemente voluto bene”. “Hai fatto molto di più. Hai reso mia figlia felice e lo hai fatto scegliendolo, scegliendo di essere suo padre. Te ne sei mai pentito?”. “Mai -e aggiunse- Chiara non t’assomiglia tanto, deve aver ripreso dal padre”. La donna prese a guardare con gli occhi grandi il bianco del soffitto e notò che delle piccole crepe, appena visibili, disegnavano i contorni di un cipresso. “Potrai perdonarmi un giorno?” chiese. Andrea la guardò un’ultima volta, poi spense la luce e andò a dormire.
  13. Io credo che le persone, in generale, vorrebbero solo essere capite, neppure accettate e neppure approvate, semplicemente capite. Sarà forse per questa nostra patologica solitudine, però è evidente che la scrittura è un modo edulcorato di comunicare, di farci capire. Ora, la reazione delle persone di fronte all'incomprensione è varia e varia da situazione in situazione, ma non credo che ci sia tutta questa necessità di etichettare quelle persone come "casi umani". In fondo siamo stati tutti (chi più chi meno immagino) incomprensi o "casi umani", anche se a questo punto sarebbe il caso di eliminare i "casi" e restare tutti un po' più umani, forse troppo umani. Un saluto, Johnny P.
  14. @Luna grazie! Contento che ti sia piaciuto
  15. che brutto termine questa frase è comunque molto contorta, la rivedrei con calma. meglio un punto esclamativo la seconda virgola non dovrebbe stare lì. In generale è un buon racconto, scritto bene e senza dubbio interessante per talune considerazioni, ma anche per il ritratto quotidiano di una donna di mezz'età. La tua scrittura è simpatica e scorrevole, però essendo il racconto molto povero di azioni, ed essendo anche molto lungo, risulta a tratti pesante da leggere. Ti consiglierei di snellirlo molto. Probabilmente le donne si riconosceranno nell'accurata introspezione psicologica, da cui gli uomini magari troveranno anche spunti di riflessione, se non altro anche dai due elementi maschili della gelateria. Una piacevole lettura. Un saluto, Johnny P.
  16. commento Traccia 1: Uno GATTACCI Come gattacci adagiati sui tetti teniam per noi la quiete della notte, figli di ebbre taverne e bianche nubi di alati angeli e vagabonde piazze. Questo vagar s’arresta ad ogni porta perché di dolci nenie torna l’eco ma quel che il vespro dona, il giorno toglie e dei balconi sospiranti l’ora della sera, non resta che la sorte negletta di due travi e una finestra. Vedrai, lontano da queste nostalgie, folle irreali, spettri ancora in vita, sapranno solo sussurrare insulti per la morte o la vita da randagio, per quel sorriso che ancora ti tiene teso alle stelle da un mar di ricordi. Volti indelebili nelle memorie tormentano le nostre notti pigre cullate eternamente da una luna che fa da moglie, da madre e madonna.
  17. commento Gente col gilet È roba da gente senza maniche dire quello che per la testa passa o resta e via non va. Gente col gilè, con la camicia ma non la cravatta, rimasti soli al mondo per essere diversi ad ogni costo. Baudelaire era pazzo, ma portava il gilè e per questo lo apprezzo. Socrate lo avrebbe portato bene. Gesù lo porterebbe anche con stile. Gente che ogni bicchiere lo vede mezzo pieno e spesso capita che lo riempiano. Col gilè non andrai mai in paradiso però starai da Dio. Gente triste, capace di mancare soltanto quando non può più tornare.
  18. I PESCATORI Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Giovanni (Ap 12,7-8) Affogava il sole negli oceani lontani, dilaniava caldi bagliori scarlatti fra creste mutevoli ed onde leggere; suonavano i porti agli albori della sera. I contorni sbiaditi e gli occhi stanchi trovarono eco in tremule sagome sognanti di due pescatori alle soglie del mare. Un’aria madida e salmastra disse: Amen. Il filo da pesca era immobile, ma quello dei ricordi seguiva orizzonti malinconici e silenti; il freddo saggiava la nuda spiaggia, incombeva il vespro con il capo chino. I pesci più piccoli, i pesci che non sanno abboccare, avevan da molto tempo divorato l’ultimo verme nell’amo impigliato. Il vuoto del secchio parlò: disse: Amen. Un piccolo ciottolo, levigato dalle acque, venne sul limitare della grigia scogliera; loro non capirono, ma forse capirono e non vollero crederci: era la pace dei fiori a settembre, della vela che torna a riveder la riva. Al di là del mare c’era un’altra pietà. Sonnecchiando, il Capitano bisbigliò: Amen.
