gecosulmuro

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Su gecosulmuro

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    Marco
  • Compleanno 27/06/1959

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  • Genere
    Uomo
  • Provenienza
    Roma
  • Interessi
    Science Fiction, Fantasy, Grande narrativa classica, Sperimentazione, Esordienti
    Scrittura racconti/romanzi

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  1. Ben scritto davvero, anche se, secondo me, con qualche problema di accuratezza. Lineare, pochi errori, ma prolisso, monotono e piuttosto descrittivo. “… a quel caldo appiccicaticcio tipico dell’estate…” descrittivo, pleonastico. “… mattina di Natale ma carico di aspettative ancora più alte…” avversativo che non avversa. “… il ticchettio di un ansiogeno orologio immaginario…” pleonastico, avverbio fuori posto. “… un arrivederci fin troppo lungo alla spensieratezza delle vacanze…” prolisso. “… Si era goduta qualche giornata al mare, sì, ma non (per questo) poteva certo definirsi un’amante…” frase incompleta. “… Per lei era foriero di nuovi inizi…” parola ricercata. Mi sembra che lo stile, nell’insieme, colga bene alcune esigenze della scrittura, come la continuità del discorso, l’attenzione a non usare iperboli, possessivi, il linguaggio figurato in genere, ma si areni poi nei pleonasmi, nella prolissità, nelle descrizioni. Dal punto di vista narrativo, l’effetto “sorpresa” del finale è piuttosto prevedibile. Più in generale, l’eccesso di narrazione del punto di vista del personaggio, che, in effetti, pensa sempre a una cosa sola, annoia.
  2. Nel complesso, mi sembra ben scritto e mi appare anche molto curato. Non ho trovato molti problemi di sintassi o punteggiatura, non tanti da giustificarne l'evidenza. La lunghezza dei periodi è ragionevole e non ci sono incisi fuori luogo, di quelli che appesantiscono la lettura. Ho trovato però qualche problema nella posizione delle parole, che in alcuni casi andrebbero spostate, poi, parecchi pleonasmi, l’uso, un po’ ovunque, di uno stile enfatico che suona un po’ “sopra le righe”. Comincerei con l’indicare enfasi e pleonasmi: “… Aveva seguito quel consiglio e sembrava non dovesse affatto pentirsene…” “… non si preoccupi alta due dita e tenera come il burro, cotta al sangue…” (un cameriere che parla così sembra uno che sta prendendo per i fondelli) “… tovaglie giallo chiaro ai tavoli…” “… suono d'arpa eseguito da un musicista dal vivo…” “… quella sì che era una bistecca…” “… confuso e stordito…” “… si girò di scatto di lato…” “… Gli diede un forte pugno per farla smettere…” “… si lasciò ricadere disteso sul letto…” “… non riusciva a cancellare il senso di fastidio che ancora provava…” Concordanze: “… Si mise a sedere sul letto passandosi una mano tra i capelli e scuoteva la testa contrariato…” Incompletezza/sostantivazione: “… tutti i diavoli dell'inferno si erano messi d'accordo per una congiura…” Parole fuori posto: “… il cameriere gentilmente lo servì…” --> “… il cameriere lo servì gentilmente…” o, meglio, “… il cameriere lo servì con gentilezza…” “… la situazione era stramba un bel po'…” --> “ … la situazione era un bel po' stramba…” La qualità, da come la vedo, sta nell’attenzione a non contaminare la lingua con i modi del parlato. Qui leggo, cioè, qualcosa che è stato concepito per la scrittura, vale a dire, per il modo in cui questa dovrebbe essere usata, privilegiando l’esattezza all’espressività, ma il lavoro sembra fatto a metà. Mi appare come se fosse indirizzata sulla strada giusta, ma ancora immatura.
  3. Benvenuto... Per rispondere comunque al tuo quesito, in mancanza di un deposito vero e proprio, mi è stato suggerito di prendere alcune banali precauzioni, come quella di inviare una copia del testo a se stessi con posta elettronica certificata. L'inoltro ha valore probatorio, anche se, per rivalerti, dovrai comunque intentare una causa privata. E' un po' poco, ma almeno non resti completamente "scoperto".
