Banner_Sondaggio.jpg

Dark Smile

Utente
  • Numero contenuti

    417
  • Iscritto

  • Ultima visita

Reputazione Forum

29 Piacevole

Su Dark Smile

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 06/01/1994

Informazioni Profilo

  • Genere
    Donna

Visite recenti

5.834 visite nel profilo
  1. Questa poesia l'ho letta come un affanno congelato, tenuto stretto, quasi stritolato ma con una delicatezza che stona, ci si aspetta solo amarezza dalla tristezza, eppure ci sono sfumature di sentimenti, così tanti, da rendere quello base quasi spoglio da solo. Leggendo questi versi ho visto una distanza infinita davanti a me, incolmabile, implacabile il desiderio di nuotare in queste acque burrascose nel loro essere mute, avanzare e avanzare ma rimanere sempre al largo. Ci sono casi in cui non ci si può incontrare, sebbene il giorno s'incontri con la notte nella penombra all'interno dell'orizzonte non si possono mai e poi mai toccare. Ho visto, in tal senso, due amanti che s'osservano, una malinconia nel vento, forse l'unica capace di toccarli entrambi. Inizi il componimento con questi versi, queste parole: non guardare la riva/ ormai è tardi. Mi chiedo se possa esistere davvero un tardi, sai? Mi chiedo se davvero si possa evitare di guardare ciò che divide, se la distanza piange nel cuore. Questo tipo di tristezza emani, secondo il mio punto di vista, all'origine della poesia. Qui la mia vista diviene senso, sentore, legame, ''tatto''. Come un filo che lega nonostante tutto che permetta di percepire l'altro lato e l'amore che non può muoversi. Non si sono alternative, niente vita, solo la certezza di una morte. La tristezza che prima era quasi aria, leggera, assume più consistenza, più pesantezza per poi concludersi con un verso piuttosto decisivo. "il tempo di un sogno/e già saresti carcassa" una chiusa davvero efficace e bruta, niente sogni che fanno toccare con mano e ti fanno sentire leggero, solo l'illusione che diventerebbe nell'immediato motivo di annullamento. Mi ha fatto pensare a una situazione senza scampo, che inevitabilmente porterebbe ad un imbrunire. Infine per tutto il componimento sembra quasi aleggi di sottofondo, di nascosto, forse nemmeno posi così tanto, una domanda. Cosa fare? Cosa posso fare? E un "niente" che rimbomba. Spero di aver scritto un commento comprensibile. Mi si chiudono gli occhi, ma volevo lasciare un pensiero dopo la lettura. Un abbraccio.
  2. Commento: Non c'era un punto fermo per il mio sguardo barcollante, come il corpo disonesto che vagava con vene tanto ricolme d'alcol quanto l'incoscienza di vivere ogni giorno come un morto che non se ne fotteva un emerito cazzo. Il bicchiere produsse un piccolo tonfo sul bancone, mentre si avvicinava aggrappandosi meglio quasi come dal salvarsi da una caduta imminente. Stringeva. Stringeva a sé con occhi chiusi mentre tutti lo guardavano, compresa io. - Un altro. Il tono della voce era rotto, un cielo disintegrato e morso fino all'ultimo pezzo. - Sta esagerando. - Ho detto un altro. Il barista impietosito si voltò dall'altra parte, mentre lui biascicava un "coglione" e tentava di alzarsi in piedi improvvisando una danza. Camminare era più divertente, i passi facevano il loro lavoro da soli, le suole si piegavano sotto un comando leggero, non gravava la malinconia finalmente libera di lasciar andare un disgraziato incapace di procedere lucidamente. Vedere aveva sempre fatto male, bucato le retine, sempre divorato le budella, pareva come se un abbietto parassita godesse a guastare gli organi, minacciati costantemente dal mio buon senso bruciato al