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Racconti Contest n. 88: Tematica Queer e LGBT


  • Per cortesia connettiti per rispondere
6 risposte a questa discussione

#1 Frà

Frà

    Moderatore Gioconda

  • Moderatore
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698
  • ProvenienzaCagliari

Inviato 07 May 2012 - 21:22

E qua attendo numerose le vostre opere :li:

Partecipanti n. 6

Nanni
Sara90
Prisca
Lilith
Blake
Ambre
  • 0

#2 Nanni

Nanni

    Sostenitore

  • Sostenitori
  • 3,761 Messaggi:
262

Inviato 08 May 2012 - 11:57

[font=arial,helvetica,sans-serif]Paolo[/font]



[font=arial,helvetica,sans-serif]- Sì, lo conosco. È stato mio allievo. Terzo liceo. Si chiama Seccardo, o Saccardo.
- Siccardi, giusto. Paolo Siccardi. Cos’ha fatto? Gli è successo qualcosa?
- D’accordo, vi risponderò meglio che posso. Non l’ho più visto da quando ho lasciato la scuola. Non fu a causa sua, anche se ebbe a che fare con quella faccenda.
- Era... Beh, aveva l’aria del bulletto. Meno sviluppato di quanto richiedesse la sua età, dava l’impressione di dover ancora crescere. Tenebroso, ecco, più che un bulletto si atteggiava a tenebroso. Sempre con una giacchetta di pelle nera. Imbronciato. Alla James Dean, per capirsi. Carino? Perché mi chiede se era carino?
- Alle ragazze piaceva, ma non dava loro confidenza.
- Cosa intende dire? Mi vengono mosse delle accuse? Nessuno si è mai lamentato del mio comportamento e non ne ho mai dato motivo. Non lo vedo da allora. Cosa gli è capitato?
- No, non metto le mani avanti. Va bene. Fatemi le domande e io vi rispondo, non ho nulla da nascondere.
- In un certo senso sì. S’interessava di politica e non s’interessava. Quell’ultimo anno aveva scoperto la filosofia, andando molto oltre il programma.
- La parte peggiore. Nietzsche, il superomismo. Quella roba là. Non era un attivista. Per un breve periodo aveva legato con certi che frequentavano un centro sociale di destra.
- Pensava che ci fosse comunanza di idee. Qualcuno aveva parlato loro di autori estremisti. Evola, credo, ma anche altri.
- Non penserà che possa spiegarle chi sia stato Evola, spero?
- No, certo. Supremazia della razza, xenofobia, antisemitismo. Tutto il peggio. Non che Evola sia stato solo questo, lo ammetto, ma la realtà è che loro erano solo teppisti da stadio. L’unica cosa che avevano capito era di essere superiori e che gli altri erano feccia. Ecco. Paolo cercava di approfondire, aveva un suo spirito critico, anche se gli mancavano ancora gli strumenti intellettuali per capire in che cosa si stesse invischiando.
- No, non fu colpa sua se ho dovuto lasciare l’insegnamento, fu colpa dei suoi amici. O presunti tali. Si sparse la voce che fossi omosessuale.
- Lo sapete quanto me. È uscito fuori al processo per la separazione da mia moglie. Così ho fatto il mio outing.
- Bella domanda. Ma cos’ha a che fare con questa storia?
- Certo. L’ho sposata perché le volevo bene. Non crede che sia possibile? Era un momento in cui entrambi ci sentivamo terribilmente soli. Succede. Poi decidemmo di divorziare è il suo avvocato pensò di farle dire in tribunale che avevo un amante. Per ottenere condizioni migliori. Lei se n’è scusata, ha scaricato su quello tutta la responsabilità della faccenda, ma ormai il guaio era fatto. Le donne sono la nostra rovina, non trova?
- Certo. Mi perdoni. Eviterò di fare battute d’ora in poi.
- Paolo venne da me. Dal modo in cui esordì sembrava che volesse attaccarmi, però credo che, senza nemmeno rendersene conto, volesse avvertirmi.
- Nella sala dei professori. "Lei è omosessuale" Mi disse.
- Sì. Mi diede del lei. Disse che dovevo lasciare la scuola. Che non ero degno di insegnare. Pensi lei, un ragazzo di sedici anni che dice al suo professore che non è degno di insegnare!
