Ira

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  1. Cammino sulla spiaggia, nella luce livida di quest’alba corrotta. Mi sono alzato presto: tanto stare lì con gli occhi aperti a immaginarmi il soffitto, il lampadario di plastica e le ragnatele che non ho voglia di pulire non fa che deprimermi. Allora ciabatto fino alla minuscola cucina e mi preparo un caffè, denso e amaro. Poi via, alla spiaggia. Devo ammortizzare al mare lo sbiadirsi del mio cervello e, naturalmente, la presenza di Cora. Se ne è andata lasciandomi dentro un seme velenoso: l’ incapacità di arginare la sua fame di tutto. E mentre lei si nutriva di gente, oggetti, storie, bambini, luoghi, mentre diffondeva sorrisi ed entusiasmo, proprio in quei momenti risucchiava la mia energia, giorno dopo giorno. Alla fine mi ha detto: “Non vuoi niente, non sono neanche sicura che tu ci sia veramente, che non sia una proiezione della mia mente.” Poi mi ha guardato critica e ha aggiunto: “No, in effetti se ti avessi proiettato io saresti un po’ più vivo.” Così adesso sono qui, dopo una settimana, ancora intento a smaltire i suoi schiaffi. Cammino sulla spiaggia tutti i giorni all’alba, poi torno a casa e mi metto al tavolo da disegno. Per vivere creo maghi perversi, muscolose ragazze guerriere, elfi gialli e verdi e giovani garzoni che diventano principi con le pozioni di antiche streghe. A una di queste, particolarmente odiosa, ho dato la faccia di Cora. Prevedibile e patetico. Di solito sulla spiaggia a quell’ora c’è solo l’acqua, la sabbia, il colore del cielo che scivola in mare. A volte qualche solitario cercatore di conchiglie e altri ritrovamenti. Stavolta c’è un uomo. Lo vedo da lontano, accucciato fra le sue ginocchia, come fanno gli indiani. Si staglia scuro sullo sfondo della sabbia, che oggi sembra fatta di granelli di madreperla. Mi avvicino, ma lui sembra non accorgersene. Lo circonda la sua vita: il sacco a pelo, un pentolino, una padella, i resti di un piccolo falò. Non so se passargli dietro e fingere di ignorarlo o trovare una scusa per curiosare. Una cosa del genere a me sembra indiscreta, Cora non esiterebbe un momento. Lui mi previene. Si alza rapido come un gatto: “Ce l’hai una sigaretta.” Cerco di capirne l’età, ma è veramente difficile. Scuro di pelle con occhi chiarissimi, verde acqua. Cinici e indagatori. Una rete di solchi in faccia, due denti di metallo, una vecchia frattura al naso. Il suo corpo non lo opprime, come accade a molti di noi: lo usa per quello che gli serve, non lo ostenta, non lo nasconde. E’ sostenuto da muscoli duri, incordonati per qualche mestiere faticoso. “Non fumo.” Lui annuisce e torna ad accucciarsi. Traffica con un legno, ne taglia via schegge con il coltello. “Che fai?” “Un cucchiaio.” Vorrei chiedergli perché tutta quella fatica, perché non se lo compra. Non costa una fortuna, un cucchiaio. Ma mi sembra che, rivolta a lui, una domanda così suonerebbe assurda. Non so perché. Lui capisce lo stesso. “Il legno ha un sapore, e quello di mare rilascia sale e iodio nella minestra, bave di molluschi e sostanza gastrica delle stelle marine. E’ un mangiare sontuoso. “ Già, come ho fatto a non pensarci. “Come vanno le tue ferite? Guariscono?” Inspiegabilmente, non mi stupisco. “Così così.” “Mmmm, lascia fare al mare. E non farti prosciugare.” Comincio a sentirmi a disagio, questo sa tutto. Il silenzio passa fra di noi come uno sconosciuto, che finge di non vederci. “Che fai qui?” “Ho un appuntamento.” “Allora me ne vado.” “Ma no, stai qui. Non sai mai cosa puoi scoprire.” Mi sembra di sentir parlare Cora. “Non sembri un tipo da appuntamenti.” “Cioè?” Ride. Mi imbarazzo. “Voglio dire, sembri uno libero, fuori dalle convenzioni. Non so…” “Sono libero, più di quello che immagini. Ma non completamente. Nessuno di noi lo è, le leggi fisiche ci inchiodano qui, o altrove. E poi c’è l’amore (mi guarda), l’odio, il disprezzo, la paura. Tutti legacci.” “Si, questa l’ho già sentita: sei libero solo senza passioni.” “Non credi che sia vero?” Il sole si affaccia col suo melone in fondo all’orizzonte. Più si alza più la luce è intollerabile. Il mare diventa una lamiera. Faccio spallucce. Mi guarda con quei suoi occhi dritti, che bucano. “Forse si, ma mi sembra un prezzo troppo alto per la libertà.” “Perché non la conosci. Tu vedi solo questo pianeta.” Ecco, ho trovato lo psicolabile della domenica. “Tu invece cosa