sole. Però, mi sentivo bene uccidendomi sera dopo sera, ingurgitando una birra, del vino, cocktail, roba scroccata non appena i proprietari fissavano l'attenzione su un paio di tette, un culo da palpare. Volevo sentire la gola bruciare di smarrimento, insensibilità. Sdegno. Furia. Rassegnazione. Vedevo tutto questo nei suoi occhi mentre mi passava accanto, senza notarmi. - Cosa spintoni, ah, stronzo? Ah, levati o offrimi un drink. Evitato anche dai delinquenti che si appartavano in un angolo del bar a indicarlo, ridendo di quanto fosse inetto un pazzo, un uomo fuori controllo. Si portò le mani alla bocca, batté i piedi violentemente sul pavimento, quelle quattro mattonelle impolverate da chissà quante settimane. Ripetutamente mi chiedevo cosa ci facessi in mezzo ai barbari. - Possiamo andare via ora? Proposi mentre il gruppo di pecore si voltava a guardarmi male. - Levati dalle palle puttana oppure rimani in silenzio. Mi veniva da vomitare, risaliva tutto l'ammortizzante che rilassava i miei sensi di colpa, tutto ciò che evitavo, pensavo di superare per un attimo, tornava a graffiare la gola. A uscire fuori. Sporcare un tizio a caso. - Cazzo. Nikolas era tremendamente su di giri per una camicia che sarebbe stata meglio al mio cane. Prese la bottiglia di birra, con forza sullo spigolo la sbattè, per puntarla alla gola. Lui non si mosse. Lui non ebbe paura. Bastava un secondo e sarei potuto morire in quel sudiciume, ne sarei stato contento, ovunque sarei andato a finire. Meglio di un mondo che puzzava perennemente di piscio. - Allora, vecchio?! Minacciava, provocava, insulti sputati, anche letteralmente dato il quarto cioppino sempre nello stesso occhio. - Tutto qui? Era apatico, Nick divenne perplesso, cominciò a squadrarlo come per cercare qualche indizio. Seguii anch'io. Aveva un pantalone marrone scuro, macchiato, non stirato, un maglione strappato, non ricucito, la barba incolta. - Sei un barbone? Chiese mentre lui si voltata in cerca di qualcosa da bere. - Non potrei pagare, no? - Allora... Tornava sempre tutto su, l'anima vomitava sempre tutto fuori, gli altri mi riconoscevano sempre prima ch'io decidessi di andarmene in silenzio. A spalle chine, flosce. - Sei il padre di quella famiglia. Uscì, mi alzai esortando tutti ad andarlo a prendere. Era troppo ubriaco per stare da solo. Come ogni notte, probabilmente, ma quella fu diversa. - Non lo capisco. Perché, in quella macchina, morirono loro e non io, ero al volante io. - Levati dalla strada, vecchio, lo senti il rombo del motore, no? Perché loro? Fu l'ultima.
  3. Poesia che definirei graziosa, anche se ho la sensazione mentre leggo di un qualcosa di bloccato che, magari, deve ancora uscire fuori del tutto, non toglie però che la lettura è stata molto piacevole e interessante. Concordo con Anglares circa la struttura della poesia, enfatizzeresti molto meglio quelli che sembrano gli stralci di pensiero che s'incatenano a uno dopo l'altro e sui quali però bisogna soffermarsi, cosa che ora avviene con più difficoltà, ma neanche troppa. Giusto una sottigliezza che potresti prendere a tuo favore. La musicalità, come cade la poesia mi ha colpita, anche se non sono una grande amante delle rime e mi è difficile digerirle, inoltre la chiusa mi sembra un po' debole, smorza ma in un modo smussato, avrei preferito magari una sorta di eccesso brutale per dare l'effetto della caduta nella memoria. Tuttavia non saprei come ben consigliarti in tal proposito data la scelta stessa della poesia. Nel complesso sono versi che si leggono con spensieratezza, ma secondo me manca quella scintilla che la collochi in un preciso luogo nel lettore, è come se nel leggere ti sfuggisse, ci devi ritornare, pensi come potrebbe colpire meglio, quando accade vuol dire che manca quel pizzico di fascino che rende il lettore perso nelle parole. Spero di esserti stata utile, di non averti offeso ma dato spunti interessanti, anche perché è stata piacevolissima e ci tengo in particolar modo al tema della memoria-ricordi-passato. Un abbraccio
