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Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione il 21/11/2017 in tutte le aree

  1. 10 punti
    Condivido il post di una cara amica e collega, che fa luce su certi segreti della professione di editor... Come far diventare scemo un editor - A ogni correzione, rispondi: "Ma Camilleri lo fa". Anche sulle cose che Camilleri non ha mai fatto; - In alternativa, rispondi: "Ma è voluto". Oppure: "Ma è successo davvero". In ogni caso, non permettergli mai di spiegare per quale motivo ti sta segnalando un problema. Non sei mica un cretino, è palese che non ti capisce; - Invia trecentosedici messaggi su Facebook alle due di notte, disperato e in lacrime. Se l'editor non risponde immediatamente, scrivigli una mail piena di indignazione perché non ti sta abbastanza vicino nei momenti difficili; - Alla fine del lavoro, chiedigli: "Quindi ora chiami tu gli editori?"; - Decidi all'improvviso che dovrai pubblicare domani, a tutti i costi, quindi chiedi all'editor di terminare il lavoro in un paio d'ore. Anche se avete iniziato ieri; - Quando ti viene spiegato che le norme redazionali variano in base alle scelte degli editori, decidi che allora tu userai un cuoricino a posto delle virgolette. Perché non si può imprigionare la creatività nella gabbia fredda delle regole, che diamine; - Lamentati dicendo che il tuo testo è sacro e vuoi lasciare tutto com'è, poi cambia idea e decidi che deve essere l'editor a riscriverlo da zero; - Se l'editor si fa pagare poco, metti in giro la voce che non è professionale. Se si fa pagare molto, metti in giro la voce che è esagerato e quindi non è un professionista serio. Se si fa pagare una cifra media, metti in giro la voce che non sa decidersi sui suoi prezzi e questo mostra poca professionalità; - Usa l'argomentazione della lingua che è fluida e che si deve adattare alle persone e non il contrario per inserire nel tuo romanzo una serie di gravi errori grammaticali. Poi, quando esce, vai a lagnarti con l'editor perché tutti ti stanno prendendo in giro e non te lo aspettavi; - Pretendi di usare come personaggi tua suocera, la vicina di casa e la suocera dell'editor. Tanto non stai dicendo nulla di male e lui è sempre così preoccupato di tutto, ma chi vuoi che ti denunci, suvvia; - Invia all'editor sedici manoscritti al minuto: uno di tuo zio, un altro del macellaio che è tanto caro, un altro della cognata del vicino di tuo fratello, chiedendo un parere approfondito quanto gratuito. E magari veloce, che qua non abbiamo tempo da perdere; - Dopo due giorni contatta di nuovo l'editor chiedendo come mai non ha ancora letto, evitando di celare il rancore che giustamente stai provando nei suoi confronti per l'inaudita lentezza; - Contatta l'editor per chiedergli delle informazioni (su come diventare editor, su come lavorare in editoria, sulle fiere del libro, sugli editori, sul senso della vita) senza nemmeno salutare, continuando a fare domande per sei ore inserendo svariate emoticon per ravvivare la conversazione se lui è lento e pretendendo che abbia una soluzione (gratis) a ogni tuo problema. Quando lui risponde gentilmente, chiudi la conversazione senza ringraziare. In fondo, tutto ti è dovuto e il suo lavoro è quello, no?
  2. 8 punti
    Interessante notare le pippe mentali che ci si riesce a fare su un avverbio di cui il lettore, nell'economia di un romanzo, nemmeno si accorgerà, perchè un conto è scrivere cinque avverbi in una frase di tre righe (allora sì, risulterebbe pesantuccio) e un conto è utilizzare qualche avverbio qua e là. In generale i grandi scrittori non hanno bisogno di stare dentro questi recinti. Welsh, per esempio, nemmeno usa il congiuntivo. Certo, agli esteti e ai puristi può dare fastidio, però sta di fatto che vende milioni di libri e da uno di questi è stato tratto un film che ha fatto epoca. p.s. interessante notare come, sempre a proposito di Welsh, su un sito di recensioni piuttosto seguito ci sia scritto che il traduttore avrebbe bisogno di un ripassino sul congiuntivo... senza capire che forse, ma proprio forse, è questione di stile e non di ignoranza.
  3. 8 punti
    Personalmente non entro nel merito del discorso e dell'esempio del "Fu vendicativo", ma rimango al titolo: Show don't tell. Per me non esiste Show don't tell, per me non esistono regole di scrittura e bla bla. Per me esiste solo il semplicissimo concetto: è scritto bene e mi piace, mi emoziona vs è scritto male e non mi piace, non mi emoziona. Potrei leggere un intero romanzo in "tell" e reputarlo un capolavoro, se scritto bene. Potrei leggere un intero romanzo in "show" e schifarlo, se scritto male. E l'esatto opposto, ovviamente. Non mi sono mai posto il problema di quanto mostrino o dicano un Dostoevskij, un Palahniuk, un Welsh, un Saramago, un Grass, un Murakami, un Hosseini (per citare autori molto diversi tra loro che mi piacciono parecchio). So che scrivono bene, e tanto mi basta.