  4. Voto anch’io l’esaurimento della “vena creativa”, ma con qualche distinguo. Ad esempio, per via di una scelta precisa scrivo di proposito, sempre e solo di cose che non conosco. Lo faccio per tenere in allenamento l’immaginazione e per costringermi alla difficile disciplina della padronanza. Durare, come autori, secondo me può essere una questione di approccio.
  5. Benvenuto... Mi pare che te la cavi benissimo anche con le immagini. Sei un fotografo professionista?
  6. Perdonami @FedericoLibro, ma ammetterai che molto di quello che dici suona in modo strano. Tanto per cominciare, anche ammettendo in blocco la tua storia, non si capisce perché o a che titolo ti stai prendendo tutto questo disturbo. Di solito, sono figure professionali specializzate a incaricarsi di rappresentare un autore, grazie a un legittimo e, soprattutto, trasparente interesse. Da quello che dici, e dai particolari che fornisci, non sembri però un agente letterario. Quale sarebbe, allora, il tuo interesse? Perché stai facendo quest'opera di promozione? Vi sono molti generi che potrebbero essere prodotti da autori con poca istruzione, ma grande immaginazione, e quasi tutti sono piuttosto "atipici" per chi si occupa, in buona sostanza, di narrativa, come i contributori di questo forum ("Come vincere al lotto", "Numeri fortunati", "Salute e amore nelle stelle"). Perdonami ancora, ma credo che, come precondizione, al primo posto debba esserci la certezza, per chi ti potrebbe aiutare, dell'assoluta liceità e correttezza dell'operazione.
  7. Benvenuto. Ti segnalo subito la sezione "Officina" in cui le tue idee e i tuoi esperimenti verranno passati al setaccio da una community di pignolissimi critici, che ti faranno massaggi di carta vetrata. Non vediamo l'ora di accoglierti!
  8. Secondo me è ben scritto. Forse farà sorridere, ma leggere un testo che, per lo più, non ha errori drammatici di punteggiatura, di tempi verbali o di sintassi in generale, è già molto. Segno di cura. Tuttavia, qua e là, le scelte non sono sempre convincenti. Ad esempio, ho trovato dei punti del testo in cui sarebbe più appropriato mettere una congiunzione. Per non parlare poi del continuo ricorso ai ritorni a capo. Troppi. Ad esempio: “… In fondo qualcuno si salvava con la chemio(, ma poi) tornava alla vita di tutti i giorni e cosa gli restava?...” Ancora: “… Nulla(, il ché) cozza…”, per poi proseguire con “… non potevano sapere(, )non potevano nemmeno…” Accanto a tutto questo, però, ci sono “perle” che mi sono piaciute molto: “… Una roba che inizia astratta e finisce per ucciderti, con estrema concretezza…” Davvero ben trovata. La narrazione mi sembra coesa, senza fessure. Non mi pare ci siano “salti” di registro, cioè punti in cui il senso del discorso cambia improvvisamente, parole e frasi puntano dritto alla stessa narrazione, che si sviluppa senza interruzioni dall’inizio alla fine. Le sole cose che mi sono sembrate “strane” sono, appunto, certe scelte in fatto di punteggiatura (e di ritorni a capo). Per quanto riguarda il contenuto, non mi sono “scaldato” troppo. Sembra un po’ un miscuglio tra “L’invasione degli ultracorpi” e la “Guerra dei mondi”, entrambi soggetti già sfruttati.
  9. Rispetto al passato, mi pare che i "cicli" (cioè le mode) di celebrazione di un genere si siano accorciati e intensificati. Forse non è vero in generale, ma mi sembra che, a stare sulla "cresta dell'onda" (oltre a durare poco) oggi si metta in moto una macchina mediatica molto più coordinata di un tempo, fatta di cinema, editoria, televisione, merchandising, ecc... Direi però che le "mode", comunque sostenute, ci siano sempre state. Diversamente dal passato, capita che oggi si sfruttino generi o personaggi "minori" che, una volta, non approdavano nemmeno al grande circuito. Non credo però che tutto ciò porti all'esaurimento di un filone. Se un genere è genuino, conoscerà, nel tempo, sempre nuove edizioni. Detto questo non mi farei illusioni sull'"emersione", se non è il momento giusto, non ci sarà niente da fare, anche se il genere è valido.