  19. Salve a tutti. Sto leggendo con estremo interessa il libro "Vita liquida" del compianto Bauman, e siccome ho ritenuto che quanto scritto in questo libro descrivesse in maniera tragicamente lucida la nostra società moderna, ma anche per meglio assimilare ciò che ho letto, ho scritto un piccolo report dei concetti che mi hanno colpito di più. Ci sono ampie citazioni letterali e tutto ciò che leggerete è stato scritto e pensato da Bauman, io mi sono semplicemente messo a riassumere, con tutti i limiti di un lavoro fatto essenzialmente per una mia personale comprensione del testo. Vi invito quindi semplicemente a leggerlo attentamente e a farmi sapere cosa ne pensate voi, magari intavolando una discussione costruttiva sull'argomento. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Gli individui non possono concretizzare i propri risultati in beni duraturi: tutte le attività si traducono in passività e le capacità in incapacità. Dunque, è incauto trarre lezioni dall'esperienza. Tra le arti del vivere liquido-moderno sapersi sbarazzare delle cose è più importante che non acquistarle: i rifiuti sono infatti il principale prodotto e anche il più abbondante nella società liquido-moderna. Lo smaltimento dei rifiuti è perciò una delle due principali sfide che la vita liquida ha di fronte; l’altra riguarda il finire tra i rifiuti. La vita è ancora un vivere-per-la-morte, ma in questa società il vivere-per-la-discarica può essere una prospettiva molto più preoccupante e immediata. Tutto in una società liquida è in movimento, ciò che si ferma o si attacca muore. La società liquida non può mai fermarsi, deve modernizzarsi o perire. Dunque gli uomini che riescono a sbarazzarsi con leggerezza di ogni cosa, materiale o immateriale, sono quelli in cima alla piramide sociale, ed essi sanno sbarazzarsi con facilità anche dell’identità, per procurarsene una nuova, più adatta, moderna. Queste persone hanno successo e non hanno proprietà, la loro ricchezza deriva dall'unico asset che essi portano con sé: la conoscenza delle leggi del labirinto. Un tipo di uomo moderno è definito del “sottoproletariato dello spirito”, è colui che è materialmente benestante, ma immiserito e affamato sul piano spirituale, poiché stanco di tutto ciò di cui ha goduto fino a quel momento, e che quindi si getta con slancio nella novità, nell'inesplorato, vive nel presente grazie al presente, vive per sopravvivere e per ricevere gratificazione. Nella modernità ciò che conta è la velocità, non la durata. Andando alla giusta velocità si può consumare tutta l’eternità nell'ambito del presente: non ci si deve più preoccupare di ciò che è eterno, nell'arco di una vita mortale diviene possibile esaurire tutto quanto abbia l’eternità da offrire. Dunque l’eterno è abolito, ma non l’infinito: non è possibile liberare dal tempo la vita mortale, ma si può rimuovere qualsiasi limite alla quantità di gratificazioni da provare prima di aver raggiunto quel confine inamovibile. Dalle precedenti considerazioni segue che la vita liquida è una vita di consumi. Essa marchia il mondo e ogni suo frammento, animato e inanimato, come oggetti di consumo: vale a dire oggetti che perdono la propria utilità man mano che vengono usati. La vita liquida modella secondo i canoni degli oggetti di consumo il giudizio e la valutazione di tutti i frammenti, animati e inanimati, del mondo: “consumo, quindi sono”. Neppure gli individui possono sfuggire a questa legge: solo in quanto merci, in grado di provare il loro valore d’uso, i consumatori hanno accesso alla vita di consumi. Per quanto intensamente concentrato sull'oggetto del desiderio, l’occhio del consumatore non può che considerare marginalmente anche il valore commerciale del soggetto del desiderio. Vita liquida significa auto-esame, autocritica e autocensura costanti. La vita liquida si alimenta dell’insoddisfazione dell’io rispetto a se stesso, essa dota il mondo esterno, e tutto ciò che nel mondo non faccia parte dell’io, di un valore essenzialmente strumentale. Dal punto di vista della società liquida la conservazione dei rifiuti dell’autoriforma (ossia degli oggetti animati o inanimati da cui l’individuo si è staccato nella sua liquida mobilità) è irrazionale: essi non hanno motivo di essere per il semplice fatto di esistere. Per questo l’avvento della società liquido-moderna ha posto fine alle utopie sulla società, e più in generale il tramonto di idea di “società buona”. Una riforma della società può avere come fine tutt'al più quello di migliorare il servizio di vigilanza sulla sicurezza degli individui che si auto-riformano.