  4. 8 punti
    Complimenti a @Niko , per aver di nuovo dato fuoco alle polveri: si vede che ultimamente si annoiava e, non riuscendo a bannare più nessuno, ha pensato bene di crearsi da solo l'occasione per poterlo fare ... Spero solo di non essere il primo a cadere nella trappola. Scherzi a parte, come molti di voi già sapranno ho da poco cominciato a dar vita a una piccola casa editrice e lo staff è stato generoso, nel darmi la possibilità di parlarvi anche attraverso un apposito profilo. Su questo argomento però preferisco intervenire nella mia veste di autore, qual ero e quale intendo comunque continuare a essere. Correndo il rischio di essere troppo salomonico, io direi che il self publishing è entrambe le cose. (Parto dalla seconda...) Se c'è una divinità che adoro, è quella della libertà. Ben vengano dunque tutte quelle che cose che tendono a favorirla e l'auto pubblicazione è senza dubbio una di queste. Tutti siano liberi di dire tutto: sta noi decidere se ascoltarli o meno. Tutti siano liberi di scrivere tutto: sta a noi scegliere se leggerli o meno. Se quindi qualcuno decide di ricorrere a tale mezzo, per sfuggire al potere, a volte ricattatorio, delle grandi o delle piccole case editrici, ha la mia completa approvazione. (.... per arrivare alla prima.) Se il self publishing è però solo una strada che consente agli autori emergenti di sfuggire a qualsiasi genere di controllo, evitando di sottoporre il proprio lavoro all'analisi o alla critica di chicchessia, perché lo ritengono già perfetto di suo, allora il mio dissenso è totale. Come ho già spiegato in altre sedi, quando insieme ad altri autori abbiamo deciso di provare a creare la nostra minuscola C.E., lo abbiamo fatto perché delusi dalle manovrine di piccoli editori: "peggio di loro - ci siamo detti - non possiamo fare, neanche impegnandoci". Ma prima di intraprendere tale dispendiosa, sotto ogni punto di vista, avventura, non è che non abbiamo preso in considerazione l'ipotesi di auto pubblicare i nostri prossimi lavori. Se abbiamo scartato questa opportunità, è stato per due fondamentali motivi: continuare a rappresentare una sorta di "filtro", ognuno per l'altro, smorzando i reciproci entusiasmi sulla "grandezza" delle nostre creazioni; fornire ad altri esordienti possibilità che a noi sono state negate o concesse solo in parte. Concludo, come nel mio stile, con una battuta. Quando leggo i post di alcuni self publisher che, anche in questo forum, scrivono "io mi son fatto tutto da solo: grafica, copertina, impaginazione, correzione di bozze, editing.." e li trovo pieni di errori di sintassi, ripetizioni e strafalcioni di vario genere, mi viene in mente quella vecchissima barzelletta del tizio arricchito che si vantava sempre "io mi sono fatto da me!", fino a quando non incappava in quello che gli rispondeva "beh, la prossima volta chiamaci, che ti diamo una mano!".
  5. 7 punti
    Premesso che non sono un professionista del settore, e che neppure pretendo di esserlo, vorrei cavarmi qualche aguzzo sassolino dalla scarpa. Di recente, l’estratto di un mio libro ha subito una critica costruttiva dal nostro @Renato Bruno. Eccola: Il procedimento che tu applichi non solo è giudicante (Fu vendicativo- (ma si era già capito dall'azione compiuta!) ma è anche concettualmente ridondante, perché è ovvio che punire chi si è ribellato è ipso facto di esempio per la ciurma. Ma la questione per me grave è quel Fu iniziale che dice al lettore: Vedete che carogna è stato. Un giudizio che esula dalla funzione dell'io narrante non interno, non dentro, non protagonista dei fatti narrati ma osservatore alla finestra cui è demandato il solo compito di esporre i fatti in modo tale da lasciare al lettore il giudizio "cavolo, che carogna vendicativa quest'uomo!" Il tuo è per ora un buon livello 1 di narrazione ma ti muovi ancora troppo e solo sulla superficie del mare, senza un tuffo verso il basso e senza mai un salto verso l'alto, come temendo di non riuscire poi a controllare un impatto emotivo, con il lettore e la sostanza narrata, più denso e articolato. Bene, è di tutta evidenza che Renato è un tecnico, mentre io sono solo un dilettante. Ma io scrivo, io racconto, io narro le storie che mi coinvolgono e alle quali partecipo emotivamente. Non sono un osservatore arido, non scatto istantanee, ma ho la presunzione di dipingere quadri, belli o brutti che siano non importa, che rispecchiano il mio modo di essere e di vivere. Ma non è questo il problema. Il problema vero è che qualcuno ha sancito che tutti noi dobbiamo scrivere allo stesso modo, con le stesse regole, rispettando rigorosamente la moda dilagante dello Show don't tell & Co. Intanto, una risciacquatina dei panni in Arno a codesti modaioli anglosassoni non sarebbe per nulla di danno… Come, io scrivo nella mia lingua, ricca di una miriade di termini e di sfumature, e dovrei sottostare alle norme barbare e riduttive di chi, per darsi una botta, tra una location e un trend, ogni tanto ci infila qualche altra parolina alla @JPK Dike? (Credo che il nostro abbia frequentato una scuola di scrittura all'estero e che, per questo validissimo motivo, abbia le idee molto più chiare delle mie...) Perché io, come scrittore, non posso esprimere un mio giudizio? Vorrei fare lo scrittore, non il fotografo di Novella 2000. (Piuttosto, esiste ancora?) Perché devo solo mostrare che Tizio va con Caia senza dire che stanno tr…? Perché dovrei evitare ogni commento? In quale Bibbia lo hanno sancito? Inoltre, fate e correggete come volete, sempre e comunque tra le righe compariranno i sentimenti dell’autore e, quindi, anche i suoi giudizi. Perché solo suggerirli e non avere la faccia di commentare? Dove va a finire la personalità dell’autore? Andrò oltre: dove sono i dati che provano che scrivere secondo certe regole faccia vendere di più? Ho la netta impressione che si sia perso il senso della scrittura. Ho letto un brutto romanzo editato da un fanatico del “mostra e non raccontare” (alla faccia dell’esterofilia!). La storia, breve e interessante, dopo l’editing è diventata un pizzardone noioso e interminabile, dove l’avaro, per diventare tale, era costretto a una estenuante sequela di soporifere azioni dal braccino corto. Una palla mostruosa! Adesso farò il lettore. Sempre più di frequente inizio e non finisco romanzi uggiosi e quasi senza anima. Non sarà perché tutte queste novità modaiole stanno rovinando i libri? Concludo ricordando che, pur non essendo uno scrittore professionista, sono un accanito lettore di quasi ogni genere di libri. Naturalmente, li compero e, quindi, faccio parte del mercato. Ringrazio comunque Renato per i suggerimenti. Valuterò, e non pretendo di avere ragione! Anzi, sono pronto a cambiare idea. Una curiosità: Renato, quanti e quali sono i livelli di narrazione?