  4. Minaaaaaaaa Grazie mille! Ho messo in pausa la poesia da un po', quindi temevo di scrivere qualcosa di poco decente, son felice che tu l'abbia apprezzata.
  5. Io avrei messo l'autodistruzione dopo un minuto (non so nemmeno come si fa, ma ok) Non passo di qui da un sacco e mi ritrovo la fotina di Mina, sorpresa caruccia
  6. Letto di vento per una mente sveglia dai neuroni dormienti soffi di pensieri storditi, sbadigli da sguardi al muro calanti come ricordi d'assaggi vaghi di sussurri in bocca malconci, in amara, soffice, stasi.
  7. Direi che è una poesia che inebria, leggi e cerchi il profumo della libertà nei versi per poi assaporare tra le labbra un gusto piuttosto amaro. Le scene si susseguono con lentezza, nel contempo naturalezza e raffinatezza, nonostante le sbarre diano un certo senso di durezza a tutto il componimento, lo considererei l'oggetto con il quale si raffigura la gabbia. Lo stile del tuo poetare, come ho ben potuto notare anche nella scorsa poesia, è così realistico quasi da far toccare con mano ciò che esprimi, è un riportare il mondo e stringerlo tutto insieme, mi da questa sensazione leggere di questo profumo; c'è e non c'è, implode più che esplode, si sente e non si sente. Questa immagine mi ha fatto viaggiare un po' nei meandri della solitudine dell'uomo, questo profumo è certamente intrigante e s'insinua, però mi chiedo dove sia mai la libertà e come considerarla Dal componimento traspare inoltre un senso di voler afferrare qualcosa che sfugge, voler respirare a pieni polmoni un profumo che nell'aria già non c'è più, rimarcato da questi versi: E mi lascio impregnare come se quel giorno non fu mai Mi dà la sensazione di una sorta di affanno smussato da questa ricerca che, personalmente, mi è sembrata più una consolazione che un ricercare vero e proprio. Concludo facendoti i miei complimenti, trovo interessante leggerti e spero di averti lasciato un altro commento di utile lettura. Inoltre, prima di andare, aggiungerei questo: non sarà che il profumo di libertà è da ricercare ''dentro'' il fumo? Un abbraccio
  8. Grazie a te, cara. Ahahahahh ''proema'' mi piace Sarà un piacere rileggerti. Alla prossima
  9. Eccomi, @Anglares Credo sia la bellezza dell'interpretazione l'impossibilità di collocarla all'interno di una sola e unica visione Circa la punteggiatura hai proprio ragione, infatti la frase che hai evidenziato la immaginavo proprio come un verso. Grazie dei consigli, ne farò tesoro, sono ancora in fase sperimentale, diciamo, vorrei trovare il giusto equilibrio senza cadere nel monotono, perché con un'influenza così marcata della poesia mi risulta molto facile lamentarmi di come un periodo funzioni o meno ai miei occhi. Sono super-autocritica, insomma. Ora mi emoziono. Non potevo esprimerlo con parole più adatte delle tue. Forza, continuità, ''chiarezza ambigua''. Ti ringrazio, non sai quanto mi fa piacere sentirlo, l'obiettivo è appunto quello di accostare più livelli ma non so mai se ci riesco in modo efficace. Circa il contenuto, eh... soddisfatta di aver letto un parere così preciso. Scusa le mie poche parole, è che m'hai stupita come sentivo. Ne sono felicissima. Non saprei sinceramente, so solo che voglio mettermi in continuazione alla prova e non mi accontento mai di ciò che scrivo, vero è che cerco sempre di creare sfondi più o meno comprensibili nel quale affondare durante la lettura e l'intenzione di fondere poesia e prosa rimane sempre invariata. Ancora grazie, al momento ho la testa un po' vuota quindi non son tanto attiva, se avrò qualche lampo te lo farò sapere volentieri. Alla prossima.