  10. Dunque... La punteggiatura non è una cosa su cui riesco ad essere esatto, anche io la cambio molte volte prima di trovare il ritmo "giusto", tanto che credo, infine, dipenda soprattutto da ciò che si vuol dire. Te l'ho segnalata perché la prima frase, ad esempio, sembra proprio avere ha le pause nel posto sbagliato: "... Qualcuno che non solo mi conosce dall’infanzia ma conosce tanto bene i miei gusti e le mie abitudini, da potersi permettere..." C'è uno stop (la virgola) nel mezzo di qualcosa che si legge tutta d'un fiato e ne manca uno, invece, dove il senso si spezza. Nel sito ci sono "vagonate" di interventi in proposito e tantissime indicazioni pratiche; alla fine, però, sembra che sia molto più facile stabilire quando è sbagliata piuttosto che perché. Sullo stile, ti do torto ancora una volta. Occorre avere fiducia nel lettore. Uno stile coeso, espressivo, coerente, può essere accettato anche se apparentemente assurdo. Al lettore occorre solo un po' di tempo, cioè di spazio, per abituarsi all'idea. La lunghezza del testo, da sola, non basta a definire qual è la soglia di "rischio rigetto" della tua platea, c'entra anche il contesto in cui viene proposto. Qui, nel WD, passano centinaia di migliaia di interventi all'anno. Se si dovesse dedicare tutto il tempo che ci vuole per considerare adeguatamente ogni singola proposta non ci sarebbe modo di esplorare nient'altro. Secondo me, non è un posto molto adatto per la sperimentazione, quanto per il lavoro di base (il ché, non è poco).
  11. @Eudes, spiacente, ma i troppi problemi di punteggiatura rovinano la lettura. Vedo che usi periodi lunghi, fatti di sequenze di coordinate, in cui fai ricorso spesso a un linguaggio figurato. Penso che per riuscire a seguire uno stile del genere ci vorrebbe, al minimo, una punteggiatura perfetta, perciò, anche se in fondo non ci vedo più problemi di tante altre cose che mi è capitato di vedere, ti segnalo la cosa. Veniamo al secondo (ap)punto: la coerenza. Il personaggio, che chiamerò personaggio-due per distinguerlo da personaggio-uno della lettera di @Lizz si rivolge, in retorica, a personaggio-uno come se ritenesse che questi lo avesse “rintracciato” a seguito di una ricerca. In realtà, leggendo con attenzione lettera-uno, si nota che personaggio-uno non parla di un “ritrovamento” materiale, quanto, piuttosto, di un “ritrovamento”, a sua volta, retorico, di personaggio-due, cui “indirizza”, sempre in senso retorico, la lettera. Lo sappiamo (o, meglio, lo deduciamo) perché, nel post scriptum alla fine del testo fa intendere chiaramente che personaggio-uno non si aspetta che quest’ultima sia davvero rinvenuta da personaggio-due, anzi, sostiene che essa sia aperta a chiunque la trovi, in nome (pare) di uno scopo più alto, che potremmo definire “educativo”. Sembra quindi che personaggio-due, al secondo capoverso, prenda un abbaglio. Crede cioè che personaggio-uno lo abbia cercato e trovato, che ne abbia studiato le abitudini – addirittura – allo scopo di rendere possibile il ritrovamento di lettera-uno per un tramite straordinario, ma non è così. Sappiamo che non è così per via del post scriptum e attribuiamo quindi l’equivoco in cui cade personaggio-due al fatto che, probabilmente, quella parte della narrazione non era nel corpo della lettera, ma solo nel testo della storia, pertanto, essendone il personaggio all’oscuro, ne ha interpretato il messaggio a modo suo. Insomma… Io, l’incoerenza, me la sono spiegata così. Se davvero le cose stanno in questo modo, ti dico subito, però, che ci si arriva con troppo fatica. Se invece non stanno così, forse c’è un problema tra lettera-uno e lettera-due. Torniamo al tuo testo. Come ho anticipato, è pieno di espressioni figurate. La prendo come una scelta di stile: ci sono apposta, perché è proprio così che, stavolta, si esprime la tua scrittura. Di solito non discuto le scelte di stile, ma ho imparato, di recente, che in una proposta destinata di proposito al commento, come quelle per il Writer’s Dream, usare stili troppo elaborati può