vedi?” “Quello che c’è, che è molto di più. C’è questo mondo e ce ne sono altri, c’è questo universo e ce ne sono altri.” “Ve bene. Scusa, adesso devo proprio andare.” Ride. Ha finito il cucchiaio e lo annusa come uno che assapora il bouquet prima di centellinare un rosso francese. “Sai che ha ragione lei? Sei chiuso come un’ostrica.” Mi giro lentamente. Che diav… “Sei talmente abituato a riversarti tutto nei tuoi disegni che ti sei dimenticato come si fa ad avvicinarsi alla realtà”. Adesso comincio a sudare. Intorno a noi, in lontananza, si vedono i turisti del silenzio, soli o col cane. Di più non arriverà, siamo a marzo e fa un maledetto freddo. Mi offre una brodaglia, dal pentolino sul fuocherello che si sta spegnendo. “Non sembra, ma è caffè.” Lo annuso, poi lo assaggio con cautela. E’ squisito. Guarda l’orizzonte. “Si, questo pianeta è bello. Ma vivete in una piccola gabbia dorata, che fra l’altro state demolendo. Consolati: nessuno ne sentirà la mancanza. Fuori ci sono soli e lune, galassie, torrioni di polveri cosmiche, reti neurali di particelle che ingabbiano lo spazio/tempo, rivolgimenti improvvisi di epoche e intere strutture portanti degli universi. Ci sono tunnel di caduta gravitazionale che collegano ammassi galattici, corridoi di buchi neri e le pulsazioni X che fanno da impalcatura a iperstrade elettromagnetiche. E’ un inferno caotico, ribollente di energia incontrollata, di colori violenti, di esplosioni convulse di stelle in un marasma giallo, rosso, viola. “ Di nuovo mi guarda, di nuovo mi sento sotto lo spillone. E che gli dico, a questo? Sembra una brutta copia di Guerre Stellari, fra un po’ tirerà fuori una spada luminosa dai pantaloni sformati. Mi guardo intorno, c’è qualcuno col cane, qualche ragazza con un libro, ma nessuno bada a noi. E adesso come mi libero di questo matto? “Dici ‘vivete’. Tu non sei uno di noi? Chi sei per sapere queste cose?” Ecco, non ho saputo resistere. “Non ci pensare. Quel calderone che ti ho raccontato brulica di vita, come si può dubitarne?” “Tu sei fatto come un uomo, un esemplare basato sul carbonio.” Fa spallucce. Troppo complicata, ma che vado a chiedergli? Pretendo una teoria cosmologica, da questo qui? Sarà fatto: inconsciamente cerco con lo sguardo pillole o siringhe fra le sue poche cose. O magari solo una bottiglia, basterebbe. Non vedo niente. E lui sorride. “Adesso devo andare. Il mio appuntamento, ti ricordi…” Guarda il bagnasciuga, e io seguo il suo sguardo. La risacca si solleva in un modo strano, come se la sabbia del fondo si gonfiasse e spingesse vero l’alto il flusso ordinato della corrente. L’acqua si alza in un gruppo di onde morbide, diventa ingombrante alla vista, poi cola di lato e appare una cosa assurda. Il collo grosso e lungo e il muso proteso di un animale che assomiglia molto a qualche sauro del cretaceo, di quelli che a volte uso nelle mie graphic novel. Testa (quattro volte la mia) e collo sono incoronati da una cresta arancione. Il mio interlocutore si avvicina all’animale e cominciano a comunicare, non so come. Lui parla, serio. La bestia no, ma annuisce spesso e si capiscono. Sto lì a guardare come un imbecille, quasi ipnotizzato dalla scena che ho davanti. Riesco a staccarmi il tempo di dare un’occhiata in giro. Un paio di ragazzi camminano mano nella mano, sono a dieci metri da noi ma non danno segno di aver visto quello che sta accadendo sull’arenile. Torna verso di me. “Scusa, adesso devo proprio andare. Non sono un mago: so le tue cose perché siamo telepati. Ti lascio solo una piccolo promemoria, se vorrai accettarlo: la tua mente è aperta e può contenere molte più cose di quelle che pensi, ma mentre esplori gli universi con la tua arte ricordati di vivere.” Spariscono in uno sbuffo, lui e l’animale, lasciando una risacca piatta e oleosa. “Ricordati di vivere”. Figurati, sembra di sentire Cora. La sua immagine si sfuma delicatamente e io comincio a scorgere la furia vitale di quegli universi ribollenti di un’energia inarrestabile. Cora ha ragione, e nel momento in cui mi accosto a una verità così semplice, mi allontano da lei e da quello che credevo amore. Forse per amare gli altri bisogna essere capaci di amare se stessi. Ci devo pensare, ma non adesso. Respiro il salso e mi riempio gli occhi con la superficie volubile dell’acqua. Poi mi caccio le mani in tasca e mi avvio verso casa. Per oggi ho vissuto abbastanza.