  6. 7 punti
    @Fraudolente Attento, non confondere lo show, don't tell con la trasparenza del narratore. Il commento che ti è stato fatto riguarda quest'ultima, e io come editor non sono d'accordo. La scelta del tipo di narratore (se renderlo invisibile o se farlo apparire nel testo) è una questione di stile. È vero che creare un narratore forte e non fastidioso è parecchio difficile, e spesso il risultato è una voce esterna che ti trascina fuori dalla storia (questo è sempre un male); se però sei in grado di usarlo, non ci vedo nulla di sbagliato. Per quanto riguarda lo show, don't tell, ne sono un fermo sostenitore, ma bisogna comprenderlo. In generale dico sempre che il mostrare dovrebbe equivalere al 70% del romanzo; questo perché anche il raccontato è essenziale. Scrivere mostrando tutto, ma proprio tutto, annoia. Ci sono cose che andrebbero soltanto raccontate. Il problema è che spesso si tende a raccontare ciò che invece andrebbe mostrato, come gli eventi principali di un romanzo. È per risolvere questo problema che nasce la regola, più vecchia di quanto pensi a dire il vero, e non per eliminare il raccontato. Ti faccio due esempi tratti dal mio blog, dove di recente ho parlato di quest'argomento: Il primo equivale al giudizio del narratore? Sì. Non l'ho tolto perché è tale, però; l'ho fatto perché ho trovato un modo migliore per mostrare la sua stazza. Avrei potuto scrivere anche: Roberto è l'unico a trovare stretta la porta d'ingresso, grasso com'è. Fa fatica a camminare, ma non ho alcuna sedia da prestargli; le ha già rotte tutte. Con quella piccola aggiunta, che non considero ridondante né sbagliata, posso esporre in maniera più esplicita il giudizio del narratore. Hai detto che la nostra lingua è ricca di termini e sfumature, e hai detto bene. In quale dei due, però, pensi che ne abbia usate di più? La regola serve anche a questo, ad ampliare il nostro vocabolario. È ovvio che non racconterò tutte le battaglie in questo modo perché risulterei ripetitivo; ma quelle più importanti meritano di essere mostrate. Un'ultima cosa: le regole non vanno seguite alla lettera. Agli esordienti si dice (io stesso lo faccio) di evitare l'uso degli avverbi in -mente. Pensi che i grandi autori non li usino? Loro, però, lo fanno con moderazione. Le regole servono a evitare l'abuso: quello degli avverbi in -mente, quello del raccontato, quello del gerundio e tanti altri ancora. Quando si diventa davvero padroni della propria scrittura nasce una nuova regola: infrangere le precedenti, ma farlo con giudizio.
  7. 4 punti
    A parte che ci sono sempre, dalla Cina posso bannarvi comunque
  8. 4 punti
    Io direi semplicemente che "camminava lentamente".
  9. 4 punti
    Non ti fare alcuna colpa, in ogni caso io ho inserito il link al regolamento ben due volte, e cioè in tutti e due i Topic che ho aperto. Nel regolamento c’è tutto, ma proprio tutto, basta avere la pazienza di leggerlo.
  10. 4 punti
    Buongiorno a tutti. Cercherò di condensare le risposte in questo post, così da economizzare spazio e tempo... anche perché oggi è lunedì, gli Autori da seguire sono tanti e il tempo è maledettamente poco! 1. La foto. Non siamo feticisti o stalker, state tranquilli! :-) Inseriamo sempre la foto dell'Autore in IV di copertina e, nella fattiva eventualità di dover cominciare a progettare l'immagine del Libro, ci piace avere a disposizione tutti gli elementi necessari. Tutto qui. Se uno non ci manda la foto non succede nulla: valutiamo il manoscritto e in caso di esito positivo gli romperemo le scatole successivamente per farcela mandare. 2. L'opzione quinquennale. Investiamo tempo e risorse su ogni Autore, confezionando il suo Libro al nostro meglio e assistendolo in promozioni e presentazioni. Immobilizziamo piccoli capitali con la distribuzione (che sommati tra loro formano cifre ragguardevoli) senza chiedere nemmeno un centesimo di contributo. Predisporsi a un "arrivederci & grazie" sulla scia del "chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato" sarebbe estremamente stupido da parte nostra. Il fatto che pubblichiamo in forma gratuita non fa di noi un'Opera Pia e il Diritto di Opzione ci mette al riparo da condotte poco etiche o da loro pianificazione, in assenza delle quali nessuno dovrebbe sentirsi sottoposto a coercizione. Non sta a noi dire se cinque anni siano pochi, giusti o troppi: il Contratto di Edizione è pubblicato in chiaro sul nostro sito proprio perché ogni Autore o aspirante tale possa leggerlo in ogni sua parte e decidere, in totale libertà, se accettarlo o meno. Ovviamente siamo sempre disponibili a valutare ogni singolo caso con attenzione e, laddove se ne ravvisino le reali necessità oggettive, modificare l'atto per addivenire a un accordo sostenibile e conveniente per entrambe le Parti. Cercheremo di rispondere a tutti i quesiti che ci porrete all'interno di questo Forum... ma tenete presente che il nostro lavoro consiste nel pubblicare, promuovere e vendere Libri. Se non rispondiamo a tempo di record abbiate compassione di chi preferisce essere veloce in primis nei confronti degli Autori che già assiste. Magari cercate di essere tra loro, così vi risponderemo sempre & subito! :-) (l'ultima era una battuta... ndr) :-)
  11. 4 punti
    Grazie mille a Niko per aver riportato integralmente le nostre risposte e a Wladimiro per aver parlato di noi in termini tanto lusinghieri. Siamo qui. Disponibili a interagire con chiunque abbia bisogno di informazioni per conoscerci meglio. Buon proseguimento a tutti.
