Johnny P

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  1. Il contest più contestato di sempre, e me lo sono perso... Imperdonabile, sono imperdonabile
  2. Salve a tutti! Grazie @Anglares che mi tieni aggiornato su queste cose! Ultimamente ho iniziato a fare la vita universitaria e ho perso capelli, gioia di vivere e molto tempo. Ho dato un'occhiata al regolamento del contest e devo dire che mi ha incuriosito soprattutto per il largo spazio dato all'attività interpretativa (da un lato interpretare le immagini, quindi le poesie e gli stralci) e per il sano mix fra arti che ricorre spesso, in verità, sul forum. Spero di riuscire a ritrovare tempo e capelli per partecipare, i secondi più indispensabili del primo. Un saluto, Johnny P.
  3. Ciao, non vorrei fare il superficiale, ma nella tua poesia non ho trovato troppi simbolismi (che magari ci sono e non ho colto), anzi l'ho letta in maniera molto fresca e mi è piaciuto come hai trasferito su un piano particolare, quello delle carte francesi, pensieri di tutti e di tutti i giorni. Alla fine non c'erano ragionametnti complessi, ma riflessioni quotidiane, che sapevano anche di già sentito, ad esempio: Però, trasferite su un piano così straniante, assumono un'altra veste e invitano a riflettere, a guardare ciò che siamo abituati a vedere ogni giorno con occhi nuovi. Ho trovato veramente molto intelligente questo procedimento e, anche se non mi trovi d'accordo circa frantumazione del verso che hai operato, la poesia l'ho sentita amica e l'ho apprezzata per concretezza e sensibilità. Gli ultimi versi sono quelli che ho trovato più intriganti; sono una chiusa eccellente, quasi una poesia a se. Bel lavoro. Un saluto, Johnny P.
  4. @Bella zi ciao! Non sono un esperto di poesia dialettale e non sono neppure Romano. Mi limito pertanto a complimentarmi con te per la strada del dialetto, coraggiosa, difficile ma nobile da perseguire. Inoltre mi piace quest'idea di una poesia metafisica e di borgo insieme, un mashup interessante. Ultima cosa, mi sembra che la lingua non sia uniforme, è una scelta voluta o è una mia impressione? Comunque molto bravo. Un saluto, Johnny P.
  5. @Nanni ciao! Sembra un racconto distopico il tuo. Da migliorare dal punto di vista stilistico, a volte la lettura si intoppa. Ma nel complesso l'ho trovato un bel racconto. "Bocca arida" è uno strano accostamento, non è meglio qualcosa tipo "bocca asciutta"? Nel resto del racconto d'altronde non usi un registro particolare. Quel "qualche" sembra ridurre la quantità infinita di tavolini. Ortogonale è un termine un po' troppo specifico, nonché abbastanza inutile. propongo: Si era accasciato sulla sedia strabuzzando gli occhi e ci rimase, immobile. Toglie un po' di suspense, meglio farcelo scoprire poco a poco di cosa stai parlando. Il pezzo del dottore mi lascia un poco perplesso: troppo semplice, escogita un modo più articolato. Se fosse così facile non sarebbe stato lui il primo a pensarci non credi? propongo: avrei sperimentato la cosa dal vero, nessuna simulazione. Più inquietante così: Dopo di me, ce ne saranno altri. Molto buona l'idea, mi raccomando lavoraci su. A rileggerti presto! Un saluto, Johnny P.