  2. Una fetta di luna spande il suo azzurro pallido nella stanza. Il vento sfiora le tende, che si muovono un po’. Dove sono? Che faccio? Mi gira la testa, anche stando sdraiato. Devo aver bevuto, e non poco. Ho la bocca impastata, sono sudato e mi tremano le mani. Cos’è successo, ieri sera? Adesso riconosco la lampada anni ’70, con le gocce d’olio colorato che navigano in un’acqua chiara e si mescolano al riscaldarsi dei liquidi. Sono a casa mia, in camera da letto. Ho qualcuna vicino. Oh no, la solita sorpresa del giorno dopo. Adesso non ho voglia di scoprire chi è, più tardi. Prima devo ricostruire. Dio che mal di testa. Guardo in aria, col tenue riflesso del neon del bar di Giorgio sul soffitto. Riconosco anche la crepa nell’angolo. Siamo andati a cena fuori, c’erano Thomas e Gianna e anche quello, come si chiama, Riccardo, con la sua nuova ragazza. Poi Bruno da solo perché è riuscito a farsi scaricare anche stavolta. E per la strada abbiamo anche raccolto quel matto di Giampiero che in compenso se ne andava a spasso con due sceme incollate, e non sapeva che farsene. Lui è bello, se lo può permettere. Tutti al Lounge di piazza Fiera, fanno dei cocktail fantastici. Io me ne stavo da solo e contavo di restarci. Con Chiara ho preso una scottatura come non mi capitava da tanto tempo, volevo solo bere e stordirmi. Giampiero ha anche tentato di affratellarmi con una delle sue svampite, ma gliel’ho rimandata al mittente. Non ero in palla, diciamo così. E poi? Siamo entrati al Lounge, e dopo? Maledizione. Avrei bisogno di un whisky, quello mi snebbierebbe di sicuro, ma non mi sento la forza per alzarmi. Chiunque sia la mia vicina di letto è girata contro il muro, ma quello che si intravede sotto il lenzuolo sembra un bel sedere. Bè, mi consolo, deve essermi andata bene. Se appena me lo ricordassi. Siamo rimasti lì un bel po’, poi è arrivata una ragazza, come si chiamava…Gloria, ecco sì, Gloria. Una bellezza meridionale, ambrata con le labbra scure. Due occhi di brace. Si è avvicinata, mi si è seduta accanto scalzando una delle sceme di Giampiero. Mi sussurrava qualcosa e il calore del suo respiro nel mio orecchio, assieme alla frustrazione per Chiara che ancora mi rimbombava dentro, congiurava contro la mia solitudine depressiva. Dev’essere lei, qui sdraiata con me. Per forza. Però dopo il suo arrivo cala la nebbia e non mi ricordo più niente. Detesto questa voragine in testa che ottunde il ricordo e il ragionamento, ma non posso farci niente. Si è alzato un vento feroce, e lampi guizzanti spaccano il cielo da lontano. Non riesco a muovermi, è come se avessi un masso sullo sterno che mi tiene giù. Anche spostare una mano è un processo lento. Sbatte un’imposta con violenza e allora la vedo: Gloria, la donna di ieri sera, crocifissa agli infissi della finestra. Le tende si muovono languide e a tratti velano a tratti scoprono i suoi occhi aperti e la bocca spalancata in un urlo che credo durerà per sempre. Indossa solo la camicia, strappata sul ventre e intrisa di sangue. Mi giro verso destra d’istinto. Adesso sì, voglio capire chi ho vicino. Lei sembra averlo capito e comincia a muoversi, piano. O forse sono io che vedo al rallentatore. Sento il calore del suo corpo. Si mette seduta; i capelli lunghi nascondono il viso, ma il braccio è rinsecchito e la mano che cerca la mia ha le vene in rilievo, le ossa che si spostano a ogni movimento, le dita contorte di artrite. Mi si è ingorgato in gola un urlo, cado dal letto e scendo frenetico le scale. La sbornia è passata, e qualcosa mi dice che non berrò più.
  3. Grazie, alla prossima!
  4. Pioggia di montagna. Non è quella che tutti conosciamo, che bagna la città, i negozi, lucida le vetrine. La pioggia di montagna si scaraventa fra i rami degli alberi, scorre a rivoli fra le zolle di terra, si ammonticchia nelle pozze, ingorga i ruscelli e li fa diventare torrenti, gonfia i torrenti che rotolano nei fiumi e una volta in pianura esondano, allagano, travolgono. Lava la pietra, si incunea in fioche canalette, raccoglie tutti liquidi che trova nel terreno fino alla singola goccia d’acqua, fino all’umidità, poi esplode dalla roccia sulla strada. Invade la carreggiata, quando va bene si incanala disciplinata negli scolatoi, altrimenti si butta giù per i dislivelli in cascate soffici o brutali, singole o collegate, accapigliate, scomposte. Si distribuisce nei terreni porosi e li ammorbidisce, sempre di più, fino a che il suolo si affastella e alla fine si scioglie in frane fangose e fradice. Scrolla dai rami degli alberi, dalle rive, nei letti di vecchi corsi d’acqua abbandonati. Bagna gli animali, rende scivolosi i crinali, invade vecchie grondaie di rame e si raccoglie nei secchi. Tutto gocciola, l’umidità si insinua sotto la pelle, tutta la montagna, il pianeta, l’universo sembra bagnarsi e cedere sotto l’onda di uno scroscio costante e piatto, un sipario grigio che suona musiche acquatiche. Non c’è che guardare dalla finestra e sentirsi diventare una goccia lungo il vetro.