  20. @sira sì avevo diviso come hai detto tu, con dialefe fra la tronca "tuonò" e "impietoso". Ora che ho capito il significato dell'acero rosso -molto bello, anche di più ora che ne ho colto il simbolismo- si chiarifica bene anche il senso della poesia. Grazie per le delucidazioni. Un saluto, Johnny P.
  21. @sira ciao! Parto con qualche osservazione sul testo poi passo al contenuto. Non capisco se stai usando novenari oppure no. Perché sul primo verso ci siamo, sugli altri due no, dove tra l'altro si addolcisce l'aspro che suppongo volessi trasmettere. Ti propongo qualche modifica che ho pensato: l'obbiettivo è quello di enfatizzare i suoni duri e il ritmo spezzato. Fammi sapere cosa ne pensi, dopo averci riflettuto attentamente. Sulla secondo strofa concordo con queffe: eliminerei l'imperfetto (forse pure la rima baciata). L'addio tuonò impietoso; ad ogni passo lontano da noi sgretolavi un pezzo di cielo. La mia interpretazione è un po' troppo romanzata forse. Comunque l'ho vista come una poesia dell'abbandono: una persona che abbandona la sua famiglia (quel "noi" mi ha fatto pensare all'ambito famigliare) con tanta, troppa leggerezza; il fardello che lascia è l'assenza, il ricordo misto a rimorso, e sopratutto quel senso di mancanza e di vuoto in tutte le piccole cose della vita. Hai scelto gli aceri rossi per un qualche motivo in particolare? Mi è piaciuta molto come immagine, sono inusuali come piante poetiche e mi chiedevo se ci fosse qualche significato dietro. Io ci ho sentito una forte carica emozionale negativa, di un risentimento forse mitigato dagli anni (?) ma comunque presente. Difficile mettere tutto in così pochi versi, o comunque non così scontato. Anzi, direi che la parola "scontato" non ti calza affatto. Bel lavoro. Un saluto, Johnny P.
  22. Ma chi sarebbe codesto Criptico, di cui tanto sento parlare? . @Joyopi perchè non ti vedi alle aziende pubblicitarie?
  23. commento 1 commento 2 REQUIEM L’aria fresca del mattino inondava la piazzola del mercato, che, avvolta dal primo, tiepido sole, si offriva al vagare guardingo di acquirenti e passeggiatori. Filava leggera, la brezza, e portava lontano l’odore di terra delle patate appena cavate, quello acre dell’aglio o quello inconfondibile del pesce fresco. Andrea si muoveva agile fra le persone più mattiniere e le casse di verdura, fermandosi solo davanti alle postazioni dei suoi commercianti di fiducia, quelli che lui chiamava “trafiquant”, in francese, perché sapevano procurargli gli ingredienti più pregiati. Trascorsa una mezz’ora, decise che aveva tutto l’occorrente per la cena di quella sera. Aveva fama di non essere mai puntuale, così, preoccupato di fare una magra figura, cominciò a pulire e sistemare casa già dall’ora di pranzo; nel primo pomeriggio, la tavola era imbandita e buona parte della cena pronta; al tramonto, Andrea, dopo essersi lavato e fatto la barba, si annodava la cravatta Marinella davanti allo specchio del bagno. Mancavano ancora molto ore all’arrivo della sua ospite. Andrea diede un rapido sguardo alla casa, trovandola perfettamente come voleva, si sedette dunque sul divano e iniziò a fissare l’orologio. Era quasi tempo ormai. Andrea sentì un rumore di tacchi che salivano le scale e si agitò, combattuto fra l’impulso di correre ad aprire la porta e le buone maniere, che imponevano di attendere il suono del campanello. Scelse il bon ton e aspettò trepidante l’invitata. Udito il tintinnio, Andrea si precipitò ad aprire. “Ciao papà!” esclamò la ragazza sulla soglia. “Ciao Chiara, prego entra” rispose prontamente Andrea. Prese la giubba amaranto di lei e l’appese, dopodiché fece accomodare Chiara a tavola, curandosi di spostare la sedia per farla sedere. La ragazza era ammirata dall’eleganza e dalla galanteria del padre, da tutte le piccole premure che usava ogni volta da trent’anni. “Com’è andato il volo?” chiese Andrea. “Tutto bene grazie, l’unico problema è stato arrivare all’aeroporto. Un traffico immane”. “Io non potrei mai abitare in una città grande come Londra. Con John, si chiama così se non sbaglio, tutto fila liscio?”