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Marziasicy

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  1. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27937-a-un-fratello/?p=481983#entry481983 Tu le tieni la mano e abbassi la testa in segno di resa. Ora è il tuo corpo che stremato non regge più il dolore dell'attesa e l'impazienza e l'incapacità di fronte all'impossibile. Perché adesso sai che non era impossibile, che gli uomini muoiono e le mamme muoiono, anche le mamme muoiono. E ora sai che un letto d'ospedale non è l'oasi dispersa che speravi di non vedere mai e sai che in ospedale si riprende a vivere e si comincia a morire. Così le tieni la mano e dormi che sai che insieme ora non potete fare molto, però potete dormire. Allora dormi sulla seggiola della scomodità e della delusione e poggi la tua mano sulla sua leggera e dormi che gli occhi non possono smettere di sperare, che sono pieni, che sono colmi della dolcezza di quest'attimo indefinito, dormi che se tieni la sua mano forse per un po' te lo scordi quanto il suo sguardo ti buca l'anima e ti tormenta, o forse no, forse non lo puoi scordare. Però tu chini la testa e ti lasci andare e ti lasci dormire finalmente e ti liberi dei tuoi ricordi di bambina curiosa e inerme che aveva iniziato a camminare con la mano nella mano che aveva dormito dalla prima notte, così come stanotte, con la mano nella mano della stessa mamma che ora non sa dormire senza la tua stretta che è solo una stretta, che tanto lo sai che non la potrai salvare però intanto dormi e le tieni la mano che così perlomeno salvi un po' te stessa.
  2. Questa poesia è bellissima davvero! La prima parte non mi piace più di tanto però, inizierei la poesia direttamente da qui: Il piacere di una musica, che a noi non arrivava mai. Molto enigmatica la frase, introduce il sentimento di malinconia che caratterizza la poesia. Ricordi i nostri genitori che ci osservavano? Il silenzio violentato in casa nostra, troppe volte. Gli occhi di sangue in casa nostra, troppe volte. La parte più bella, niente da dire. Ricordi i nostri parenti che ti osservavano? La sofferenza dilaniante in te, non più. La mia calda carezza su di te, non più. E qui la fine che secondo me è perfetta. Scusa se non so darti consigli concreti, l'unico è di eliminare la prima parte che a me personalmente non entusiasma. Per il resto devo dire che mi è piaciuta moltissimo! Niente da dire...complimenti!
  3. Grazie mille Marti, si tratta semplicemente di un'amicizia tra coetanei in realtà... Non ho voluto chiarirlo siccome era solamente un frammento. Ho pubblicato tante altre cose, se ti va fammi sapere cosa ne pensi Grazie mille mina99
  4. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27600-ginevra/?p=480863#entry480863 Così vide i suoi occhi chiudersi e pensò che probabilmente no, non aveva mai visto niente di così bello e puro in tutta la sua vita. Certo, magari il mare con le sue onde pesanti e veloci, oppure il cielo quando il blu si mischia con un rosso di rassegnazione, erano tutte cose tanto belle da meravigliarla ogni volta. Eppure, pensava, niente era lontanamente paragonabile a quel momento. Allora lo guardava dormire, e i pensieri si erano ormai spenti tutti e la sua mente era come una stanza dalla luce soffusa e i suoi occhi erano dentro un'immagine perfetta e sublime. Aveva sempre pensato, Cristina, che la bellezza non avesse niente a che vedere con tutte quelle stronzate che i moralisti portavano avanti per non smentire l'eterna nomina di moralisti del cazzo. Pensava che la