  5. Il diavolo sulle colline aveva la faccia scura. E gli occhi gialli e rossi. E i denti lunghi, dai quali si affacciava una guizzante lingua nera. Almeno, così lo immaginava Pinino, da quando aveva sentito l’Adelaide raccontare la storia a sua sorella maggiore Tonia. A otto anni quella era la sua idea di orrore. Era una bella giornata in cui il sole diradava quasi di colpo le nebbie grigie del mattino di una primavera precoce. Adelaide, la contadina che veniva ad aiutare la mamma con le confetture, bolliva le ultime pere con lo zucchero e la cannella, e mentre mestava raccontava di Beka, il diavolo che si aggirava nei boschi e fra i campi. “Era un uomo, sai, mica un diavolo. Un ragazzo bellissimo, innamorato di una donna elegante, di quelle che il cuore degli uomini se lo mangiano in salsa.” Pinino stava nascosto dietro il cassettone delle pentole. Di solito gli piacevano le storie dell’Adelaide, ma questa aveva qualcosa di brutto, se lo sentiva prima ancora di ascoltare il seguito. Purtroppo ormai non poteva andarsene e stava lì, in una posizione obbligata e scomoda che gravava il suo peso sul ginocchio destro, e taceva. “Lui le moriva appresso e quella niente, un sorriso, una moina, ma tutto finiva lì. Si faceva accompagnare nei posti da ricchi, al teatro, poi però se la faceva con gli altri. E lui ci diventava sempre più pallido e magro. Poteva mandarlo via, dico io. Si fa così: uno non ti piace, glielo dici e lo liberi, ecché devi farlo crepare, un povero ragazzo?” Si scaldava, l’Adelaide, quasi quello fosse un suo nipote. “Insomma, che è successo? Si è trasformato di colpo in un diavolo? Così?” Tonia, che non credeva a niente di più soprannaturale del suo cellulare nuovo, la guardava fra il rassegnato e l’annoiato. Tutte le sue amiche erano in vacanza e lei non aveva trovato niente di meglio da fare che farsi raccontare un po’ di scemenze dall’Adelaide. La divertiva stuzzicarla. “E’ morto, povero ragazzo, poco tempo dopo. A quei tempi si diceva di consunzione. E come poteva finire, con tutta quell’angoscia?” “Vabbè – disse Tonia, mentre puliva col dito il mestolo della marmellata – ma che c’entra il diavolo?” “Dopo un po’ di tempo cominciarono a trovare tanti morti. Più del solito, mi capisci?” “Ammazzati?” “Boh, non si capiva. Infarti, roba di cuore, che ne so. Però avevano tutti un segno sul polso, un fiore rosso. Così cominciarono a dire che era stato il Diavolo. Che era lui che tornava a vendicarsi su quelli che non avevano sentimenti, che se ne fregavano degli altri.” “Anche la sua bella?” “Quella fu la prima.” Mentre Tonia guardava scettica Adelaide che finiva di chiudere i vasi ermeticamente, sentì un tramestio dietro il cassettone. Si precipitò e trovò Pinino. “Sei rimasto qui, ad ascoltare, eh? Hai sentito? Il diavolo verrà a prenderti la notte, ti tirerà per i piedi e ti porterà all’inferno. Poi ti ucciderà.” Rideva, sotto gli occhi terrorizzati di Pinino, che lottava per non scoppiare a piangere. “Dove scappi- gli disse – lo sai che per te non c’è scampo. Adesso hai sentito e lui lo sa. Non potrai nasconderti. Dove vai? Lui ti vede dovunque, non serve correre.” Le ultime parole le avete dette urlando, perché il Pinino cercava di mettere più distanza possibile fra di loro. Non l’aveva mai detto a nessuno, ma detestava la Tonia. Scherzava sempre, lo prendeva in giro, e quando i suoi non c’erano, giocava a spaventarlo. Questa storia del diavolo Beka non sarebbe più finita, se lo sentiva. Due notti dopo Pinino sentì un suono strano provenire dal vecchio saliscendi incassato nel muro. Non lo usava più nessuno da secoli, probabilmente non si poteva neanche più aprire. Però era certo di aver sentito dei suoni venire da là dentro. Da quel momento aveva cominciato a passarvi davanti solo se necessario, strisciando contro l’altro lato del corridoio. Ma ogni tanto risentiva quegli strani rumori. Ovviamente Tonia si accorse dei suoi armeggi. Aveva un talento particolare per intercettare le sue paure. “Che fai, eviti il saliscendi? Cosa c’è, là dentro?” Lo guardava insospettita. Annusava il panico di Pinino, e ci si divertiva. “Ah, ho capito, c’è il diavolo. Adesso andiamo a vedere, e tu vieni con me.” Pinino sudava, voleva fuggire, ma lei lo teneva forte per il polso. “Lasciami, lasciami. Non voglio!” Era complicata, tenere il fratello per un polso e armeggiare per aprire lo sportello del saliscendi. Alla fine, dopo uno strattone più violento, lo sportello si aprì. Tonia divenne bianca di colpo, lasciò il polso che teneva stretto e cadde a terra sulla schiena. Non si mosse più. Aveva la bocca e gli occhi aperti, un sottile filo di sangue colava da un orecchio. Pinino si mise a urlare. I due medici si guardarono in faccia, senza parole. Stavano lì, chini sul tavolo di metallo che ospitava il cadavere. Il fiore rosso sul polso quasi brillava. “Ti ho chiamato perché non ho mai visto una cosa del genere.” “Neanch’io.” Di fronte a loro il torace aperto di Tonia. Tutto regolare, a parte il fatto che non c’era il cuore. Non era stato tolto o strappato, non c’era e basta. Al suo posto un incomprensibile groviglio di vasi sanguigni. Nient’altro. “Mi vengono in mente un milione di domande, ma la prima è: come ha fatto a vivere fino ai sedici anni?” La sera buttava sulle colline una coltre spessa di nubi nere, dura come un brivido.