  10. @Anglares Non vengo qui da un po', quindi la mia comparsa ha l'effetto della piccina di The Ring che sbuca dal televisore, lo riconosco. Sì, mia intenzione è prendere la poesia e fonderla con la prosa, un po' come dallo spartito si arriva alla melodia per poi aggiungerci la voce. Esempi assurdi, chiedo venia. Quindi sì, direi una folle ribelle. Ne sono felice, ti ringrazio di questo commento a caldo che preannuncia già uno sguardo interessante, vieni quando vuoi per quello articolato. Un abbraccio
  11. @Letiziadilorenzo Ciao Letizia, ti ringrazio per il tuo parere. Eh, invece il mio intento è proprio quello di fondere la poesia alla prosa, mi rendo conto dell'azzardo come anche del semplice dato di fatto che non tutti vedano di buon occhio tale esperimento, se così si può chiamare. Sono sempre stata un po' criptica quindi non mi sorprende non essere compresa, tuttavia il significato c'è dietro, ovviamente, anche se magari si afferra con difficoltà. Ho una scrittura molto di getto ma non lascio nulla al caso, insomma i deliri me li tengo per me o li condivido per far quattro risate. Comunque grazie, avendo ben chiara la scena mi risulta parecchio difficile immaginare quanto arrivi al lettore e in che modo, quindi un parere discordante è sempre utile per rimettersi a masticare. Un abbraccio
  12. @Saraharley Ciao Sara, per prima cosa voglio ringraziarti per la gentilezza che trapela dal tuo messaggio, non preoccuparti: sono una persona a cui piacciono molto le critiche, mi stimolano un sacco a migliorare. L'intento era un po' questo, nel testo volevo che risaltasse molto quella che è la contrapposizione di base e che il tutto arrivasse ''salendo'', anche circa il nome, come hai potuto ben notare non si comprende all'inizio che si parla di se stessi, per il messaggio che sotto sotto volevo comunicare. Non dico di più perché vorrei lasciare libera interpretazione, mi piace che ogni lettore possa gustare a modo proprio una frase, uno scritto, una sorta di scambio silenzioso. Circa lo stile è un tentativo piuttosto sperimentale, forse, di unire poesia e prosa, cerco l'equilibrio squilibrato che possa rappresentare per bene il mio inchiostro. Prenderò le tue parole, quindi, come stimolo di riflessione, tuttavia se hai domande fai pure. Grazie a te e un abbraccio
  13. Commento: È inciso nelle onde fragili come momenti dal profumo d'ogni disastro, si spezzano sotto un cielo di bugie e affanno, mentre lettere sbiadiscono all'interno di polvere luminosa, umida quanto il tergiversare della voce che plana per atterrare, sospirare al suolo. Non lo so il nome che tra le labbra mie dovrebbe risuonare, l'ho perduto. Lontano. In una fotografia logora, stracciata, muta. I passi incatenano all'avanzare e deglutisco al pensiero di ciò che indietro ho lasciato andare, tra volti e ricordi; è lì nell'opaco non conservare che si nasconde e corre, scappa con la coda tra le gambe, sulle spalle un sacco pesante tanto s'è codardi a cambiare, a salutare il passato per una via da iniziare. Non si riesce a tagliare, ho avuto le forbici in mano per tanti giorni, il sole picchiava chiarezza d'ombra su fune di digiuni e