  12. 4 punti
    Si tratta di infilarli dentro una scatola, scrivere l'indirizzo e andare in posta... In che senso? Se i libri li ha spediti a te, come può farlo lui? Ma se tu organizzi presentazioni in libreria non devi occuparti di questi dettagli: è la libreria che fa tutto. È lei che richiede i volumi, li vende e rende l'invenduto. Tu devi soltanto parlare del tuo libro e alla scadenza dell'estratto conto riceverai le royalties per le copie vendute in libreria. Non devi fare altro. Tutto ciò che ti ho spiegato sopra serve soltanto se organizzi presentazioni in luoghi dove normalmente non si vendono libri
  13. 4 punti
    Absit iniuria verbis, @simo19 , ma consentimi di essere franco. Tu scrivi: Per quale anima? La tua o quella di chi legge? Se è solo per la tua, nessun problema: hai fatto bene a scrivere tutto quello che hai scritto. Se però vuoi carezzare anche l'anima di chi legge, beh, mi spiace dirtelo, ma allora è indispensabile non improvvisarsi, studiare, comprendere tutte le regole, anche quelle che poi eventualmente decidiamo di trasgredire, prima di pubblicare qualsiasi cosa. Altrimenti, parafrasando la nota canzone di Celentano, la tua carezza diventa un pugno. Affermi anche Benissimo. Ma siamo certi che tu sia riuscita a trasmettere le stesse emozioni a chi ti leggerà? O perlomeno ti sei sforzata davvero per raggiungere questo obiettivo? Un po' di tempo fa, uno dei critici di questo forum chiedeva a un tizio che pubblicava un racconto piuttosto bruttino: "perché io dovrei leggere il tuo racconto, invece di fare qualcos'altro?". La domanda potrebbe apparire banale, o oltremodo cattiva, ma bisogna sempre porsela e non una volta sola, in continuazione: perché mai qualcuno dovrebbe prendersi la briga di leggere quello che scriviamo? Ed è a questo punto, che molti ipocriti se ne escono con la più bugiarda delle frasi: "io scrivo solo per me stesso". Ecco, bravo: allora perché poi pubblichi il tuo lavoro? Concludi infine con una domanda. In onore al mio nick, ti rispondo con un altra metafora di ambito musicale: lo stesso male che c'è nel karaoke. In apparenza nessuno, ma solo in apparenza. Tale pratica, nata come un innocente e divertente svago, ha diffuso in molti l'idea che nel bene o nel male (più male che bene, in verità) tutti possiamo cantare, al punto che anche una famosissima star del calibro della Pausini si permette di dichiarare in tv di non credere alle scuole di canto, salvo poi annullare un intero tour, perché per l'ennesima volta ha sviluppato dei noduli alle corde vocali. In realtà chiunque abbia avuto un approccio anche solo semi professionale al canto (tipo coro della chiesa o degli alpini), sa benissimo che le cose non stanno in questo modo: per non farsi del male, e anche per non farne alle orecchie di chi ascolta, un minimo di studio è indispensabile. Se dunque dobbiamo del rispetto alle orecchie del prossimo, lo dobbiamo anche ai suoi occhi e al suo cervello, non credi?
  14. 4 punti
    Anch'io la penso allo stesso modo, @Alexmusic . Da un lato l'autoproduzione può essere un valido rimedio per contrastare il potere eccessivo di talune case editrici, che sempre più, ormai, sono lontane dalle logiche del merito, della qualità, del talento e sono sempre più indirizzate verso quelle del mercato e dell'immagine, finendo per condizionare anche arte e cultura (o meglio, ciò che un tempo era ritenuto tale). Non tutti gli editori, per fortuna, vanno in questa direzione; esistono gli indipendenti che continuano, in una strenua lotta, a fungere da filtro. Allo stesso modo, dall'altro lato, vi sono esempi virtuosi di buoni autori autoprodotti che con scrupolo sottopongono le proprie opere a editing professionale e ricorrono a figure esterne che curino l'impaginazione e la grafica dei loro volumi. Ma per molti di essi, altrettanti finiscono con l'"inquinare" il settore e sono coloro che ricorrono a scorciatoie senza un minimo senso di autocritica. Purtroppo, in questo suo secondo aspetto, l'autoproduzione non si differenzia molto, per logica, dal print-on-demand di alcune case editrici a pagamento. Non è facile prendere posizioni in questa realtà attuale, in cui tutto è ormai molto ibrido e le competenze sono sempre più trasversali. Un mondo in cui le abilità fossero rigorosamente suddivise e ognuno potesse esprimere solo ed esclusivamente un talento o capacità, sarebbe oltremodo castrante, ci mancherebbe. D'altra parte, oggi c'è una tendenza sempre più diffusa all'improvvisazione e all'autoreferenzialità: ci si sente bravi e ci si professa in grado di poter fare qualsiasi cosa (per pura convinzione o magari per averla appresa guardando un tutorial). Crediamo di poter fare tutto e di poter esprimere giudizi su tutto. E se ciò è, sotto molti aspetti, molto democratico, al contempo finisce per essere anche un po' frustrante.