bellezza fosse attrazione e basta, che la chimica è chimica e che la carne è carne, che la mente di qualcuno non poteva attrarre gli altri, almeno non nell'ambito fisico. Eppure adesso lo sapeva. Gli occhi di Gaspare si erano addormentati dolci ed ella aveva accartocciato una nuova consapevolezza, riponendola nel suo cuore cupo e intorpidito. Sapeva che la bellezza della mente era pericolosa molto più di quella fisica, sapeva che la carne è carne e la mente è mente. Sapeva che, per quanto Gaspare fosse spettinato, maltrattato in volto da una barba poco curata, e avesse un corpo dannatamente poco seducente, non aveva mai avuto tanta voglia di fare l'amore fino al mattino. Perché ora erano vicini, erano l'uno dentro l'altro e solo a guardarlo riposare le sue paure, Cristina aveva conosciuto tutto l'amore che il suo cuore potesse provare. Allora voleva svegliarlo, chiedergli di restare nel suo letto ore e ancora ore e poi giorni, di concedergli la possibilità di scrutargli gli occhi chiusi e timidi ore e ancora ore e poi giorni. Voleva svegliarlo e poi baciarlo perché voleva scoprire l'amore che sapore aveva quando si posava sulle labbra, e poi voleva amarlo fino al maattino, fino a quando entrambi sarebbero diventati identici e un po' meno sbagliati. Voleva svegliarlo, accarezzargli le mani e la fronte, dirgli piano che lo amava come non avrebbe mai potuto immaginare fosse possibile amare qualcuno, che lui la rendeva diversa e meno stronza e meno acida e depressa. Adesso gli voleva dire tutto, voleva essere maledettamente scontata perché sapeva che l'amore era banale e non ci era mai voluta entrare negli amori banali. Però adesso voleva essere banale anche lei, baciare le ferite di un corpo immobile e curargli ogni instabilità e prendersi tutti i problemi di Gaspare e caricarseli sulle spalle perché lei era più forte e lo sapeva. Allora l'avrebbe svegliato, e gli avrebbe detto che non doveva esser più terrorizzato, che ogni cosa poteva risolversi se le avesse permesso di entrare davvero nella sua vita, di conoscere tutte le sue cicatrici. -Cazzo, non dormo mica da molto? E poi gli avrebbe detto che la vita era difficile ma l'amore no, che la vita era fin troppo travagliata, però l'amore no. Che allora potevano affrontare il travaglio insieme e che potevano godersi la sdolcinatezza insieme. Gli avrebbe detto che con le mani nelle mani sarebbero potuti andare davvero lontano, se lontano avesse avuto una collocazione geografica. Allora sarebbero potuti andare lontano da quel posto triste, da quella casa sporca e piccola che non riusciva a contenere neanche metà del suo cuore. Sarebbero andati dove la vita non aveva bisogno di essere spiegata, dove le parole potevano essere baci e i baci potevano essere parole. -Cri? Che fai, dormi a occhi aperti? Me lo dici che ore sono? -Ah? Cosa? -Che ore sono, Cri? -L'una, è l'una. Ora i suoi occhi erano rossi di sonno e verdi di impazienza, ora era sveglio dinanzi a lei e tutti i pensieri avevano trovato il triste epilogo. -Devo scappare , è tardissimo. Papà m'ammazzerà! Si era alzato, e sulla soglia della porta aveva trovato gli occhi di Cristina. Sorrise simpatico. -cos'è che hai fatto mentre dormivo? Ti sarai annoiata a morte! Perché non mi hai svegliato? -Non si sveglia la gente quando dorme. Non lo sapevi? -Io non sono la gente, Cri. -Volevo lasciarti dormire. Fece interrompendolo. Allora gli occhi verdi si abbassarono per un attimo e poi si ritrovarono dentro ai suoi. -Sogni d'oro. Gliel'avrebbe detto. L'indomani si. L'indomani gli avrebbe detto ogni cosa.