  6. Cammino. Lo faccio da giorni, da settimane. Lo faccio in silenzio. Dormo nelle grotte, bevo ai ruscelli, mangio frutta. Per la gran parte del tempo evito i paesi. Possono vedermi, e la gente parla. Qualche volta però devo entrarci per mangiare, perché non si vive di frutta: svuota l’intestino e lascia il mal di pancia. Cammino e cerco di dimenticare la fame, la paura, il freddo. Cammino e basta. Scivolo di notte nei vicoli, dove il buio è più profondo. Sono come un’ombra, la mia, che si muove sotto i lampioni. Alla fine l’ombra è l’unica cosa che mi è rimasta, a parte naturalmente questo saio sporco rubato a un monaco. Quella è stata una buona idea: qualcuno mi dà da mangiare senza che chieda nulla, per mettersi a posto con i doveri di carità. Stanotte ho sentito parlare in una bettola, uno di quei buchi popolati di contadini, mercanti e puttane. Dicevano che mi stanno cercando, che sono pericoloso e se uno mi incontra mi deve segnalare alle autorità. Le quali stanno spargendo la voce e intanto annusano l’aria, come i cani. Si avvicinano, lo so. Ho camminato tutto il giorno, adesso cala lo scuro e mi struscio lungo i muri delle vie più strette, fra le pietre umide. L’aria sa di pelle conciata, zuppa di cipolla e vino rancido. Tutto questo buio mi si stringe addosso. Le rare torce appese ai muri di sassi colano una luce svirgolante e rattrappita, che non trova riflesso ed esaurisce presto il suo compito. Scendo e salgo gradini mentre lo stomaco si contrae per la fame. Ho la sensazione di essere in una strada chiusa, come se il mondo morisse in questo borgo buio senza un intorno o un panorama, un mondo immerso nel niente. Magari finisce qui, tutto qui, di colpo. Ho la bocca secca e mi gira la testa. Quasi la travolgo senza vederla, è così piccola. Una figura di stracci, che mi prende per un braccio e mi trascina dentro una stanza. C’è un camino acceso, un tavolo, due sedie. Poco d’altro. Mi mette davanti una zuppa fumante. La sua faccia ne ha passate tante. Dietro un muro di anni indefinito ancora si mascherano due occhi azzurri e intelligenti mortificati dal naso spiaccicato, chiaramente a furia di botte. “Mangia.” Mi fa sedere di spalle alla porta. Io mangio, zitto. Dopo neanche un minuto i passi metallici degli armigeri squassano il silenzio dei vicoli. Bussano. Il cuore mi spacca il petto. “Ciao, Armina. Hai visto nessuno? Chi è quello?” Fanno per entrare. “Cosa credete. È un mio nipote, me lo ha mandato suo padre per farlo riposare un po’. Va al lazzaretto, povero ragazzo, e chissà se ne uscirà mai.” Silenzio. “Dov’è la campanella?” dice l’uomo, la voce resa stentorea dal bisogno di darsi importanza. “Eccola”. Armina tira fuori un affaretto di bronzo. Tutta la truppa arretra impercettibilmente, compreso il capo. “Va bene. Stai attenta, però, c’è in giro un assassino...” “Lo so, ne ho sentito parlare. Non vi preoccupate. Se vedo o sento qualcosa di strano vi avverto. Sono sola e vecchia, che devo rischiare a fare?” Non parliamo finché il rumore dell’audace pattuglia non si sfuma fra le fusa dei gatti della notte. Armina ride, coi suoi denti sgangherati. “Ce l’ho da una vita, quella campanella. Mio padre vendeva elisir di zampe di puzzola, menta e olio di castoro contro i reumatismi e la gotta. Giravamo per i paesi con un carretto e quando si arrivava in piazza lui si attaccava alla campanella per chiamare i clienti. Dovevi vedere quanti ne arrivavano. Adesso farà il contrario, li farà scappare. Tu ne hai più bisogno di me.” Il calore del fuoco e del cibo mi annientano mentre guardo i suoi occhi azzurri gioiosi abbandonarsi alla malizia della bimba dentro di lei. Mi sveglio alle quattro. Lei dorme su una vecchia sedia lunga, davanti al camino spento. Le lascio tre soldi raccolti dalle questue, ed esco nel buio del mattino. Ho ancora molta strada da fare.