  6. Ciao Sira, bellissima poesia. Ti leggo spesso, però purtroppo ho poco tempo per i commenti ultimamente, ma commentare questa poesia è un dovere. Hai uno stile particolare, ammetto di non essere riuscito a decifrarlo del tutto: abbini termini desueti (è proprio il caso di dirlo) a parole più trite, i versi sono talvolta prosaici, talvolta musicali. Credo tu scriva da molto, perché si vede che comunque una tua cifra l'hai trovata. Direi che anche l'abbondanza della tua produzione è testimone di ciò. Inizi col descrivere in maniera originale questi benedetti occhi (a quanto pare sono la parte più significativa del corpo per poeti, medici, imprenditori, preti e papponi), e dall'opacità del loro consueto essere traiamo il senso di vecchiaia e di stanchezza di quest'uomo, ma anche la luminosità e la ritrovata energia e bellezza nel vedere gli occhi di Lei. Questa lei non è dato saperci se sia la figlia, la nipote o la moglie (è vero che la poesia si intitola "Nonno", ma questo non implica che necessariamente sia la nipote a parlare del suo rapporto col nonno, ci dice semplicemente che stai descrivendo un nonno); fra le tre interpretazioni è facile propendere per la seconda, visto che poi parli di "ninnananna" e del fatto che lei non sappia nulla del tempo e dell'oblio, tuttavia anche la romantica interpretazione della moglie è praticabile: la ninnananna è desueta, quindi non necessariamente deve essere per una bambina, e il fatto che la donna non sappia nulla del tempo potrebbe semplicemente essere dovuto al fatto che agli occhi del nonno la moglie è giovane sempre, a causa di quell' "Imperituro amore". Nel complesso una poesia molto ben scritta, armoniosa nella composizione, aperta e interessante. Talvolta quando scrivi si sente quel passaggio dal prosaico al poetico, qui invece conduci tutto senza scossoni, come lungo una curva lenta. Non comprendo molto il senso della "e" a inizio della seconda strofa, magari potresti semplicemente aggiustare un minimo la punteggiatura per sistemare il tutto senza cambiare le parole. Comunque, ripeto, la poesia è scritta molto bene, diciamo pure che cercavo il pelo nell'uovo. Complimenti ancora, mi è piaciuta molto. Un saluto, Johnny P.
  7. @Anglares ciao e bentrovata! Ti ringrazio per il bel commento e per i suggerimenti. Mi piace molto rivedere quello che scrivo, non mancherò quindi di tener presente le tue osservazioni. Tra l'altro, hai giustamente notato che la poesia è divisa in tre blocchi, solo che alla consueta divisione in strofe ho preferito una divisione data dal metro (endecasillabi, poi settenari e infine endecasillabi e settenari con un novenario). Lo credevo anch'io, ma ho ritenuto fossero in grado di rendere al meglio proprio la banalità di un amore così, sia in positivo che in negativo. Grazie! @Floriana hai ragione, ultimamente mi sto facendo più difficile, sarà un periodo. La C è maiuscola per indicare il corso di una città, quello principale non uno qualunque. La storia dei bambini è un po' più complicata: sono gli uomini di tutti i giorni. Sono bambini (i migliori quando si tratta di giocare) troppo grandi, che quindi non riescono a giocare bene, d'azzardo però, un gioco per adulti. Credo sia più complicato da spiegare che altro, diciamo che si trovano in opposizione bambini-d'azzardo grandi-giocare, associati però in maniera più naturale. Alla fine, ogni poesia è di chi la legge; non pensavo a questa particolare interpretazione quando l'ho scritta, ma devo dire che tutto sommato ci sta, quasi indica una trama sotterranea fra quei versi. A rileggerci presto! @Nerio qual buon vento! Sono stato impegnato con l'esame di stato e per questo non ci sono stato molto sul forum, ma prometto di rifarmi, tra l'altro non mi dispiacerebbe partecipare al contest estivo. Vediamo se ci tiro fuori qualcosa di buono. Spero tutto bene dalle tue parti. Le tue analisi sono sempre accuratissime, sembri essermi entrato nella testa: qui hai colto nel segno, così come pure nell'interpretazione della "lei" e del suo carattere. come dicevo anche a Floriana, la storia dei bambini si collega con tutte quelle strane corrispondenze (che magari stanno solo nella mia testa) con il verso successivo, ma ovviamente si riferisce nel complesso all'immaturità di noi che spesso preferiamo non si sa cosa ad un amore banale ma sincero. non esageriamo . Ti ringrazio tanto e spero di risentirci presto. Un saluto a tutti, Johnny P.
  8. ECHI DI PASSEGGIO Immagino, un giorno, camminerai fra sera e Corso, presa dalla cena o dalle strane coincidenze, mentre ti scosti per non calpestare un fiore. Ti passeranno accanto affamati di vita, bambini troppo grandi per giocare d’azzardo, per un letto qualunque di un costo qualunque che li ami di un amore banale. Nel bassotto rognoso e solitario, che si gratta bramando teneri ossi, cerca una scontrosa dolcezza perché porta il mio nome.