  15. 3 punti
    Il miglior colpo di scena sarebbe scoprire che il cattivo ha sempre avuto ragione e che sì, magari aveva metodi un po' discutibili, ma stava agendo per il bene superiore e gli eroi non avevano capito un beneamato piffero :-D
  16. 3 punti
    Sono quasi sempre d'accordo con te @Black , ma questa volta mi sento di esprimere un'obiezione. C'è modo e modo di camminare e credo che ognuno di noi abbia più "passi", diversi a seconda dell'occasione. Per quanto mi riguarda ne ho almeno due: uno "veloce", che è il mio modo naturale di camminare quando ho una meta precisa e cammino in un luogo che conosco alla perfezione (esempio: il chilometro e mezzo che mi separa dalla piazza. Vado in centro per un qualche motivo preciso e cammino a passo quasi marziale, guardando dritto di fronte a me> in dieci-dodici minuti sono a destinazione); un altro, molto più lento, che uso quando mi trovo in un luogo diverso da quello che mi è abituale e devo comunque raggiungere una meta. Non mi fermo a guardare le vetrine, ma il passo è più lento, lo sguardo si perde ogni tanto ad ammirare un palazzo, o a sbirciare una via secondaria che non conosco > posso impiegare anche venti minuti per coprire la stessa distanza. E poi ne ho almeno un altro: quello del turista, quando mi trovo in un luogo che non conosco e – li sì – mi fermo a guardare ogni cosa che attira la mia attenzione: dalle vetrine a come sono vestite le persone, dall'architettura degli edifici ai modelli di auto e così via > in questo caso posso metterci anche un'ora e più per coprire quel chilometro e mezzo. Ne consegue che nel primo esempio scriverei che "cammino di buon passo o di buona lena o senza indugi" senza bisogno di dire velocemente; mentre nel secondo non mi viene un'espressione felice per eliminare l'avverbio ("di passo lento" mi piace poco), per cui credo proprio che scriverei "cammino lentamente". Nel terzo esempio invece userei proprio il "show...", raccontando ciò che vedo, senza dunque necessità di qualificare la camminata con un avverbio specifico. Ok, scriverò un saggio dal titolo: "Del camminare, usi e costumi"
  17. 3 punti
  18. 3 punti
    Vai, Marcello, scatenati, che per gli altri 364 non c'è problema, ci pensiamo noi...
  19. 3 punti
    Buon compleanno @queffe! E torna presto, perché ci manchi! Visto che la torta te l'ha gia spedita @Marcello, ai regali ci penso io.
  20. 3 punti
    Il riccio sarei io? Beh, detto con il cuore in mano, in quanto a tatto e leggerezza tu potresti fare concorrenza a un elefante in una cristalleria. Ti poni in modo troppo sicuro a chi ha già troppi dubbi. Lo scrittore alle prime armi, e che è convinto di avere scritto un capolavoro, nella migliore delle ipotesi è un ingenuo, nella peggiore uno sciocco. Se, invece, è una persona normale, naviga a vista nell'incertezza e nell'incompetenza, e il mare è pieno di squali. Meglio essere molto prudenti...
  21. 3 punti
    Mah... Io credo che occorra fare una distinzione fra chi svolge la professione per conto di una o più case editrici e chi invece la svolge come freelance. Se lavori per l'editore X e ti commissionano l'editing di un romanzo che deve stare entro certo parametri, potrai avere proficui scambi di vedute con l'autore, ma alla fine quei parametri vanno rispettati. Se sei un freelance come me, e come la maggior parte di quelli che si muovono qui nel forum, hai un'opzione in più: puoi sempre dire all'autore che non ti senti stimolato a lavorare su quel romanzo (o qualsiasi altra espressione di comodo) e rifiutare il lavoro. Perché mai dovrei mettermi a smontare e ricostruire un romanzo contro il parere dell'autore? Preferisco dire: "No, grazie" e siamo tutti contenti.
  22. 3 punti
    @theluz innanzitutto sarebbe opportuno presentarsi in Ingresso a tutta la comunità, prima di intervenire nelle varie discussioni. In secondo luogo è sufficiente esplorare il sito della casa editrice per avere una risposta alla tua domanda. Nel catalogo scopri che esistono nove collane, una delle quali si chiama "I Diamanti" e pubblica poesia.
  23. 3 punti
    Chi mi conosce sa quanto amo questa competizione, cerco di non mancare mai e per me è un appuntamento che mi smuove un brivido di creatività, una bella eccitazione. Ma non mi faccio zittire da nessuno, se una cosa non mi sta bene, chiedo spiegazioni e stop. Anch'io sono stato dall'altra parte, quella dei giudici, e ho sempre sostenuto il lavoro di chi scrive, non le penalità (che ci devono essere, da regolamento, giustissime) perché se fatica chi deve ponderare e controllare, fatica anche chi crea, e un minimo di dialogo penso ci debba sempre essere. Resto, grazie.