fame. L'ho rifiutato e intrappolato negli sguardi in agguato su di uno specchio mal ridotto, urla retrò attraversano le occhiaie consigliando di ripensare al chiaroscuro che nel colore si è voluto abissare. Mi fidavo del riflesso, della profondità di pozzi senza fondo, pensavo fossero una luce speciale prima d'esserne divorata. Prima d'essere afferrata, tirata, trattenuta con te che sei stata, mi saluti come una vecchia amica persa di vista tra la folla, una marea di teste dai capelli cupi e sgargianti, raggianti e raggelanti. Li ho tinti più volte ritrovando lo stesso viso, sentendo il mare all'orecchio, sussurri e melodie di vento, mentre pensavo d'aver vinto. D'aver dato un colpo secco a veder il passato sul pavimento ripulito subito, pronti all'instante, pensavano mi sarei dispiaciuta e mentre la parrucchiera in estasi continuava io sorridevo. Sorridevo a quegli occhi che dinanzi m'ingloberebbero, non mi darebbero alcuna tregua, desiderando di tornare a vedere. Non lo so il nome, l'ho fatto scivolare tra fila di sì e no, paura e indecisione, sotto l'arco della vita che inciampa ad ogni mia svista. E sollevando la testa, dolorante e mesta, uno squarcio m'è venuto a far visita, come pozzanghera ingoiata per far di nuovo festa. Quando il sollazzo e il riso già s'è allontanato in battiti d'aria, tra le pieghe delle vesti e le foglie di autunni pesti. Ero decisa, ero diversa, ero in partenza verso una città di capricci sparsi per la soddisfazione, attentata dalla riflessione, terrorista di costituzione. Eppure non lo so il nome, l'ho abbandonato in giro per le strade come rifiuto da buttare, mentre a ogni svolta d'angolo mi sfuggiva via una briciola di pane. La vita è corruzione, t'insinua petrolio nelle vene, rallenta il battito cardiaco e assottiglia le palpebre rendendole aspre, dentro pupille vuote, tempesta senza forma, evidenza alcuna, ove insenature s'addentrano tramutando in crepe. L'ha distrutto il nome, macerie d'un edificio franato, rotolato come valanga sui tetti, dentro gli ambienti d'ogni giorno, intorno le caviglie. Non mi muovo, frenata da un blocco che non si permette la resa, continua a risaltare nell'attesa che io sfiori o almeno di un'occhiata degni. E i pensieri vorticano sempre, criticano l'ossatura stabile, mordicchiano come roditori e il rumore macchia l'udito, mentre il profumo comincia a mostrare senza esagerare. Sotto le narici il bruciato raccoglie in sè la cenere, ci giochi tra le dita come fosse sabbia solo leggermente più cotta del normale. Il vociare ritorna nelle passeggiate senza meta, mentre il mondo s'allarga, allagando la pace di una sera. Le orme non le notan nessuno, normalità su una spiaggia d'estate passeggera, ma qualcuno le ricalca, ci affonda col piede. Nessuno s'accorge o sente, nessuno ne è in grado. Sol io ascoltatrice d'inconscio a far tris con la mano. Non lo so il nome, ma lo avverto ancora alle calcagne, vicino nei punti ciechi della mia visuale. Mi porta un mazzo di fiori come se andasse al funerale, per dir un addio che io non riesco a dare, mentre continuo a camminare. La riva è invasa dal mare, strascichi di sospiri arrivati a spiaggiarsi per sfiorare, dare un piccolo segnale che vien portato via negli abissi delle acque, di una memoria a suon di pallottole. Minaccia la tempia, sussurra all'orecchio, istiga alle parole, ma le labbra morbide s'aprono deboli per liberare aria insonora. Non lo so il mio nome, è sfumato nelle sue lettere che calpestano la superficie alle spalle, la sento parlare, la sento avvicinarsi, bussarmi alla spalla, darmi pugni sulla schiena. - Girati. Le