. “Direi proprio di sì, ha anche ottenuto un aumento di recente” rispose Chiara, mentre Andrea le serviva lo sformato di verdure e un calice di vino. “E tu papà, come passi le tue giornate?” domandò la ragazza. “Beh, solita vita da pensionato insomma. Niente di nuovo sotto il sole. L’unica cosa che faccio davvero è imbiancare”. “Hai solo settant’anni papà, non lo sai che è la nuova gioventù?” disse Chiara ridendo. “Oh bene, allora domani andrò a comprarmi una di quelle tavolette infernali e ci vado in giro”. “Si chiama Skateboard, e comunque ti vedrei più con dei pattini”. Trascorsero buona parte della serata discorrendo amabilmente della vita di Chiara a Londra e del suo lavoro, o delle stranezze dei vecchi amici di Andrea. Nel frattempo gustavano la cena e Chiara elogiò più volte la cucina del padre, il quale celò malamente il suo orgoglio dietro una falsa modestia. La stanza dove stavano mangiando era illuminata da una luce soffusa, quasi lunare. La condensa sul vetro delle finestre era solcata da piccole goccioline d’acqua, che s’intrecciavano a formare gocce più grandi, o scendevano rapide senza posa. Il gusto estetico di Andrea era rivelato dai dettagli, dagli accostamenti cromatici e dal mobilio essenziale: tutto sembrava rispondersi anche a stanze di distanza. Inoltre Andrea era stato un instancabile viaggiatore, e l’appartamento rifletteva la sua passione, agghindato com’era da oggetti provenienti dalle latitudini più lontane. “Qualche giorno fa ero stata in quel locale che ti dicevo al telefono l’altra volta, e c’era un tizio all’ingresso che era identico e spiccicato a Ryan Gosling” disse Chiara. “Chi?” rispose Andrea. “Lascia stare papà, tu sei rimasto a Marlon Brando e Maria Schneider”. Avevano sempre molte cose da dirsi padre e figlia, perché si vedevano poco o nulla da quando Chiara era partita per l’Inghilterra. Così, le poche occasioni che avevano per stare insieme cercavano di sfruttarle al meglio, sfogando tutte le loro parole e le loro esperienze, anche le più stupide, con una frenesia e una voglia miracolose. A un tratto, mentre Andrea raccoglieva i piatti sporchi per portarli nel lavandino, la ragazza lo stupì con una domanda. “Perché non mi racconti come vi siete conosciuti tu e la mamma?”. “Come mai ti è venuta voglia di saperlo?” rispose Andrea leggermente incupito. “Non me l’hai mai detto”. Il padre lasciò perdere i piatti e tornò a sedersi di fronte a sua figlia. Prese un lungo respiro e, con un cenno della testa, fece capire a Chiara che le avrebbe detto tutto. “Portava una giacca di jeans e delle scarpette basse, i capelli castani raccolti in una lunga treccia e masticava una gomma americana. Sembrava una delle tante superficiali e spocchiose che stavano con lei ad aspettare il tram. Non lo so perché l’occhio mi cadde proprio sulla sua pelle bianchissima, né perché andai a sedermi nell’unico posto libero vicino al suo. Quello che si dice un colpo di fulmine. E comunque non fui io ad attaccare bottone. Fu lei che iniziò a parlarmi, così, senza motivo. Sai con cosa esordì? Con una memorabile recensione di “Singin’ in the rain”. La sera stessa andammo a mangiare insieme, quella dopo a letto”. “Dovevate essere proprio due teste calde -esclamò Chiara ridendo-. Ricordo quella foto in cui tu e la mamma siete su una barca vela. Solo che non la riesco a ritrovare”. “Ce la scattò un certo George, al largo delle coste di Bequia. Tua madre quel giorno non la smetteva di ridere. Rideva per qualsiasi cosa. Non l’avevo mai vista così felice e così bella. Il sole chiudeva i suoi verdissimi occhi -disse Andrea con lo sguardo perso, mentre muoveva la mano come se stesse accarezzando ancora la moglie-, e quando si passava la mano nei capelli, tutti i braccialetti che aveva facevano un rumore strano, come quando si accende un fiammifero. Fu il periodo più bello della mia vita” concluse con un nostalgico filo di voce. Chiara aveva ascoltato ammirata, riscoprendo nelle parole del padre il grande amore che dovette legare i suoi genitori. Andrea si alzò nuovamente e finì di raccogliere i piatti, quindi prese il dolce e lo portò in tavola, mentre Chiara si picchiettava l’indice sulla coscia. “Io non potrò mai ringraziarti abbastanza per quello che hai fatto per me: mi hai cresciuta da solo e mi hai dato tutte le possibilità, lavorando tanto e facendo molti sacrifici, non credere che non lo sappia o che