  24. 3 punti
    L'ha detto Manzoni sicché è elegante per forza
  25. 3 punti
    @Francesco Wil Grandis Non aspettarti molto di più dall'interfaccia di Kindle print. Secondo me è identica, in particolare la funzione di preview. Sono curioso di sentire se me lo confermerai dopo averla provata. Non condivido invece molto "difficile da usare". Lulu (almeno nel 2014) non era meglio. Con altre non sono arrivato in fondo al processo perché volevo solo curiosare per capire, ma non mi sembra ci fosse stato un abisso. Col prezzo invece sì. Per i costi di produzione, 5 euro o 10 euro (questo è il rapporto fra CreateSpace e i concorrenti) fanno la differenza che permette di vendere al pubblico a un prezzo decente. La lentezza d'aggiornamento (copertina, descrizioni, prezzi, criteri di ricerca) dipende secondo me più dal circuito librario che dalla piattaforma POD. Sia con Lulu (mio esperimento iniziale) che con CreateSpace ci volevano sempre due o tre giorni per vedere l'effetto su Amazon. Per l'interruzione della vendita non posso confermare niente. Quando ho sospeso la vendita della versione italiana cartacea è stato immediato. Ho constatato anch'io lo strano effetto della crescita dello stock, che si vede anche su Amazon (numero di copie nuove disponibili). Su Amazon.it ho sempre visto solo una copia nuova disponibile, ma il 98% delle vendite erano Kindle. Su amazon.com invece la versione cartacea inglese ha avuto un "momento di gloria" per una serie di promozioni e in seguito ho visto che amazon.com indicava "6 copie nuove disponibili". Ci deve essere un algoritmo che fa stampare diverse copie in anticipo quando il libro vende più del solito. Dovresti essere contento perché nel tuo caso ho visto che ci sono 11 esemplari in stock. Tra l'altro complimenti, è un vero piacere leggere la tua storia .
  26. 3 punti
    Pirloscafo: imbarcazione a vapore costruita su misura per pochi eletti. La sua particolarità è quella di avere la chiglia perforata come il groviera. Solitamente inizia ad affondare dopo qualche secondo, con il proprietario, unico passeggero, che da protocollo se ne sta al timone a sventolare una bandiera e a piangere a dirotto: un gran pirla, insomma. Gli spettatori invece ridono a crepapelle. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY @queffe ( grrr...) non volevo rubarti la p (però...) ho provato a resistere , ma... lui ha vinto uahahah
  27. 3 punti
    @Mister Frank @NiP Grazie mille per la vostra testimonianza, siete stati gentilissimi! Io ho inviato il mio romanzo il 12 ottobre, esattamente un mese fa e ho una tetra sensazione... vedremo In bocca al lupo a tutti voi!
  28. 3 punti
    Debbo essere onesta: io ero una di quelle persone che storcevano il naso quando, magari su Amazon, nel cercare la casa editrice leggevano "Selfpublishing". Il motivo, molto semplice e in fondo giustificato, è che ai tempi in cui ero un'ingenua fanciulla saltellante nei campi che manco cercava il nome dell'editore, mi sono capitati tra le mani dei "prodotti auto-pubblicati" che mi vergogno a chiamare libri. Poi ho avuto modo di conoscere degli autori Self, tre per la precisione, e tutti e tre farebbero mangiare la polvere a buona parte degli autori pubblicati pure dalle Big. Tutti e tre fanno passare il manoscritto per più di una fase di editing, fanno disegnare professionalmente le copertine e, uno in particolare, ha addirittura creato un proprio marchio dove tutti i libri hanno la stessa linea grafica. Sono insomma professionisti di loro stessi, che ammiro incondizionatamente. Come quasi in tutto, insomma, anche nel Self ci sono le perle e c'è il marcio, tutto sta nel sapere cosa cercare - e anche ad avere fortuna.
  29. 2 punti
    @JPK Dike Geltilissimo, qui la questione è davvero complessa. A) Ci sono troppi Autori che non sopportano per statuto d'Autore, scritto e firmato solo da loro stessi, nessun tipo di discorso critico sul testo da loro elaborato. B) Ci sono Editor, e non faccio nomi se no poi mi querelano, che PUR lavorando in CE o pur con esperienza alle spalle o con libri pubblicati non hanno nessuna competenza didattica che consenta loro di spiegare agli Autori la genesi e l'iter di certe dovute correzioni/revisioni. C) Ci sono CE che non investono denaro nell'editing (e non faccio nomi se no mi arrestano) perché ciò che per esse conta è il tot di numero di pubblicazioni all'anno come da contratto col distributore. Questo per dire che qui Autori/Editor/Editori si muovono in un mondo dove prevale la diffidenza e non la fiducia necessaria per una valida cura del testo (e questo lo abbiamo già detto diverso tempo fa e ripetuto ier ieri. Ma che cosa significa curare un testo? Che vuol dire concordare con l'Autore una revisione? Che significa avere un occhio critico verso il testo originale? Che vuol dire confrontarsi con un'altra persona che legge e scrive in altro modo? Tutte domande, amico mio, destinate a vagare nello spazio intergalattico se l'Autore resta arroccato alla concezione dell'opera come frutto vergine e maturo che ogni mano altrui sporca e contamina e SE l'Editor, per timore dell'Autore o per incompetenza linguistica o per mancanza di sensibilità letteraria, non sporca, non tocca, non contamina non interviene (anche con determinazione) non taglia e e non cuce il testo sottoposto a revisione. Noi tutti qui per amore dell'astratta difesa di ciò che abbiamo prodotto evitiamo sempre di metterci in discussione, perché troppo spesso concepiamo l'atto verbale scritto non come parte della nostra creatività - sempre da aggiustare e migliore (non esiste artigiano che non abbia la bottega sudicia, disordinata, caotica, con pezzi ancora e ancora da scartavetrare, limare, arrotondare, rimodellare) - ma come la parte migliore della nostra interiorità da sigillare e proteggere da ogni attacco esterno! Temo che questa assurda e nociva diffidenza sia tipicamente italiana, di un popolo che non è educato al lavori di equipe, al lavoro in comune, al lavoro a 4 mani, perché viene continuamente pressato per ottenere record individuali -dopo lunghe e dolorose competizioni tutti contro tutti. Il testo inedito non arriverà da nessuna parte se intorno a sé non aggrega più competenze, differentemente concepite e articolate ed espresse. E poi, - e chiudo - la meta da raggiungere è la scrittura che rende fluido e godibile ogni concetto espresso per iscritto, di più: ogni scrittura "esteticamente" valida (armoniosa e coerente) aiuta il lettore a meglio recepire i contenuti stessi dell'opera, a scoprirne altri ignoti allo stesso Autore [Se camminare lentamente, significa solo e soltanto camminare adagio, vuol dire che l'espressione rinuncia ad ogni altro valore narrativo possibile, aggiunto e più significativo, vuol dire che si limita al suo semplice enunciato grammaticale: interessa? A chi?]