- Sì, aveva carattere.
- Gli chiesi se avessi fatto mai qualcosa che mi rendesse indegno.
- No, ho sempre tenute ben separate la mia vita privata e il mio lavoro. Potete controllare, ma lo avrete già fatto.
- Nessuno mi accusa, d’accordo.
- Mi disse che non poteva più avere con me lo stesso tipo di rapporto che avevamo prima. Che dietro ogni mia parola sentiva delle intenzioni. E che lo infastidivano.
- No, non lo guardavo in modo particolare. Ve l’ho detto, a suo modo era grazioso. La bellezza del somaro, sa cosa vuol dire, no?
- Si, toglietelo dal verbale. La ringrazio. Certe volte non so controllare quello che dico.
- Si, sono molto teso. Che cosa gli è successo?
- Era un tipo freddo. Poco comunicativo. Credo volesse apparire sprezzante. Ma dentro era una specie di vulcano. Riuscivo a intuirlo. Ma sa, era un adolescente. Cercava la sua strada.
- Come si fa a dire se un ragazzo di quell’età abbia tendenze, come dice lei, anormali? Che cosa sono le tendenze "anormali"?
- Sì, ho capito, ho capito. Non mi offendo, ci sono abituato. Comunque non sembrava avesse tendenze di qualche tipo. Non si capiva ancora come sarebbe venuto fuori. Quella fu la prima volta che aprì una finestra.
- Voglio dire che fu la prima volta che mi parlò di quello che sentiva. Gliel’ho detto, era un tipo freddo.
- Gli risposi con la frase più sbagliata che potessi dirgli, ma sul momento non mi venne in mente altro. Gli dissi che non ero un pedofilo.
- Ma non capisce? Gli avevo dato del ragazzino! Ma cos’altro potevo dirgli?
- La prese male. Si infuriò. Mi disse che mancava poco più di un anno a che diventasse maggiorenne. Aggiunse anche che dentro si sentiva molto più vecchio. Insieme a vari insulti. Non lo avevo mai visto così. Aveva perso tutto il suo controllo. Poi aggiunse una cosa... disse: "Vuole che glielo provi?"
- Lo interpreti come preferisce, cosa devo dirle? Poi se ne andò.
- Il giorno dopo quelli mi pestarono. La storia suppongo la conosciate. Mi aspettarono in cortile e mi gonfiarono di botte. Mi ruppero un braccio e rischiai di perdere un rene. Si accanirono sui miei testicoli... Ci ho messo anni a rimettermi e ancora, ogni tanto, ho dolori alla schiena. Fu per questo che lasciai l’insegnamento. Era quello di cui voleva avvertirmi, credo, ma non aveva trovato il modo di farlo.
- Al processo quelli mi accusarono di ogni infamia, ma furono i soli e si contraddissero, tutti gli altri alunni mi difesero. Non sapevo di essere popolare. Così li condannarono. Penso che più o meno tutti si siano domandati perché, con tanti studenti che mi volevano bene, fossi andato a insidiare proprio quei bruti. Comunque l’impressione che l’accusato fossi io e non loro la ebbi. Molto spiacevole.
- No, lui non venne al processo. Per lo meno non lo vidi.
- L’ho incontrato un’ultima volta, sì, venne a trovarmi in ospedale. Credo che volesse chiedermi scusa. Se era questa l’intenzione fu un po’ contorto. Gli chiesi con un certo sarcasmo se era quella la sua filosofia. Mi rispose molto seriamente che no. "Conta l’individuo – disse – e quelli come individui non contano nulla. Solo quando si muovono in gruppo hanno un peso" Poi aggiunse che li disprezzava. Insomma, aveva fatto un passo avanti, credo.
- Molto poco. Mise la sua mano sul dorso della mia, quella che portava la flebo, e disse che ci saremmo rivisti quando fosse stato maggiorenne.
- No, non ho più avuto sue notizie, da allora. Vi prego, per favore, ditemi cosa gli è successo. Ha fatto qualcosa?
Gli hanno fatto qualcosa?
[/font]

Messaggio modificato da Nicolaj il 08 May 2012 - 20:57

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#3 Sara90

Sara90

    Scribacchino

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  • ProvenienzaCellamare (BA)