  7. Ieri ho visto un'onda. Sedevo sul molo e la guardavo. "Chi sei?" le ho detto. "Bah, non lo vedi? Sono un'onda." "Sei piccola. Vieni da lontano?" Ha cambiato direzione con una svirgolata e ha cominciato a correre in orizzontale. "Si - mi ha detto con una voce più sommessa - e ho visto tante cose. Ho visto tempeste talmente furiose da spaventare anche me, ho visto navi affondare nel fragore degli alberi che si spezzano e degli uomini che bestemmiano, ho visto le orche tendere agguati alle balene e fulmini precipitare a capofitto fra le onde. Ho fatto migliaia di chilometri e giocato a nascondino coi gabbiani." "Come hai fatto tanta strada tu, così piccola?" "Mi sono appoggiata alle grandi ondate oceaniche e fatta trasportare, a volte sono precipitata da decine di metri, mi sono fatta spingere dalle correnti e tirare dal vento. Si può fare tanta strada, con gli alleati giusti. Anch' io, che non conto niente." "Certo, rispetto alle onde di certe tempeste...quelle sì, che fanno la storia del mare:" "E' vero, ma scompaiono prima di me. Sfogano l'urlo che hanno dentro e arrivederci. Io invece sono qui da tanto tempo." "Bè, intanto adesso sei vicino a questo molo, e fra un po' ti perderai fra la sabbia. Adesso che stai per scomparire, che effetto ti fa, dopo una vita così lunga e avventurosa?" La piccola onda stava cominciando a sfilacciarsi, mentre si avvicinava alla riva. "Ho fatto la mia vita. Quello che dovevo fare." "Non ti sei mai chiesta perché c'eri, a che servivi?" La sua voce era ormai talmente esile che assomigliava ad un lontano ricordo. "Queste - ha detto mentre veniva spinta verso il baratro della sabbia che l'avrebbe assorbita - sono cose che vi chiedete voi uomini. A me non serve. Io appartengo al mare. Sono qui per essere parte di questo tutto." Tacque, ormai diventata un po' di umidità sull'arenile. Chissà se in quel momento il mare si sentiva come me: appena un po' più solo.
  8. Penso tu abbia ragione. In un primo momento mi è sembrato che "l'assenza" di una ambientazione favorisse l'aspetto introspettivo, però forse isola troppo i personaggi...buona per la prossima!! Grazie, ciao
  9. Grazie, Lorenzo. Farò tesoro delle tue note per le prossime creazioni. Ciao
  10. Le tira la pelle, come se sulla faccia avesse una maschera di cartone. Si guarda intorno: una specie di nebbia grigiastra dappertutto, non si vede neanche i piedi. Non ci sono alberi o colline o qualunque cosa assomigli a un paesaggio. Niente che ricordi una costruzione umana. Cerca di capire le sue sensazioni ma piomba in un groviglio , si confonde. Forse ha freddo, forse no. Annusa l’aria: non sa di niente. “Ciao, Dany.” Finalmente, una voce amica. “Ciao, dottoressa. Che nebbione oggi. Strano, dalle nostre parti la nebbia non c’è mai.” “Come ti senti?” “Bene. Un po’ confusa, magari.” Le verrebbe il suo sorriso timido, quello con cui si protegge dalla violenza degli altri, ma le tira la faccia. Quando tenta di sorridere sembra che si deformi qualcosa. “Dove hai lasciato la famiglia, Dany?” “Mah – dice leggera – saranno dove sono sempre. I ragazzi a scuola, lui in officina.” “Ti mancano?” “Lei mi fa sempre certe domande, doc. Certo che mi mancano, sono la mia famiglia. Come potrebbero non mancarmi?” “Anche Piero?” “Certo, anche lui. E’ mio marito.” Fa una pausa. “Però oggi ho una sensazione strana. Non so. Forse è successo qualcosa e non me ne ricordo. Ogni tanto succede qualcosa, con Piero. Sa com’è, è un carattere difficile.” “Mi avevi detto che avevate dei problemi. Vuoi parlarmene?” Di nuovo il sorriso tirato di Dany, quello che non esce perché è come se avesse la faccia incollata. “Lei è strana, doc. Vuole sempre starmi a sentire, come con i suoi pazienti. Io non la pago, non potrei, e lei vuole ascoltarmi lo stesso.” “Siamo vicine di casa, Dany. Se stai bene mi fa piacere.” Dany fa una voce birichina. “Sapesse lui come si arrabbia, che ci parliamo. Dice: quella ti sobilla. Così dice. Che scemo: è lui che certe volte mi fa venir voglia di scappare. Intendiamoci, io voglio bene a Piero, gliene ho sempre voluto. Però non è più come prima. Mi capisce? Insomma, le cose sono cambiate. Lui si agita, e io mi spavento. Allora corro in bagno e mi ci chiudo, e lui si arrabbia ancora di più.” “Non scappi poi tanto, Dany. L’anno scorso ti sei fatta complessivamente venti giorni di ospedale, perché lui si arrabbia. Vuol dire che non sei scappata. Sei rimasta lì a subire.” “Ho dovuto rinunciare a scappare, lui se la prende coi bambini. Allora ho cominciato a spedirli in camera, e che si sfoghi pure con me. Non è cattivo, sa dottoressa. Però è tanto nervoso. Il lavoro è difficile, c’è la concorrenza, i clienti pagano in ritardo…sa com’è.” Ha un gesto timido, Dany. Un po’ si vergogna di queste miserie. “Dany, te l’ho detto tante volte. Dovevi denunciarlo, o prendere i bambini e scappare. Perché non hai voluto denunciarlo?” “Ma, dottoressa, è un brav’uomo. Poi mi ama. E’ geloso, sa?” “Quindi ti ama?” “Bè, gli importa no? Altrimenti non si interesserebbe, mi avrebbe già lasciato. Invece lui ci tiene tanto