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    Esatto: cos'è tutta questa profusione di auguri? Ci sono mica abituato, io! Grazie comunque. Li tengo buoni nel caso decidiate di non farmeli il prossimo anno!
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    Il cordoglio non vorrei mai strapparglielo, mi creda. Gli auguri (finché il cielo me la manda buona) li preferisco. Anche "l'anziano" sarei tentato di rispedirlo al mittente, ma qui temo che lei abbia ragione (o almeno manchi poco). Quindi grazie anche a lei, egregio pud.
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    No. Da questo punto di vista nella letteratura inglese si applicano le stesse regole di quella italiana: è da evitare l'abuso di avverbi in -ly (corrispondenti ai nostri -mente) e dei gerundi (verbi in -ing; non tutti i termini in -ing sono gerundi, però). Non ho mai letto Welsh, quindi non so a cosa ti riferisci nello specifico... ma in inglese il congiuntivo non si usa quasi più. O, meglio, lo si usa nelle forme corrispondenti all'indicativo; quelle che differiscono tendono a essere tralasciate e scritte, anch'esse, all'indicativo. In definitiva, è come se non ci fosse. Mi pare strana questa critica, quindi. Di questo son sicuro. Ci sono editor che non sanno fare il loro lavoro e altri che seguono le regole troppo alla lettera. Penso sia normale, però; siamo tutti umani. Ciò che dovremmo fare tutti, editor e scrittori, è trovare un equilibrio fra la tecnica e la creatività, fra le regole e la licenza creativa.
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    Date le recenti testimonianze, sposto la discussione in Da Testare; appena possibile la smisteremo nella sezione corretta.
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    La mia prima risposta è una contro domanda: se una parola esiste, perché non usarla? Non è una domanda retorica, però; te lo chiedo davvero, perché non dovrei usarla? E la mia vera risposta è: perché ci sono modi migliori per esprimere lo stesso concetto. Ciò comporta che se non esiste un modo migliore, allora va bene ciò che hai scritto. Gli avverbi in -mente tendono ad aggiungere informazioni superflue al testo, oppure a farlo in maniera troppo astratta e poco efficace. Sono delle "scorciatoie", perché lo scrittore può aggiungerle senza pensarci troppo a discapito della qualità del testo. Non sono il male, però. Hanno una loro dignità e una loro utilità. Ci sono concetti che non possono essere espressi in maniera diversa senza alterare e complicare il concetto stesso. A quel punto la regola diventa una forzatura e non va seguita. Venendo al tuo esempio, io scriverei soltanto camminava. Questo perché l'atto del camminare, contrapposto al correre, me lo immagino lento. Non servono avverbi per enfatizzare ciò che già esprime il verbo. Se intendi invece che è davvero ma davvero lento, cercherei di essere più descrittivo e di scrivere in maniera diversa (proprio perché per me fra camminare e camminare lentamente non c'è differenza, non perché quello è un avverbio). Ti faccio un altro esempio: Il primo caso, magari in forma non così concentrata, è comune a parecchi esordienti. L'obiettivo della regola non è quello di eliminare tutti gli avverbi in -mente, ma di evitarne l'abuso per arrivare al secondo caso. Non ho trovato una forma migliore per fortunatamente (potremmo trasformarlo in per sua fortuna, ma il concetto è sempre lo stesso), quindi ho deciso di lasciarlo.
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    Lo abbiamo ideato per te @Emy : non si potranno usare né gli articoli, né le preposizioni Lasciatemi fare lo scemo un giorno all'anno!
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    Basta non far scegliere a me la traccia per renderlo in successone!
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    A mio parere questo è ben poco free. Se la politica aziendale è diventata questa, ovvero ti pubblico tra due anni ( nessuno accetterebbe ) oppure mi paghi tu l'editing, beh, giudicate voi. Non mi intendo molto di case editrici, ma se hanno tutti gli editori impegnati, si potrebbe molto semplicemente stoppare la richiesta di invio manoscritti, occuparsi dei libri da editare, e riprendere quando la situazione è migliorata. Non so, non mi ispira per nulla fiducia questo modo di agire.
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    E dai, per una volta datemi l'illusione del comando Tanto @Niko sta rientrando ed è probabile che da stasera io sia già agli arresti.