  5. Ero in casa. Ero sola. Avrei scritto -Ero sola in casa. Oppure -Ero in casa, da sola. Quella notte non mi sentivo tranquilla. Quasi come se avessi un brutto presagio. Quasi come avessi un brutto presagio. Forse è il tuo stile, però secondo me non so, forse rallenta un po' la lettura non te lo so spiegare... Forse è troppo frammentato ma ti parlo per gusto personale. Tipo io avrei scritto in maniera un po' più scorrevole Quella notte non ero del tutto tranquilla, a casa non c'era nessuno: ero sola, e avevo un brutto presagio. Io volevo...vivere. Vivere, vivere! Mi ha colpito questa parte, soprattutto messa in contrapposizione con l'intero frammento. Infatti, quando tutto prende forma e si capisce che la ragazza è morta la frase è proprio d'effetto. Comunque devo ammettere che non è proprio il mio genere, però la storia è interessante, la leggerei volentieri. Lo stile te l'ho detto, forse troppo frammentato. Il personaggio di Ginevra è interessante e penso che in un certo senso hai centrato il punto, perché almeno a me hai lasciato un po' di curiosità per quanto riguarda tutta la storia. Ciao ciao a rileggerci presto
  6. Grazie mille davvero! Sicuramente ci lavorerò. In realtà l'ho scritto di getto a scuola senza neanche rileggerlo più di una volta per cui ovviamente il testo ne risente. Lo riscriverò più attentamente e tenendo conto dei consigli!
  7. Grazie mille Ettore, effettivamente sì era un tentativo, scritto di getto.
  8. Grazie del commento Ettore!
  9. Grazie mille Dark Smile gentilissima! La tristezza di cui si parla all'inizio è ben diversa da quella di cui si parla alla fine. La tristezza del protagonista è più un'amarezza consapevole, sì, ma si tratta comunque di tristezza, nel senso che non è una tristezza comune. Perciò ho usato di nuovo il termine tristezza per identificare lo stato d'animo anche alla fine.
  10. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27436-un-pezzo-di-realt%C3%A0/#entry478620 Miguel era triste, agli occhi di tutti egli era dannatamente triste. Allora guardandolo, la gente si chiedeva sempre perché fosse così malinconico. -Oh, dannazione! Perché quel ragazzo è sempre così solo? - -Oh, mio Dio! Quant'è deprimente! Cosa lo ha reso così deprimente?- Cosa gli era successo? Cos'era accaduto nella sua breve esistenza di ragazzino tormentato? Nessuno ne era a conoscenza, nè suo fratello e nè sua sorella, nè quelli che si professavano suoi amici, nè i suoi genitori. Nessuno sapeva perché sembrava sempre così turbato in volto. Egli non era triste, non nel cuore. Non lo era di quella tristezza che ti attorciglia lo stomaco, che ti provoca quel fastidiosissimo tremolio sotto al mento, che ti fa sentire il pianto arrivare di soppiatto. Sarebbe possibile, forse, essere triste di quella tristezza ogni giorno e ogni ora, senza sosta, continuamente? Miguel non era triste, era piuttosto consapevole. Erano tutte le crude consapevolezze a cui era arrivato vivendo poco e pensando molto, che l'avevano reso un ragazzino isolato, introspettivo, di un pallido in viso che ti avvolge e ti rammarica. Egli sapeva ciò che tutti noi sappiamo dal momento stesso in cui iniziamo a capire qualcosa della vita che viviamo. Sapeva che per vivere si doveva accettare di dover morire, e sapeva che la morte non si può programmare, non si può aspettare e non si può vivere in funzione di questa. Allora come ci si salva dalla morte? -si chiedeva- come si combatte la morte? -si tormentava- Ed ecco la certezza disarmante, inconcepibile, inaccettabile: la morte non si può combattere. Come si può vincere contro qualcosa che non puoi attaccare? Da cui non ti puoi difendere? Aveva perso, aveva perso in partenza. Sicché Miguel era consapevole, sì, come tutti noi. Sapeva perfettamente che c'era qualcosa al mondo contro cui egli risultava del tutto privo d'armi. Però pesava, questa certezza, pesava quintali. Allora si piantava sullo stomaco, si chiedeva a cosa servisse vivere per arrivare al nulla, al non respiro, alla non vita. Perché viveva? Cosa c'è di peggio del vivere nel pessimismo patologico, nell'assurda incapacità di agire? Cosa c'è di peggio del sentirsi minuscolo dinanzi ad un