Inviato 13 May 2012 - 21:13

Io e Antonio eravamo amici da sempre. Vicini di casa e compagni di giochi, avevamo poi frequentato le stesse scuole. Eravamo stati vicini di banco per i cinque anni di scuola elementare. Alle medie – e lo so, sono da biasimare – mi ero un po' allontanato: si diceva che lui fosse gay e gli altri ragazzi lo maltrattavano. Standogli vicino sarei stato l'amico del gay, o un gay a mia volta.
Comunque sia, alle superiori fu tutto diverso. Riniziammo a frequentarci più spesso. Sapevamo di esserci mancati a vicenda e quando, in un pomeriggio di studio pre-compito di matematica, lasciai a metà una disequazione abbandonando la penna sul foglio quadrettato e gli chiesi scusa, quello non disse nulla e mi sorrise raggiante. Prima d'allora non ero mai stato perdonato con un semplice sguardo.
Mi stupii molto quando Antonio si trovò una ragazza, Anna si chiamava, faceva danza con lui. Non mi aveva mai parlato dei suoi gusti, ma ero convinto di altro, come tutti quelli che lo conoscevano. “Forse è solo un po' femminile, perché no” mi disse mia madre, ma non durò e quella storia scemò presto. Da quel momento, però, Antonio iniziò a riscuotere sempre più successo tra le ragazze, probabilmente perché la voce di quella storia era girata. Dopotutto era bellissimo, come dar torto alle sue ammiratrici. All'epoca portava i suoi capelli biondi un po' lunghi e scompigliati, aveva gli occhi chiari, di un celeste intenso, incorniciati da un viso perfetto, meno che per una piccola cicatrice sul mento, ricordo dei nostri giochi infantili per strada e di un'andata al pronto soccorso. Quella cicatrice era qualcosa che ci univa profondamente, o almeno che univa me al mio amico, non sapevo se per lui fosse lo stesso. In ogni caso, Antonio aveva un gran successo da parte del pubblico femminile, mentre io ero abbastanza brutto e fin troppo impacciato. Antonio dava retta a qualche ragazza e ogni tanto organizzava uscite a quattro, giusto per includere anche me, che altrimenti sarei rimasto a casa, davanti al computer, a uccidere in live, con il mio personaggio di novantesimo livello – di cui vado tuttora fiero – qualche giocatore straniero, divertendomi a scrivergli in chat bestemmie in italiano. Questa era infatti la mia occupazione nella maggior parte del mio tempo libero, per gran disperazione di mia madre.
“Lo devi far uscire da questa stanza” diceva ad Antonio quando passava da casa “Fallo staccare dal quel computer, magari ti ascolta”. Ed era vero, io lo ascoltavo. E quando gli andava di dar retta a mia madre – e probabilmente per passare anche più tempo con me – mi proponeva una passeggiata, un film con popcorn o una cioccolata calda, a seconda della stagione e del tempo.
Arrivati al quinto superiore le cose cambiarono un po'. Io conobbi Roberta, una ragazza adorabile della mia scuola e abbastanza brutta per dedicare le sue attenzioni a uno come me. Stavamo bene insieme, le piacevano i video games, il cinema, i manga e il kebab con le cipolle rosse. Non chiedevo altro. Anche Antonio mi pareva felice di vedermi uscire un po'. E poco dopo anche lui si trovò una ragazza adorabile – più bella della mia – anche se era astemia e non le piacevano le cipolle, ma almeno amava il cinema e l'ambiente di un pub irlandese in cui eravamo soliti andare.
Così, a pensarci bene, non cambiò quasi nulla, in fin dei conti. Antonio e io continuavamo a vederci spesso, nonostante quell'anno avessimo gli esami, avessimo una ragazza a testa e nonostante per lui la danza stesse diventando una cosa seria.