essere controproducente. Nel mio caso, l’errore, probabilmente, è stato anche quello di usare un guazzabuglio di stili diversi, ma il principio generale non cambia: uno stile “alternativo” al consueto avrà bisogno di spazio per essere accettato. Il tuo testo, purtroppo, come tutti quelli che capitano da queste parti, è troppo breve per farcela, non ha abbastanza spazio. Cosa ne penso. L’uso delle espressioni figurate. Così come sono, sembrano piroette improvvise nel mezzo di un discorso formale. A parte la suggestione, non si capisce bene che ruolo svolgano. I cambi di registro, vale a dire, in questo caso, l’uso diffuso di toni poco consoni al sentimento. È come se chiamassi sempre in causa l’eternità per poi inciampare di continuo nella transitorietà. Ad esempio: “… casa…” che, nel sentimento, ha valenza eterna, “… villette a schiera…” che è un dato oggettivo, freddo, connotato da transitorietà. Altri esempi: “… Per farti sapere che c'è qualcuno che non ha mai smesso di pensarti dai tempi dell'infanzia…”. Prima tocchi una dimensione che è senza tempo, poi specifichi da quanto dura. “… Ho cercato tracce di te perdendomi in città sconosciute …“. Scusa, ma può essere letta come “ho cercato solo tracce di te, non te tutta intera…” . “… Seguendo i cartelli stradali, l'istinto o il caso…”. Può essere letta come la mancanza di un navigatore satellitare. “…Dall’esterno, si può notare come la vegetazione abbia ormai invaso… “. È un niente, ma quell’”ormai” basta a farla sembrare l’osservazione di un amministratore di condominio. Le lacune del senso. “… seguendo d'inverno le orme lasciate su strade innevate… “. Le orme di chi? E poi, “… su strade innevate…” I marciapiedi, invece, non andavano bene? Incoerenze varie. “… da potersi permettere di piazzare nella biblioteca… “. Non mi sembra che mettere una lettera tra le pagine di un libro, quale ne sia lo scopo, sia una faccenda tale da non “potersela permettere”. “… ho inseguito i sussurri della tua voce rincorrendola tra rumori sospesi nell'aria e i sibilii del vento… “ Come ha fatto, al contempo, a sentire la sua voce e a non sapere dov’era? Errori veri e propri. “… ti ho cercata nei miei sogni .. (tra) le onde del mare… “ Cosa concludo. Scrittura un po’ frettolosa. Scusa se te lo dico, di solito non invado la sfera personale, ma sembra figlia di letture frettolose.
  12. Ok... se ne dicono tante, ma si torna sempre al "genere", cioè all'idea di come etichettare la letteratura. Quello che ne penso è che è un concetto che appartiene al "mondo", cioè a ciò che è al "di fuori" di noi, non al fenomeno letterario in sé, il quale, mentre viene concepito, non ha un "genere" più di quanto un gatto abbia un certificato di residenza. Il genere è, cioè, una convenzione con cui il testo, appunto, viene incasellato per impedirci di soffocare nei dettagli quando ne abbiamo molti (di testi). Il "genere", insomma, è lì soprattutto per necessità organizzative e non altre, tanto che, per quanto mi riguarda, tutti i "generi" potrebbero essere ridotti a due: "buon libro" e "cattivo libro". Ciò non toglie che i generi, pur non essendo - in senso stretto - necessari alla lettura, esistono nei fatti, cioè nella tradizione, e condizionano la scrittura. La condizionano perché, se seguiti, impongono stili, contenuti, linguaggi, vale a dire molta parte del lavoro di sviluppo. Essi però impongono solo alcune scelte e mai, in nessun caso, la concezione. Gli "archetipi", cioè i tipi universali con cui riconosciamo, e ci riconosciamo, in un testo, sono del tutto indipendenti dalla scrittura, anzi, del tutto indipendenti del media narrativo. Lo dico perché credo che in ultimo non esistano storie raccontate, solo storie ascoltate. È ciò che vogliamo "vedere" in una storia che la fa, per noi, "emozione", poiché se è vero che le parole ce le mette lo scrittore, le emozioni ce le mette, evidentemente, il lettore. Insomma, non mi preoccuperei minimante dell'etichetta. Può darsi che perderai una fetta di pubblico, ma, se la scrittura è valida, ne guadagnerai un'altra.