  9. Ciao @Nekora ! Una poesia interessante per diversi motivi. In primo luogo per la scelte stilistiche: le rime (una rarità nelle poesie moderne) e il discorso riportato con le virgolette. La poesia sembra suggerire, nel suo insieme, una coappartenenza originaria fra memoria e sogno, come se la prima, quando viene recuperata, si trasfiguri necessariamente, senza poter essere ricuperata nella sua integrità e freschezza. Le prime tre strofe sembrano descrivere per associazione spontanea un sogno, reale o meno non importa. A conferire unitarietà a quelle chiazze di immagini è propriamente la struttura stessa della dimensione onirica: quando dormiamo i nostri sogni non hanno una "trama" coerente e tutto si sviluppa in maniera spontanea e caotica, così come le tue immagini, le quali riescono a rendere bene l'idea di un sogno reale e, in questo senso, possiamo parlare di una poesia certamente riuscita. Mi piace la musicalità semplice del componimento e il tentativo di restituire con estrema duttilità il senso ineffabile del sogno. Lasci ai tuoi lettori un senso di vaga malinconia e qualcosa su cui riflettere. Un saluto, Johnny P.
  10. @camparino sono molto contento per te! Ti auguro il meglio
  11. @Marcello ciao! Grazie per il commento e gli immancabili suggerimenti. Trovo difficile sviluppare uno stile personale, per questo sperimento parecchio ultimamente, questo mi sembrava abbastanza riuscito come testo. non mancherò, grazie . @Roberto Ballardini grazie anche a te per il commento e i suggerimenti. non sono proprio capace di scrivere addirittura romanzi . Sono contento che ti sia piaciuta come storia, ma diciamo che semplicemente cerco di "riempire" la trama anche con altre questioni, come la scomparsa dell'istituzione familiare o la paternità. Un saluto, Johnny P.
  12. Io credo che le persone, in generale, vorrebbero solo essere capite, neppure accettate e neppure approvate, semplicemente capite. Sarà forse per questa nostra patologica solitudine, però è evidente che la scrittura è un modo edulcorato di comunicare, di farci capire. Ora, la reazione delle persone di fronte all'incomprensione è varia e varia da situazione in situazione, ma non credo che ci sia tutta questa necessità di etichettare quelle persone come "casi umani". In fondo siamo stati tutti (chi più chi meno immagino) incomprensi o "casi umani", anche se a questo punto sarebbe il caso di eliminare i "casi" e restare tutti un po' più umani, forse troppo umani. Un saluto, Johnny P.
  13. @Luna grazie! Contento che ti sia piaciuto
  14. commento REQUIEM L'aria fresca del mattino inondava la piazzola del mercato, nel frattempo acquirenti e passeggiatori si aggiravano sotto il primo, tiepido sole. La brezza filava leggera e portava lontano l’odore delle patate appena cavate, quello acre dell’aglio o quello inconfondibile del pesce fresco. Andrea si muoveva svelto fra i più mattinieri e le casse di verdura, fermandosi solo dai suoi commercianti di fiducia. Ogni mattina lo stesso giro, gli stessi orari, la stessa spesa e forse pure gli stessi occhi a scrutarlo, senza che in fondo lo guardassero davvero. Dopo poco ebbe tutto l’occorrente per la cena. Preoccupato di non essere pronto in tempo, cominciò a pulire e riordinare un appartamento già lindo; nel primo pomeriggio, la tavola era imbandita; al tramonto, Andrea, dopo essersi lavato e fatto la barba, si annodava la cravatta davanti allo specchio. Diede un rapido sguardo alla casa, trovandola perfettamente come voleva. Si sedette infine sul divano e iniziò a fissare l’orologio. Lei era molto puntuale: le lancette scoccavano le otto quando Andrea sentì un rumore di tacchi che salivano le scale. Nonostante la preparazione psicologica, si agitò, combattuto fra l’impulso di correre ad aprire e le buone maniere, che imponevano di attendere il suono del