Ricordo come se fosse ieri quando mi chiamò felicissimo per dirmi che era entrato in una compagnia giovanile di danza contemporanea. “E' una compagnia poco conosciuta, che fa spettacoli soprattutto a livello locale” mi disse “ma è pur sempre un inizio”. Fui felicissimo per la notizia e quella sera sera andammo a festeggiare allegramente.
Gli spettacoli della prima produzione a cui partecipò iniziarono a marzo. Ovviamente andai. Oltre a me e ai suoi genitori c'erano anche Roberta e Marta (così si chiamava la ragazza adorabile di Antonio).
Fu uno spettacolo che mi colpì molto: parlava della quotidianità, dell'incapacità di comunicare e di esprimersi e le movenze della danza contemporanea mi lasciarono senza fiato. Era una somma di movimenti strani, ora lenti, ora slanciati, ora frenetici; era un cercarsi, toccarsi, staccarsi, addolorarsi.
Roberta mi tenne la mano per tutto lo spettacolo, ma quasi non me ne accorsi. Guardavo l'unione e l'intreccio di quei corpi semi nudi, ansiosi di comunicare qualcosa di altrimenti inesprimibile.
Una volta, poco tempo prima, Antonio mi aveva detto una cosa del genere, sull'arte, quando scocciato chiesi perché Montale si fosse dato tanta pena per scrivere poesie che gli studenti avrebbero detestato studiare, ma non capii veramente cosa intendesse fino a quel momento.
Guardavo il corpo di Antonio, perfetto, slanciato, con tutti i nervi e i muscoli tirati, muoversi sinuosamente e con grazia sul palco. Lì pareva essere una persona diversa da quella che conoscevo.
Lo guardai avidamente e ammirai lo spettacolo con la gola secca e le lacrime agli occhi.
Quando lo spettacolo finì e le luci si accesero, avevo visibilmente gli occhi rossi.
“Ti sei commosso!” mi canzonò Roberta, scatenando anche l'ilarità di Marta.
“No, è che ho le lenti a contatto da stamattina” risposi scocciato.
Antonio ci raggiunse una quindicina di minuti dopo e io rimasi di nuovo senza fiato. Aveva i capelli ancora un po' bagnati di sudore e le guance le labbra arrossate. Indossava una giacchetta nera di mezzo peso che gli mettevano in risalto il candore della pelle. Una sciarpa arancione gli accarezzava il collo, pendendogli poi sul petto. Pensai a Romeo, che avrebbe voluto essere un guanto. Beh, io avrei voluto essere una sciarpa, tutto qui. Non riuscii a emettere nessun verso mentre gli altri lo abbracciavano e si complimentavano con lui.
“Marco non ha fatto altro che piangere durante tutto lo spettacolo” gli riferì Roberta tra l'ilarità di tutti. Al ché Antonio mi guardò, dedicandomi uno di quei sorrisi che gli illuminano gli occhi, rendendoglieli ancora più belli. Senza tante cerimonie mi abbracciò forte, emozionato anche lui.
Non gli ero mai stato così vicino, così attaccato. La cosa mi metteva a disagio e feci di tutto per non arrossire davanti a tutti.
“Grazie di essere venuto. È molto importante per me” mi sussurrò dolcemente “E sto morendo di fame” disse poi ad alta voce, allontanandosi da me e lasciandosi andare a una risata a cui parteciparono tutti.
Quella sera mangiammo in pizzeria tutti insieme e andai a dormire felice, anche se un po' turbato. La mattina dopo Antonio mi disse che aveva lasciato Marta. Gli chiesi il perché e lui mi rispose che si era semplicemente stancato.
A scuola incontrammo Roberta, che sapeva già tutto. “Perché l'hai fatto! Povera Marta, è a terra” gli disse concitata, senza neanche salutarci.
“Ho dovuto farlo, Robi” gli rispose calmo “Ah, e sappi che ho intenzione di rubarti il ragazzo” continuò, lasciando entrambi a bocca aperta, senza parole.
Sorridendo Antonio si allontanò e lo fissai inebetito mentre si avvicinava all'ingresso della scuola.
“Che stupidaggine! Mica sei gay!” esclamò Roberta.
“Sì, hai ragione, dev'essere una stupidaggine...”mormorai “Antonio è troppo bello per uno come me”
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#4 Priscageddon