mondo così assolutamente imponente e forte ed enorme? Miguel allora aveva smesso di emozionarsi al contatto umano, alla vista di un paio d'occhi penetranti, di un randagio perso, del mare in tempesta e di tutte quelle altre cose banali e belle che sono belle per tutti e banali per questo. Però quel giorno Miguel sorrideva. Solo, con le mani nelle mani, egli sorrideva seduto tra la gente ma ancora così solo. Solo si guardava intorno, scorgeva i binari che -diceva- erano un po' come le sue giornate piatte, monotone e calpestate dal peso insopportabile di un treno veloce e incurante. Solo rifletteva, su quello che cercava e non avrebbe mai trovato. Perché in fondo aveva smesso di cercare. Sorrideva e il treno era lontano, quasi invisibile. Sicché lo guardava arrivare, ed era stato lì per ore ad osservare quelle corse sfrenate. Lo guardava arrivare e sembrava portare con sé tutti i momenti sbagliati, le sensazioni insolite, le angosce interiori. Così per un attimo respirava. Il treno passava e Miguel respirava profondamente perché il treno correva e le sue braccia tremavano forte: libero dal terrore di morire. Perché il treno stava percorrendo la sua strada e anche lui avrebbe percorso la sua strada. Perché aveva paura, Miguel aveva paura di morire però amava la morte, perché non c'era niente al mondo che lo facesse sobbalzare, perché non c'era niente al mondo che fosse più devastante della morte. Allora se il treno era capace di correre senza curarsi della fine del suo percorso, anche lui poteva riuscirci, pensava e respirava, anche lui poteva essere uomo come il treno era treno, pensava e respirava. Respirava a pieni polmoni, senza esitare, riempiendosi la pancia di aria e tutto il corpo d'aria pura, perché l'aria gli serviva. Perché quell'aria lì gli sarebbe stata utile quando il nodo alla gola tornava a soffocarlo implacabile. -Posso reagire- pensava e respirava. -posso farcela anch'io. - respirava. Poi, piano, ricominciava a vivere. Ma come poteva vivere, così piccolo e inutile? E come poteva sentirsi uomo? E come poteva contrastare la morte? Oh, non poteva. Miguel era triste, di una tristezza che non passa, incollata tra le ossa. Era triste e si percepiva ovunque egli fosse. Era triste perché sapeva, e non poteva sopportare ciò che sapeva.
  11. Questo frammento non è male secondo me, però leggendolo mi è sembrato più che altro di leggere una pagina di diario e dunque non ho visto adatta la parte iniziale sinceramente. Sembra quasi uno sfogo, quindi non saprei neanche esprimermi del tutto perché lo sfogo è sempre qualcosa di personale e del tutto soggettivo. Mi è piaciuta molto, ad esempio, questa frase: Sono normale in mezzo ai pazzi o lo sono io il folle? Però forse c'è qualcosa che stona un po', forse si tratta dell'uso della prima persona che poi in realtà in una pagina di diario è ovvio, però forse sarebbe stato più gradevole in terza persona. Però mi è piaciuto, e anche la poesia iniziale sebbene secondo me stoni un po' mi piace. Ciao a rileggerci.b
  12. Grazie mille a entrambi, terrò conto dei consigli!
  13. Grazie mille Dark Smile!
  14. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/26547-esistenza/?p=477608#entry477608 Dormi, la tenerezza degli occhi tuoi chiusi, e poi la purezza del tuo respiro. Dormi, con la mia mano nel tuo pelo, stai sognando un mondo buono. Ma quanto buono può essere un mondo dove gli uomini non sono come te.
  15. Il tuo ritorno è tutto racchiuso nella tua assenza Bellissimo l'inizio! Mi piace tanto il concetto, arriva chiaro. La mia gioia tutta nascosta nel mio dolore Questa è la parte che preferisco. Il confondersi dei sentimenti che diventano quasi una cosa sola, o almeno così l'ho interpretata, concede alla poesia qualcosa di magico. cogl'occhi tuoi nei miei Suona benissimo Ma un passo prima delirio e morte erano il tuo addio Anche questa parte mi piace molto. Un addio come lo intendono in molti, delirio e insieme morte, spietato e indifferente. L'unica parte che non ho capito è quella per cui non ti ho elogiato ahhaha La gioia ritorna pel dolore assente Non l'ho proprio capita sincera! Per il resto la poesia mi ha colpito proprio!! A rileggerci