  13. Siamo noi gli "esperti del settore". La scrittura, dopo, e la tradizione narrativa orale, prima, precorrono la psicanalisi di millenni. Il nostro "mestiere" sta un po' anche in questo: calarci nel personaggio, anzi, "diventare" il personaggio (metodo Stanislavskij) usando le emozioni come grimaldelli per "aprire la serratura" della psiche. L'esempio che mi piace più di tutti è Moravia ne "La romana". In quel romanzo, pubblicato nel '47 e tuttora, secondo me, insuperato, Moravia "diventa" letteralmente una prostituta minorenne.
  14. Ciao @Vincenzo Iennaco Non sono sempre d’accordo con le tue scelte, ma non posso negare che il testo che hai proposto ha, per me, ‘qualcosa’ dentro. Prende. Semplicemente, o, perlomeno, ha preso me. Ci ho visto, in trasparenza, quello che presumo essere il vissuto di quelli che arrivano qui come profughi, perlomeno la minoranza che ce l’ha fatta, ma che profughi, in realtà, non sono – quella è solo l’etichetta che gli abbiamo cucitto addosso – poiché, prima di chiedere diritti che noi diamo per scontati, erano artigiani, insegnanti, artisti e, magari, anche scrittori. Il tutto è raccontato in modo molto indiretto, come attraverso un velo. La guerra, infatti, non viene mai menzionata, anche se la narrazione non fa che disseminare indizi sulla sua presenza. La funzione ‘comunicativa’ del velo è, per me, abbastanza chiara: serve a far da contrappunto all’altrettanto metaforica 'grandine' di realismo con cui i media chiamano l’attenzione, a colpi di scoop, su una narrazioni del conflitto da cui, forse, prende le mosse il tuo disegno, e che è assai meno metaforica. Non so se avessi in mente qualcosa di così preciso, ma il testo sembra “calzare” come un guanto alla “crisi” mediorientale. Detto questo, arrivo al punto. È un po’ strappalacrime. Non c’è nulla di male nello strappare le lacrime (al lettore), anzi, in fondo è proprio quello che tentiamo di fare tutti, ma, nel tuo caso, l’operazione ha il difetto di essere un po’ prevedibile. Si capisce subito dove vuoi andare a parare e questo rovina un po’ l’effetto. Ci sono però cose “molto” ok: scrittura, sintassi, lessico, contenuto… mi è piaciuto, ad esempio, lo stato di “sospensione” in cui lasci il lettore, che ci mette un po’ a capire di che si tratta. Mi è, però, piaciuto meno il lavoro che hai fatto sul personaggio, poiché, credo, i suoi pensieri rispecchiano un po’ troppo la storia che vorresti raccontare e non il modo, genuino, in cui un bambino (è un bambino?) raziocinerebbe (presumo) le emozioni in circostanze simili. Quel che racconta a sé stesso si sviluppa in modo troppo coerente, coeso, ricercato nel lessico e nella costruzione, per sembrare genuini. Non suggerirò correzioni (anche se ho visto qualcosa qua e là), poiché, oltre a essere abbastanza curato, i “problemi” del testo non sono certo nell’uso di un avversativo piuttosto che no. Errori d'ortografia o di sintassi, del resto, non mi pare ce ne siano.
  15. @Floriana. Non ho un'idea precisa della causa della morte di Lisa. Verosimilmente, è morta per un infarto, causato anche dall'apprensione. Il bambino non è nato perché Emma ha abortito, la cicatrice è la conseguenza di una complicazione dell'aborto. L'appartamento dove si svolge la vicenda è sempre lo stesso.