che stiamo assieme, anche con i bambini. Il senso della famiglia, è quello che mi è sempre piaciuto di lui. Pensi che qualche giorno fa…” Si ferma di colpo. “Cosa? Cosa è successo qualche giorno fa?” “Niente. No, niente.” “Dany, per favore. Non ti interrompere. C’è stata qualche novità fra di voi?” “Bè, io ho avuto un momento, sa, uno di quei momenti di esasperazione, e gli ho detto che volevo finirla. Vedesse che faccia, dottoressa: un uomo distrutto. Si è chiuso in officina, non l’ho visto per due giorni. Ho mandato i bambini dalla nonna, non lo avevo mai visto così nero. Io volevo chiudere, questa volta lo volevo proprio.” “C’era un altro, nella tua vita?” “Per carità, nessuno, nessuno. E chi ha voglia di buttarsi in un’altra storia, dopo quindici anni con lui, così?” “Poi? E’ tornato?” Silenzio. Dany guarda in terra, deglutisce. Le sembra che non le venga il respiro, e neanche le idee. Sono confuse e girano intorno come quella nebbia. I suoi piedi ci sono sempre immersi dentro. “Non…non mi ricordo.” “Secondo me ti ricordi, Dany. Vero, che ti ricordi?” Dany ha voglia di piangere, le tremano le mani. “Dany, pensaci. Devi ricordarlo.” “Perché? – grida Dany – perché accidenti devo ricordarlo? Magari non voglio!” “Perché altrimenti resti bloccata qui. Bisogna procedere, bisogna andare avanti.” “Qui? E dove è qui? Io non capisco.” Tace. “Sì, è tornato. Di notte. Mi ha lanciato addosso una cosa, non so. Cos’era?” “Vetriolo.” “Oddio, ecco perché sento la faccia così…poi mi ha pestato forte. E dopo non mi ricordo. Ma se mi ha lanciato il vetriolo, e io non sento dolore..” Guarda verso la dottoressa, che risponde al suo sguardo e la fissa. “Sono morta? Davvero, sono morta?” “Mi spiace, Dany. Alla fine ti ha uccisa. Non per le botte. Ha usato un coltello.” Dany si guarda intorno, scruta la nebbia. C’è qualcosa che la disturba. Cosa…? “Se io sono morta, dottoressa, lei che ci fa qui?” La dottoressa sorride leggermente. “Quando ha finito con te, Dany, è venuto a trovarmi.”
  11. Grazie e mi scuso: non sono ancora molto esperta.
  12. Grazie, mando il tutto presto.
  13. Buongiorno, Aporema, è un po' che non ci visitate. Molto da fare? Sono presente su WD e vorrei mandarvi qualcosa, ma non riesco a pescare il format di cartella editoriale standard che richiedete. Il vostro link mi dice che non contiene il file e forse è stato rimosso. Per adesso vi manderei i miei formati, spero la cosa non crei troppi problemi. Ciao Ira
  14. Quando mi sono svegliato, stamattina, la luce che veniva dalla finestra era diversa. La nebbia grigio sporco, l’umido appiccicoso erano spariti e al loro posto raggi traversi di sole, magari un po’ pallido, ma vero sole. Sarà una buona giornata – avevo pensato- ci sarà da tirar su soldi. Poi ho scoperto che quel cretino di Ika (si è dato questo nome perché ha detto che vuole essere libero come Icaro) a furia di non voler mettere la sciarpa si è preso un malanno ai bronchi. Ergo non può suonare il sax, e adesso devo sbrigarmela da solo. Sai che roba, uno da solo col bongo che vuoi che faccia? Mi metterò al collo l’armonica e arrangerò qualche pezzo che si presta, non posso perdere la giornata. Tutta colpa di questa maledetta città, è una trappola. Ci siamo capitati quasi per sbaglio e non riusciamo a scappare dalle sue grinfie; qui tutti hanno fretta, strattonano il loro tempo trascinandolo da un appuntamento all’altro e gli svaghi sono il teatro, il cinema. Mica star lì a sentire un artista di strada. Qui soldi se ne fanno pochi, senza soldi non riesco ad andarmene e giro in tondo per questi quartieri grigi e frettolosi. Quando riesco a pagarmi un pasto al giorno è andata di lusso. Ingoio un’ultima imprecazione verso Ika, mi metto il bongo in spalla e l’armonica al collo e scendo le scale umide del caseggiato dove abbiamo una stanza e un microscopico bagno. Mentre cammino fino al mio posto preferito penso al sud, al caldo. Magari la Puglia, o la Sicilia, dove il sole picchia forte e fa da principale accompagnamento alla musica, dove la gente ha ancora voglia di fermarsi per la strada ad ascoltarti. Non girano tanti soldi, ma un euro per un disgraziato seduto in un angolo a suonare ci scappa sempre. Poi tanti arrivano con un panino o un bicchiere di vino e il calore non arriva più soltanto dal sole. E’ una bella piazza, quella dove andiamo di solito, con una rara fetta di giardino nella parte centrale e perfino gli alberi. Vicino c’è un museo e diversi bar coi tavoli fuori d’estate, è diventato presto il nostro posto preferito, perché il flusso di gente è indispensabile per questo lavoro. Bè, magari chiamarlo lavoro è esagerato, ma per adesso va bene così. Volevo viaggiare e ci sono riuscito, finché non sono cascato in questa palude di business, consapevole solo di se stessa. Mi avvicino al bar, avrei voglia di colazione, ma ho già preso il caffè e di più per adesso non mi posso permettere. Sono impacciato e nervoso: è tanto che non suono da solo e mi pesa. Forse la gente se ne accorge, perché mi lancia un’occhiata distratta e si allontana, sempre di