campanello. Udito il tintinnio, Andrea si precipitò ad aprire. “Ciao papà!” esclamò la ragazza sulla soglia. “Ciao Chiara, prego entra”. Tutti i parenti dicevano che Chiara non assomigliava molto a suo padre e, vedendola crescere, anche Andrea si convinse. Le appese la giacca e la fece accomodare a tavola, curandosi di scostare la sedia per farla sedere. Chiara era ammirata dall’eleganza e dalla galanteria del padre, da tutte le piccole premure che usava ogni volta da trent’anni. “Com’è andato il volo?” chiese Andrea. “Tutto bene grazie, l’unico problema è stato arrivare all’aeroporto. Un traffico immane”. “Non potrei mai abitare in una città grande come Londra. Con John, tutto bene?”. “Direi proprio di sì. I primi problemi di convivenza sono superati, e lui ha ottenuto un aumento” rispose Chiara, mentre Andrea serviva lo sformato di verdure e un calice di vino. “E tu papà, come passi le tue giornate?” domandò la ragazza. “Beh, solita vita da pensionato. Niente di nuovo sotto il sole. L’unica cosa che faccio davvero è ingrigire”. “Hai solo settant’anni, non lo sai che è la nuova gioventù?” Rise Chiara. “Oh bene, allora domani andrò a comprarmi dei pattini e ci vado in giro”. “I pattini si usavano negli anni ottanta papà”. “Hai detto che dovevo tornare giovane, non hai specificato quale giovinezza”. Trascorsero buona parte della serata discorrendo della vita di Chiara a Londra e del suo lavoro, o delle stranezze dei vecchi amici di Andrea. Nel frattempo gustavano la cena e Chiara elogiò più volte la cucina del padre, che non era mai stato bravo a fingersi modesto. La sala comunicava con la cucina ed era illuminata da una luce soffusa, quasi lunare. La condensa sul vetro delle finestre era solcata da piccole goccioline d’acqua; queste s’intrecciavano a formare gocce più grandi, o scendevano rapide senza incontrarsi. Nell’appartamento di Andrea i colori sembravano rispondersi anche a stanze di distanza, grazie a precise simmetrie e accostamenti. Le foto erano sistemate in ordine di tempo, gli ammennicoli disposti dal più piccolo al più grande e i mobili ad angolo retto fra loro. Alcuni oggetti, provenienti dalle latitudini più lontane, creavano un piacevole contrasto con un arredamento tutto sommato classicheggiante e rendevano più accogliente la casa. “Qualche giorno fa ero stata in quel locale che ti dicevo al telefono l’altra volta -disse Chiara- e c’era un tizio all’ingresso che era identico e spiccicato a Ryan Gosling e Jasmine per poco non si beccava un ordine restrittivo da un perfetto sconosciuto”. “Chi è Ryan Gosling?” rispose Andrea storpiando la pronuncia del cognome. “Lascia stare papà, tu sei rimasto a Marlon Brando e Maria Schneider”. Andrea nel frattempo raccoglieva i piatti sporchi per portarli nel lavello e, come talvolta accade, le parole uscirono dalla bocca di Chiara senza passare per il cervello. Dicono che quelle sono le parole migliori, perché vengono dal cuore, lo stomaco o da altre interiora, ma la gente dice troppe cose senza farle passare prima per il cervello. “Perché non mi racconti come vi siete conosciuti tu e la mamma?” esclamò. “Come mai ti è venuta voglia di saperlo?” rispose Andrea vagamente incupito. “Non me l’hai mai detto, sono curiosa”. Il padre lasciò perdere i piatti e tornò a sedersi di fronte alla figlia. Chiuse un istante gli occhi e prese un lungo, profondo respiro. “Portava una giacca di jeans -disse- e delle scarpette basse, i capelli castani raccolti in una lunga treccia e masticava una gomma americana. Sembrava una delle tante spocchiose che aspettavano il tram. Non so perché ma sono andato a sedermi nell’unico posto libero vicino al suo. Non era troppo alta, né troppo magra; mi sentivo a mio agio standole a fianco, perché neppure io ero mai stato qualcosa di preciso. Dopo due o tre fermate iniziò a parlarmi e se ne uscì con una