Priscageddon

    Scribacchino

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  • ProvenienzaMilano

Inviato 14 May 2012 - 12:59

[color=#ff0000]ATTENZIONE: il racconto contiene rappresentazioni esplicite di sesso. Parte del testo è in spoiler perché adatto al solo pubblico maggiorenne.[/color]

Scrivi di ciò che sai


«Documentando?» Mi squadra per quanto il tavolo fra noi gli consente. È scettico, dalle sopracciglia aggrottate deduco anche una punta di offesa. «Su che cosa esattamente ti stai documentando?»
Serro le labbra, mi sento a disagio. Non mi sembra più un’idea così grandiosa come mi era sembrata in precedenza. Riporto entrambe le mani al molenskine sul tavolo, con l’indice destro pizzico la fascia elastica che lo tiene chiuso.
«Su» balbetto. Cristo, che caldo. «Su cosa si prova.»
Francesco mi guarda ora con sospetto, le labbra arricciate. Assomiglia a suo padre, quando fa così. Me li immagino: seduti sul divano a rivolgere lo stesso sguardo e la stessa mimica facciale a un qualunque discorso politico. Sento le mie labbra stirarsi verso sinistra, mi mordicchio il labbro inferiore per mimetizzare il sorriso.
Con la coda dell’occhio, scorgo il cameriere avvicinarsi con un vassoio in mano. Artiglio il molenskine e lo stringo al petto, mentre il ragazzo raggiunge il nostro tavolo. Seguo le sue mani, premo le spalle contro lo schienale della sedia. Lascia davanti a me il tè freddo e a Francesco il caffè.
«Grazie» mormoro e alzo gli occhi sul cameriere, che mi sorride appena prima di andarsene. Aggrotto le sopracciglia.
«Senti, Filippo» mi richiama Francesco. Nel notare il mio disagio, scoppia a ridere. Anche lui lo è, lo capisco quando si schiarisce la gola e afferra la bustina di zucchero per cominciare a sbatacchiarla. «Okay, sai che non so molto dell’essere scrittore. Io non lo sono. Eppure mi pare che nel tuo giro si consigli di scrivere solo di ciò che si conosce.»
«È solo una scusa per rimanere ignoranti» sbuffo. Appoggio il molenskine sulle cosce e apro la lattina con uno schiocco. Il suono della freschezza. «Se l’avessi fatto, ora ignorerei ancora l’immunologia, per esempio.»
Francesco sghignazza, continuando a scuotere la bustina di zucchero. «Hai fotocopiato solo alcune pagine sulle reazioni allergiche dal libro di tua sorella. Al massimo saprai con esattezza in cosa consiste un vaccino.»
Gli lancio un’occhiata di sottecchi. Ha ragione, ma non potevo certo studiare tutto solo per un accenno nel racconto. Francesco capisce che mi sono indispettito e sospira. Sempre con la bustina sbatacchiante tra le dita.
«La smetti?» esclamo, sull’orlo dell’esasperazione.
«Scusa.» Sobbalza come se si fosse accorto solo ora di quel cia-cia-cia-cia. Sto morendo di caldo, accidenti.
«Mi vuoi aiutare o no?» chiedo, mentre Francesco strappa il bordo della bustina e versa lo zucchero nella tazzina di caffè. Arriccia di nuovo le labbra e ne approfitto per trarre una sorsata dalla lattina di tè, allontanando con l’altra mano il bicchiere vuoto.
«Filippo, non c’è un libro di testo sull’omosessualità da cui puoi rubacchiare le informazioni che ti fanno comodo. Almeno, io non ne conosco e comunque sarebbe scorretto se esistesse» risponde, con tono stizzito. Schiarisce ancora la gola, è davvero a disagio. Non credo di averlo mai visto così; non con me, almeno. Prende il cucchiaino e mescola veloce, prima di fermarsi e tornare con lo sguardo a me. «Che scene avevi in mente? Ce n’è una di sesso?»
Mi muovo sulla sedia, mi lancio un’occhiata attorno. Annuisco.
«E non puoi farne a meno?» specifica: è il punto a cui ha teso dall’inizio della discussione.
Mi chiedo se si senta più a disagio per me o per se stesso. Scuoto la testa. La verità è che la questione mi interessa da impazzire, da molti anni. Ho provato a girarci attorno, ma la curiosità mi sta uccidendo. In questo senso, non ne posso fare a meno. Voglio affrontare l’argomento.
«Facciamo così: ti consiglio alcune letture, provi a scrivere quelle scene e poi le leggo per farti sapere se sono verosimili o meno» propone Francesco.
Lo ammetto: mi sento d’un tratto deluso. Ha trovato la soluzione per rendere la mia insistenza vana. Nascondo un sospiro vinto e annuisco.
«Hai tempo? Possiamo andare in appartamento e ti do già ora un paio di libri» continua, con tono più leggero. Si sente che è sollevato per averla scampata. Lo guardo per qualche istante, poi afferro molenskine e lattina.
«Devo andare a lezione» dico alzandomi. «Offri tu, vero?» Mi volto e aggiro un paio di tavoli per raggiungere la porta. Appena sono fuori dal bar, comincio a percorrere il marciapiede con passi pesanti. Cosa mi aspettavo di diverso? Non avrei dovuto lasciarlo a quel modo.
Gli manderò un messaggio e proporrò di raggiungerlo in appartamento questa sera. Nel frattempo, mi aspetta il bagno da lavare; altrimenti, Anna darà di matto.
Fa troppo caldo.