corsa. Arrivano i pensionati, qualcuno col nipotino: quelli ci sono sempre, ascoltano ma raramente ti danno qualcosa. Prendo confidenza, comincio a sentirmi più sciolto ma non succede niente, nel cappello ci sono tre euro, a occhio. Un disastro. Esce dal bar Isabella, la cameriera carina che mi porta una piccola pasta a metà mattina: a volte è l’unica cosa che mangio fino a sera. Mentre consumo il mio brunch mi guardo attorno: i soliti due anziani, tre africani che discutono tra loro e non vedono il resto del mondo, due ragazze sui sedici anni bionde, rosee, col rossetto e i piercing. Qui non ce ne esce niente. Riprendo e decido di dedicarmi a me stesso: se deve andare così catastrofica tanto vale che suoni quello che piace a me, non le cosucce popolari che uso per finanziarmi la cena. Attacco un blues lungo, tirato fino al lamento ma scandito da una percussione lenta e cupa. Mentre mi godo i miei ritmi e viaggio nelle paludi della Louisiana vedo arrivare una ragazza, meglio, una donna. Si fa notare senza sforzo: è alta, scura di pelle di occhi di labbra. Porta abiti larghi e un lungo fazzoletto avvolto attorno ad una massa di capelli ricci. Mi vede, si ferma, ascolta. Poi si guarda attorno. Sembra non accorgersi che il suo piede segue la musica, chiude leggermente gli occhi, poi di colpo li apre. Sembra aver preso una decisione. Viene nel mio angolo e molla a terra la borsa, poi si toglie la giacca e rimane con i larghi pantaloni che ricordano quelli di un’odalisca e una t-shirt morbida, che le ricade con naturalezza sulle spalle. Comincia a ballare seguendo senza difficoltà il ritmo complesso di un pezzo musicalmente non facile. I nonni prendono i piccoli vicini e fanno segno di guardare. Alcune persone che passavano rallentano il passo eternamente affrettato, si voltano, qualcuno sorride. I tre africani la fissano, con un lampo giallastro negli occhi. Poi entrano nel bar. Lei sembra non accorgersi di nulla, è concentrata, seria, di colpo la piazza sembra piena di persone che si stanno assiepando, e di lei. Il suo movimento si adatta alla musica, è primitivo, tribale. Alza le braccia e le abbassa, sembra un fenicottero in volo, poi una tigre che sta attaccando, poi una mangusta che sfugge i denti del cobra con un movimento brusco a sinistra. Sto sudando, e credo anche lei, perché il ritmo mi batte dentro. Mi succede sempre, e di solito “viaggio” neanche mi stessi facendo una canna. Vedo gli africani uscire dal bar. Uno ha in mano un coperchio di pentola e un mestolo di legno. Il secondo ha tre bicchieri, un secchio di plastica e una forchetta, il terzo non ha nulla, ma mentre si avvicinano tira fuori dalla tasca un minuscolo strumento, sembra una specie di flauto a quattro canne. Mi circondano e nel giro di tre minuti siamo un’orchestra, mentre lei si gira sul selciato e recupera movimenti antichi, che sembrano provenire da un popolo lontano, nello spazio e nel tempo. Si è formata una piccola folla. Il mio cappello non contiene tutti i soldi e uno dei neri ci mette la sua coppola, che si riempie in poco tempo. Svuotiamo i cappelli nella sciarpa della nostra ballerina. Andiamo avanti così per due ore, niente pause. I neri ridono fra loro e sembrano divertirsi come matti, per me è più complicata. La musica mi attanaglia, e le movenze arcaiche della donna mi trascinano altrove. Alla fine non ce la faccio più. Ho bisogno di un caffè, e mimo ai miei compagni il segno universale di portare un’invisibile tazzina alle labbra. Lei si avvicina, sorride. Il sudore le luccica sulla pelle ambrata e la illumina meglio di qualunque gioiello. Si mette la giacca sulla spalla. “Fermati, ci dividiamo l’incasso.” “Non ci pensare. Non voglio i tuoi soldi. “ “Dai, non sarebbero mai arrivati senza di te.” “Per me è normale, ballo per lavoro, ma non questa musica. Mi hai dato la possibilità di tornare alla mia infanzia. Sono io che dovrei pagarti.” Detto questo estrae una penna dalla borsa e mi prende il braccio. Ci scrive un numero di telefono, proprio vicino al tatuaggio con il volto del vecchio sciamano, poi sparisce scivolando fra la folla, così, come fosse evaporata. Ammasso una quantità incredibile di soldi. Ci saranno più di duecento euro. I neri rifiutano di dividere, si servono dieci euro a cranio e non vogliono altro. Ridono della mia faccia imbarazzata, poi mi spingono verso il bar per farsi pagare la merenda. La gente non vorrebbe andarsene, aspetta ancora un po’, poi si disperde malvolentieri. Stasera la chiamo, voglio vederla, conoscerla, poi deciderò cosa fare. Adesso ho anche i soldi per andarmene, e da solo. Ci sono tante possibilità, là fuori.
  15. Nome: A&B editrice Generi trattati:Thriller, Noir, narrativa non di genere, saggistica Modalità invio manoscritti: http://www.aebeditrice.com/it/contatti.php Distribuzione: Dehoniana libri Sito: http://www.aebeditrice.com/it/ Non sono riuscita a trovare molto, sembra interessata agli esordienti, ma non so se sia a pagamento o no. Appartiene al gruppo editoriale Bonanno. Chiunque abbia notizie un po' meno vaghe delle mie è benvenuto.