stelle sono più carnefici stanotte, lame più sottili pronte a trafiggere la carne più pallida d'un cencio. Trema la pelle dinanzi al gelo che percuote, sbatte folate. - Girati, prendimi! Non lo so il nome. - Non puoi superarmi così. Mi parla ogni tanto, quando mi specchio. - Devi guardarmi e lasciarmi andare prima che ti raggiunga di nuovo. Ma mai mi son voltata a guardare pozzi senza fondo e occhiaie, capelli lunghi a marcire, sorriso cadente dagli angoli amari, ma amati, e sospiri all'orecchio e sul collo scivolati. - Ignorare non servirà, lo sai. Non lo so il mio nome. Forse se coloro il nero riuscirò a riempire il vuoto, forse se tiro la fune che mi tien legata a un pilastro fittizio riuscirò a volare planando, mentre l'aria m'abbraccerà le debolezze facendole evadere a ogni carezza per un attimo, se apro le braccia e accolgo forse verrò accolta dallo stesso corpo che s'accinge a franare. Bisogna cadere nel nome per ricominciare, camminare sull'identità per poterla incontrare sotto stelle di giudizio all'interno del cranio. Il mio nome è uno, uno non è tanti ma tanti in uno, se riduco in molteplice dal risultato ai numeri all'operazione forse potrò evolvere indossando le stesse lettere. Le devo lasciare come briciole d'indizi sulla strada, come frecce da seguire a ogni svolta necessaria. Il mio nome è... - Perché mi hai lasciata andare? Non lo so il nome. - Perché non vuoi tornare a prendermi? Non lo so il nome. - Perché non ti volti? Non lo so il nome. - È qui che ti devi cercare, nell'ombra. Non lo so il nome, le lettere non sono ancora bruciate per rinascere dalle ceneri. Non appena le stringerò la mano, sussurreremo insieme e le stelle smetteranno di cadere, la terra di tremare. Il mondo di volare. Identità e nome. Il patto personale.
  14. Ciao, è passato troppo tempo dall'ultima volta che ho lasciato un commento, spero di scriver qualcosa di decente o perlomeno interessante da leggere. La poesia a una prima lettura sembra piuttosto semplice e scontata, a tratti banale dato l'utilizzo di una tematica alquanto abusata, tuttavia durante la rilettura ci si sofferma su una parola piuttosto che n'altra, ci si crea una scena in mente e la si continua. Credo che la bellezza dell'inchiostro sia quello di sentire dentro un emozione, un pensiero, un momento, implodere e sta al poeta farlo esplodere affinché i lettori possano essere travolti non appena rivolgono lo sguardo, lo posano per un attimo. Il poeta mangia, mi verrebbe da dire, sfiorando la vita senza mai toccarla davvero, portandolo sempre a vagare. Nella seconda strofa è come se vestissi il poeta, passiamo da una generalizzazione ad uno schizzo d'arte, come un raggio che imprime nell'iride un colore piuttosto che un altro. Vi è nero, grigio, fumo: malinconia, affanno dolce cadente come piccoli diamanti sulle guance, un male nello stomaco a vorticare e premere, risalire; e camminare nei vicoli del mondo in totale ombra non è mica facile, mi sembra di veder dinanzi un poeta dannato che nonostante tutto canta l'amor o forse non saranno le fitte al cuore, la crudezza, il piombo nelle vene a farlo poetare? Il poeta vomita, mi verrebbe da dire, colora e piange diamanti in un mondo buio dove regalar luce, riflessi ove specchiarsi e sorridere, cantando l'amor. Ci ho visto questo nei tuoi versi, perdonami nel caso abbia scritto delle stupidaggini. Un abbraccio.
  15. Hai saputo uccidermi e colpirmi l'anima. La tua poesia fa rabbrividire sul serio, credo che commenti tecnici qui non siano utili, nel senso che il tuo componimento è vivo e non cambierei un singolo verso. Complimenti.