non te ne sia riconoscente. Sei stato davvero un buon padre. Da come ne parli, tu e la mamma vi siete amati davvero, allora perché qui non c’è una sua foto, perché non sei mai andato a trovarla al cimitero, perché non sei venuto neppure il giorno del funerale? Una risposta me la devi” sbottò Chiara di colpo. “L’hai appena detto: tua madre l’ho amata davvero. Sai cosa si deve fare quando due conigli hanno vissuto una vita insieme e uno dei due muore? Si deve lasciare il coniglietto morto vicino a quello vivo, in modo che possa accorgersi che l’altro non c’è più. Solo dopo si può seppellire quello morto” rispose Andrea. “Che cosa vuoi dire?”. “Che io non ho mai seppellito tua madre perché per me non è mai morta. Avere intorno sue fotografie, o qualsiasi cosa che me la ricordi non farebbe altro che ucciderla di nuovo, nell’unico posto in cui vive ancora”. Chiara a questa risposta rimase in silenzio, sentendosi in colpa per il modo in cui si era rivolta al padre, vergognandosi di tutte le idee che si era fatta sul suo conto negli anni. “Scusa papà, non volevo” disse la ragazza con un filo di voce. “Non preoccuparti Chiara. Forza, mangiamoci questa fetta di dolce” rispose il padre. “Un’ultima cosa. Quando ti fece chiamare nella sua stanza, prima di morire in ospedale, cosa ti ha detto?” domandò Chiara. “Mi disse che mi amava e che dovevo prendermi cura di te, poi mi strinse la mano e se ne andò”. La serata era volta al termine. Chiara, prima di andarsene, abbracciò forte il padre e bagnò di pianto la sua camicia. Andrea carezzò il suo viso e asciugò le ultime lacrime della figlia, dopodiché la lasciò andare. Quando tornava in Italia, Chiara preferiva sistemarsi nella casa dove abitava da bambina, e Andrea rispettava a malincuore l’indipendenza della ragazza. Fuori il cielo notturno era limpido e stellato. L’uomo stava ultimando la pulizia dei fornelli, quando sentì chiamare una voce femminile. Dietro di lui, seduta sulla poltrona, stava una donna magra, con le scarpette basse e i capelli castani raccolti in una lunga treccia. “Grazie per non averle detto la verità”, disse la donna. “Che senso avrebbe farle del male ora come ora” rispose Andrea. “Chiara aveva ragione, sei stato un buon padre”. “Le ho semplicemente voluto bene”. “No, hai fatto molto di più. Hai reso mia figlia felice, hai sacrificato la tua vita per la sua felicità. Ci vuole molto coraggio per fare quello che hai fatto, e lo hai fatto scegliendolo, scegliendo di essere suo padre. Te ne sei mai pentito?”. “Mai” rispose Andrea senza esitare. “E me invece? Potrai perdonarmi un giorno?” chiese la donna. Andrea la guardò un’ultima volta, poi spense la luce della stanza e andò a dormire.
  24. Ciao @wyjkz31 ! Che piacere risentirti. Spero tutto bene. L'ho inserito per indicare come il protagonista conoscesse più di una lingua, e quindi la passione per i viaggi, nonché una buona cultura. Li ho messi tutti e tre . Non ci avevo neppure lontanamente pensato, però è una buona idea. Qualche tempo fa lo lessi, ne sono abbastanza convinto, ma non sicurissimo. La scene del pianto l'ho eliminata, mentre la seconda mi sembrava importante da specificare: tendenzialmente quando tornano da lontano i figli dormono nelle case dei genitori. Inoltre è indicativo del fatto che Andrea abbia cambiato casa rispetto a dove abitava con la moglie. In questa prima "redazione" del racconto forse hai ragione, ma nella seconda ho reso il protagonista più ossessivo: ordina tutto, fa sempre uno stesso giro e cose così. Piccoli indizi segni di una follia che un poco si annida nel sua psiche. Inoltre, e non so quanto si capisca, il fatto che non riconosca la moglie come morta, costringe il suo fantasma a non staccarsi più da lui. In una specie di contrappasso. Questo rende la mancanza di perdono una vera e propria crudeltà. I temi che mi premeva toccare in questo racconto sono, infatti, la disgregazione della famiglia e il valore del perdono. Forse sono un po' troppo sotterranei, ma d'altronde era abbastanza voluta la cosa. A breve pubblicherò la seconda versione, che ha risentito eccome del tuo commento . Le frasi sono un po' troppo arzigogolate per me, però non ho uno stile mio, non ancora comunque, e quindi sperimento. Un saluto, Johnny P.