Francesco è lì ad aspettarmi alla pensilina dell’autobus. Sta fumando, ma appena l’autobus si ferma getta il mozzicone per terra e lo schiaccia con la punta della scarpa. Mi divincolo fra le persone che devono salire e lo raggiungo.
«Credevo te la fossi presa» butta lì, cercando di fingere di non averlo detto apposta per pretendere la mia risposta al riguardo.
«Scrittori!» esclamo e allargo le braccia con fare teatrale. «Siamo troppo artisti per trattenere qualche scenetta drammatica.»
Francesco scoppia a ridere, si volta e s’incammina lungo il marciapiede. Lo seguo e mi adatto al suo passo. Penso a chi pretende di riconoscere un omosessuale dalla camminata: Francesco ha un’andatura del tutto normale. Anzi, assomiglia un po’ alla mia.
Svoltiamo a destra e ci lasciamo alle spalle le Colonne.
«Non mi hai ancora spiegato a che scene ti riferivi» mi ricorda. Il marciapiede è stretto e, come al solito, alle otto di sera la strada è piena di gente. Estate, maledetta estate. Sembra che faccia addirittura più caldo di prima, com’è possibile? «Quella di sesso è facile, basta che leggi bene un paio dei libri che ti darò. L’importante è che tu non strafaccia. No?»
«Sì, certo. Non intendevo andare troppo nel dettagliato» rispondo subito. D’altronde si parla di personaggi secondari, chi se ne frega. Credo di essermi già messo abbastanza in imbarazzo. «Per il resto, avevo in mente che il personaggio di Greg si scoprisse attratto da Fabian, pur avendo moglie e figli.»
«Ah, un classico» commenta Francesco.
«Davvero?» chiedo, sono deluso. Lui annuisce e voltiamo di nuovo l’angolo. Mi fa sentire come un principiante alla prima lezione di nuoto, eppure non ho cuore di replicare. Ho l’impressione che ne sia entusiasta. Nonostante gli anni di amicizia, provo una strana sensazione di condivisione. Sorrido.
Arriviamo al portone, Francesco estrae le chiavi dalla tasca dei jeans e apre il battente più piccolo ricavato nel legno. Oltrepassiamo quello e la porta di vetro che porta alle scale. Saliamo al primo piano ed entriamo nell’appartamento. Mi sfilo la tracolla e la getto sul divano rosso della sala da pranzo, come al solito.
Francesco mi fa cenno con la testa al corridoio di sinistra, lo seguo verso la sua camera.
«Tonia e Luigi non ci sono?» chiedo, notando l’assenza dei coinquilini.
«Vacanza in Spagna, te l’avevo detto» mi ricorda. Entriamo nella stanza: l’armadio a tutta parete sulla sinistra, i due letti singoli e le rispettive scrivanie, la porta finestra che dà sul piccolo balcone. Attraverso la camera e mi siedo sul letto di Francesco, appoggiato all’angolo. Afferro la maglietta a livello del petto e la agito per cercare di dare un po’ di respiro al mio corpo. Francesco mi raggiunge, si siede sui talloni davanti a me e si china. Mi ritrovo a sobbalzare, ma lui mette le mani sotto il letto.
Arrossisco appena, chiedendomi perché per un attimo abbia temuto tutt’altro.
Francesco fa scivolare una scatola sul pavimento di legno. La apre e adocchio un insieme di libri e custodie di DVD. Lui coglie il mio sguardo curioso.
«A Tonia dà fastidio questa storia dell’omosessualità» confessa, con un sospiro di pazienza. «Purtroppo, l’ha scoperto dopo aver firmato il contratto. Be’, ancora due mesi e traslocherà. Peggio per lei.»
Ridacchio nervosamente. Lo guardo rovistare ed estrarre man mano alcuni romanzi. Richiude la scatola e la spinge sotto il letto, tra le mie caviglie.