memorabile recensione di “Singin’ in the rain”. Dio quanto parlava! E quando parlava troppo le si coloravano le guance. Scendemmo alla stessa fermata, solo che io non dovevo scendere lì, e lei neppure”. “Dovevate essere proprio due teste calde” sorrise Chiara. “Ricordo che da piccola mi avevi fatto vedere una foto in cui tu e la mamma siete in barca a vela”. “Ce la scattò un certo George, al largo delle coste di Bequia. Tua madre quel giorno non la smetteva di ridere. Rideva per qualsiasi cosa. Non l’avevo mai vista così felice, e così bella. Il sole chiudeva i suoi verdissimi occhi -disse Andrea carezzando l’aria come per accarezzare i ricordi- e quando si passava la mano nei capelli, tutti i braccialetti che aveva facevano un rumore particolare, come quando si accende un fiammifero. Ma prendi con le pinze tutto quello che ti racconto, negli anni ci ho ricamato sopra; di noi due ero io quello romantico” concluse con un nostalgico filo di voce. Chiara, però, pur non dubitando delle parole di suo padre, insisteva a picchiettarsi il ginocchio ed era visibilmente turbata. “Io non potrò mai ringraziarti abbastanza per quello che hai fatto per me: mi hai cresciuta da solo, mi hai dato tutte le possibilità. Sei un buon padre. Però da come ne parli, tu e la mamma vi siete amati davvero, allora perché qui non c’è una sua foto, perché non sei mai andato al cimitero, perché non sei venuto neppure il giorno del funerale? Una risposta me la devi”. Andrea non si scompose: aspettava quella domanda da sempre. “L’hai appena detto: tua madre l’ho amata, e forse l’amo ancora. Sai cosa si deve fare quando due conigli hanno vissuto sempre insieme e uno dei due muore? Bisogna lasciare il coniglio morto vicino a quello vivo, fino a che non si accorgerà che l’altro non c’è più. Solo allora si può seppellire quello morto” rispose Andrea. “Che cosa vuoi dire?”. “Non ho mai seppellito tua madre, per me non è mai morta. Avere intorno sue fotografie, o qualsiasi cosa che me la ricordi non farebbe altro che ucciderla di nuovo, nell’unico posto in cui vive ancora”. La ragazza rimase lungamente in silenzio. “Scusa papà” disse poi sottovoce. “Non preoccuparti Chiara. Forza, mangiamoci una fetta di dolce” rispose Andrea. “Un’ultima cosa. Quando ti fece chiamare nella sua stanza, prima di morire in ospedale, cosa ti ha detto?” domandò Chiara stropicciando il tovagliolo. Negli occhi del padre, la figlia vide passare come un’ombra scura. Un buio che durò poco, presto sopraffatto dall’affetto con cui l’uomo guardava sempre Chiara. “Disse che mi amava e che dovevo prendermi cura di te, poi mi strinse la mano e poi la macchina a cui l’avevano attaccata iniziò a suonare…beh lo sai cosa succede poi” concluse Andrea. La ragazza capì che il tempo della memoria era finito. La serata volse al termine. Chiara abbracciò forte il padre e, nel chiudere l’uscio, fece pianissimo. Fuori il cielo notturno era limpido e stellato. L’uomo stava ultimando la pulizia dei fornelli, quando sentì una voce acuta e leggera. Dietro di lui, sulla poltrona cenere, sedeva una donna magra, con le scarpette basse e i capelli castani raccolti in una lunga treccia. “Grazie per non averle detto la verità”, disse la donna. “Che senso avrebbe farle del male ora come ora” rispose Andrea. “Chiara aveva ragione, sei stato un buon padre”. “Le ho semplicemente voluto bene”. “Hai fatto molto di più. Hai reso mia figlia felice e lo hai fatto scegliendolo, scegliendo di essere suo padre. Te ne sei mai pentito?”. “Mai -e aggiunse- Chiara non t’assomiglia tanto, deve aver ripreso dal padre”. La donna prese a guardare con gli occhi grandi il bianco del soffitto e notò che delle piccole crepe, appena visibili, disegnavano i contorni di un cipresso. “Potrai perdonarmi un giorno?” chiese. Andrea la guardò un’ultima volta, poi spense la luce e andò a dormire.