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    Aggiornamento finale: Oggi ho ricevuto una chiamata da parte della CE Seme Bianco, in cui mi si richiedeva di inviare di nuovo il lavoro ed il kit di sinossi etc... Mi hanno spiegato che hanno ricevuto un attacco hacker e per questo non sono riusciti a rispondermi dopo aver firmato il contratto. In cuor mio ho dato comunque piena fiducia nelle loro parole ma la mia scelta di svincolarmi dal contratto permaneva. Dopo consultazione con l'editore abbiamo sciolto il contratto che ci legava. Auguro i migliori auguri alla CE. Non ho interesse a creare polemiche, io non avendo più intenzioni a collaborare con loro mi sono tirato indietro. Ora sono in contatti con un'altra CE che non nomino per rispetto della Seme Bianco e del regolamento del forum. A chi voglia procedere con questa CE ribadisco i miei migliori auguri.
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    No, non è così. Tu, invece, sei forse troppo frettoloso nel giudicare le persone. Probabilmente avrai avuto da poco qualche battibecco con gli autori che hai editato, altrimenti fatico a spiegarmi certi pregiudizi. Non sono geloso della mia scrittura, solo che, prima di affidare un mio lavoro a qualcuno, devo rendermi conto di quale sarà l'intervento. Il gioco è semplice e questi sono i requisiti del mio editor: 1) deve essere simpatico, possibilmente un amico (ogni allusione non è puramente casuale): 2) deve essere preparato; 3) devo sapere come edita e come scrive; 4) devo fidarmi. Purtroppo l'editing dei piccoli editori si limita a poco più di una correzione di bozze e qualche volte, invece di apportare migliorie, causa dei danni. @Elisabeta Gavrilina è un'amica, mi vuol bene, è una brava scrittrice e mi fa davvero piacere che il brano le sia piaciuto. E sì, i personaggi sono il frutto di una lunga ricerca. Grazie!
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    Allora ragazzi: vi prego gentilmente di considerare le decisioni della giuria il frutto di attenta disamina dei racconti. Se vi abbiamo scritto solo stasera è perché abbiamo passato molto tempo a pensare, siamo stati attenti a tutto, a ogni virgola e dettaglio, abbiamo letto e riletto, abbiamo discusso, ragionato, ponderato, e infine siamo arrivati tutti e tre alle medesime conclusioni. Capisco che ci si resti male, ma non sarebbe più un gioco interessante se dietro non ci fosse una grande serietà. Non ci ha fatto piacere fare quella che sembra una strage, ma è proprio per continuare a dare mordente al gioco, che ci siamo presi la briga di arrivare a queste conclusioni. Per non cadere nel semplicismo, nel così fan tutti, nel lassismo. Riflettete su quanto sarebbe più semplice ridurre tutto a “tarallucci e vino” niente grane, niente polemiche niente malumori...tutti felici e contenti, ma di cosa? Di un'inutile e fittizia considerazione, di un solleticamento narcisistico fine a se stesso. È più faticoso essere attenti, giusti e seri. Io spero davvero che questo sforzo, al di là delle contingenze odierne, venga nella sostanza apprezzato, perché è proprio quello che mi muove, quello che muove i giudici, e quello che, in ultima analisi, rende unica questa competizione. Infine prego @simone volponi di rientrare dalla sua decisione di ritirare il racconto, non ne vedo la ragione, perché il racconto rimane in gara al pari degli altri, saranno i voti a decidere.
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    A me il frammento di @Fraudolente è piaciuto: per la capacità di gestire molti personaggi dipingendo un affresco corale in cui nemmeno una singola voce si è confusa con un'altra (scommetto che almeno la metà dei personaggi sono realmente esistiti ), per la cura del dettaglio storico, tant'è che ho avuto la sensazione del VERO, per la terminologia dettagliata e precisa (chissà quanto hai studiato per scrivere questo frammento!) e soprattutto perché mi ha fatto venire voglia di sapere come va a finire. Certo, ogni testo è perfezionabile e si potrebbe fare una limatina qua e là. Ma nel complesso rende bene l'atmosfera dell'epoca e le spiegazioni non danno noia: non è affatto ovvio che un lettore conosca usi e costumi del tempo. Invece mi infastidiscono i polpettoni tipo serial "Medici", dove gli autori hanno accuratamente evitato ogni fatto storico e dove le signore si comportano come le donne isteriche di oggi. Anche se sono scritti secondo gli ultimi dettami dell'editing moderno.
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    @Renato Bruno, sei fuori strada. Sono fermamente convinto che ogni mio capolavoro necessiti, sempre e comunque, di un buon editing. Il problema è intenderci per che cosa intendiamo con quel buon... Alla fine della faccenda, chi comanda? Editor o autore? Chi decide? Può un editor sconvolgere un libro? Tu dici: io so cosa vogliono i lettori. La maggior parte dei lettori? Quanti sono i libri orrendi e che hanno avuto un gran successo? E quelli bellissimi e che nessuno ha mai acquistato? Insomma, sono dell'idea che sia giusto adeguarsi al mercato, ma che ci siano dei limiti e dei confini irrinunciabili. So soltanto che persino Enzo Ghinassi ha scritto un libro di successo e, quindi e come tu intendi, un capolavoro. E anche come cantante, nonostante il gelato dolce e un po' salato, quanti dischi ha venduto? Non ho certezze, ma solo dubbi e, prima di decidere cosa e come scrivere, ci metto una vita.
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    @Alessandro Mambelli Pura follia. In due anni e mezzo può accadere di tutto. Io accetterei una tale condizione solo se fosse Mondadori, previo versamento di un lauto anticipo e clausole rescissorie.