«Questi sono i libri che devi leggere. Te li metto nella cartella» dice Francesco. Raccoglie i volumi ed esce dalla camera, prima che possa fermarlo. Traggo un respiro profondo. Nonostante la delusione di questa mattina, ora mi sento meglio. Anche se continuo a sentire la mancanza di qualcosa che ho aspettato invano.
Mi alzo, mi avvicino alla sedia su cui troneggia un ventilatore economico da tavolo. Lo accendo al secondo livello di potenza e quello comincia a girare su se stesso.
Torno al letto, mi ci stendo sopra e chiudo gli occhi. La mano sinistra appoggiata al ventre, le dita che solleticano la pelle tra la maglietta e il bordo dei pantaloni. Ho così caldo che vorrei solo restare lì, a respirare e grattarmi la pancia.
Sento una risata. «Dimentico sempre quanto poco sopporti il caldo.»
«Non me ne parlare. Sto sudando come se fossi in una sauna, accidenti» replico con tono scherzoso. Il materasso si abbassa lungo il bordo, all’altezza dei miei fianchi.
Mi sento afferrare l’avambraccio e tirare. «Forza, andiamo in salotto.»
Comincio a lamentarmi con un bambino, per gioco. Lo tiro a me a mia volta, lo sento esclamare e incespicare. Quando riapro gli occhi, Francesco mi sta cadendo addosso. Riesce a piantare una mano sul cuscino, il bacino finisce sul materasso a poco dal mio. Lascio la presa al suo avambraccio e lo afferro per la maglietta per sostenerlo. Mi rendo conto che è tra le mie gambe, della posizione compromettente. Il buon senso mi dice di scherzarci su e di allontanarlo da me. Eppure sento qualcos’altro, dentro di me, quasi sogghignare di soddisfazione ed eccitazione.
«Scusa» mormora Francesco, a disagio. Tenta di risollevarsi, ma lo trattengo. Contraggo gli addominali, sollevo le spalle e lo raggiungo. Raggiungo le sue labbra, vi premo le mie. Sa di sigaretta. Lui scosta il viso. «Cosa stai facendo?» mi chiede.
«Vuoi davvero parlarne» sussurro «oppure preferisci passare alla pratica?». Mi stendo di nuovo sul letto e avvicino le gambe al suo corpo.
Sento la gola stringersi in un nodo. Non riesco a capirmi, come se nella mia testa stessero gridando un centinaio di opinioni contrastanti. So solo che lo voglio e che non me ne pentirò. L’unica cosa che mi preoccupa è Francesco: è mio amico, non ho alcuna intenzione di ferirlo.
Lui mi guarda negli occhi. «Forse dovremmo lasciar perdere.»
«Non ti piaccio, vero?» replico, d’un tratto aggressivo. Sono offeso, sono confuso. Il caldo mi sta soffocando. Mi mordo il labbro inferiore. Mi fissa ancora per qualche istante, prima di chinarsi su di me, afferrarmi la nuca e baciarmi. Sento la punta della sua lingua toccarmi il labbro superiore. Schiudo la bocca, ma Francesco torna a scostarsi.
«Lo fai per il romanzo?» chiede e aggrotta le sopracciglia. Sembra in cerca di una motivazione per qualcosa che non riesce a comprendere. Non riesce a comprendere me, siamo in due.
«Lo voglio per me» rispondo. Di questo ne sono certo. Voglio sapere, provare sulla mia pelle questo sesso così discriminato. Scoprire una volta per tutte se quest’attrazione è un desiderio mascherato per anni oppure morbosa curiosità. Spero solo che Francesco mi possa capire e che non mi odi, per questo. Cerco il suo sguardo. Lui tentenna, è combattuto. «Ma se non vuoi, io…»
Mi zittisce toccandomi le labbra con i polpastrelli delle dita. «Ti stai ficcando in un mare di guai, Filippo.»
Sorrido, ascolto il movimento d’aria fresca del ventilatore raggiungere il mio volto e tornare ad allontanarsi. Sollevo la testa e mi avvicino all’orecchio destro di Francesco. «Fottimi e basta» mormoro.
Scorro il suo petto con la punta delle dita, gli tocco i fianchi e afferro la maglietta cominciando a sollevarla. Lo sento sospirare sulla pelle del mio collo. Allargo le gambe per permettergli di sistemarsi. Solleva il busto e allunga le braccia, mentre gli sfilo la maglietta. La lascio cadere a terra, Francesco mi sbottona i pantaloni e abbassa la lampo. Nel farlo, mi sfiora il pene con le dita attraverso il cotone delle mutande. Chiudo gli occhi, gli addominali contratti si sollevano appena per il respiro lento. Riconosco la morsa dell’impazienza afferrarmi il basso ventre.
Ho sempre più caldo e quando il ventilatore mi raggiunge rabbrividisco.
Sento Francesco abbassarsi di nuovo su di me e tornare a baciarmi. Apro subito la bocca, le lingue si accarezzano. Mi solleva la maglietta fino al petto. Mi aggrappo alle sue spalle e ci ritroviamo stretti in un abbraccio. Distinguo la sua eccitazione contro la mia, gli addominali quasi incollati dal sudore. Mi lascio sfuggire un sospiro, è una sensazione nuova ed elettrizzante. La debolezza dei morbidi corpi femminili sono ormai lontani, sono rapito dalla questa forza così vicina alla mia.
Francesco sembra riconoscere il mio entusiasmo e preme maggiormente, afferrandomi i fianchi e prendendo a baciarmi il collo. Questa volta riesce a strapparmi un gemito. Gli artiglio le spalle, ma non so cosa devo fare. Non so come si aspetta che mi comporti. Mi ritrovo spaesato, penso che dovremmo toglierci le scarpe per poi darmi dello stupido. Faccio per piegare la gamba destra e il ginocchio sbatte contro la parete.
«Ahi, cazzo!» esclamo, senza riuscire a trattenermi. Mi mordo la lingua, ma Francesco si risolleva dopo il tonfo e si volta. Poi mi guarda, preoccupato.
«Vuoi che mi fermi?»
«No!» grido, quasi esasperato. Sono andato troppo avanti per accettare la ritirata. Lui solleva le sopracciglia, sorpreso dal mio impeto. Lo afferro per le spalle e lo tiro a me, costringendolo a tornare stretto contro il mio corpo. «No, non fermarti.»
«Aspetta» sussurra e scivola dall’abbraccio per baciarmi il petto e scendere lungo il tronco. Resto a fissare il soffitto, cerco di stabilizzare il respiro affannoso. Mi porto le dita tra i capelli. Alle labbra si sostituisce il tocco della lingua, che scivola fino all’ombelico e quindi all’elastico delle mutande. Francesco afferra i pantaloni e li abbassa con degli strattoni a causa del sudore che li ha quasi incollati alla pelle. Quando sento anche le mutande venir sfilate, mi sento d’un tratto indifeso. Provo un altro brivido, al passaggio del ventilatore.
Spoiler


La stanza ormai è buia. Il ventilatore ronza, impegnato a rinfrescare l’aria.
Fisso il soffitto, la mente vuota da qualsiasi pensiero. Stringo nei pugni la stoffa del lenzuolo, con il quale mi sono coperto il ventre poco dopo che Francesco si è alzato dal letto. Ora sta fumando, sul balcone.
La portafinestra si apre e lui rientra. Accende la lampada della scrivania.
Si volta verso di me e si siede sul bordo del letto. Mi guarda con apprensione. Sembra che per tutto il tempo della sigaretta abbia solo pensato a come avrei reagito. Gli sorrido, un po’ impacciato.
«Come stai?» mi chiede.
Schiarisco la gola. «Bene.» Francesco resta in silenzio, aspetta che dica qualcosa di più specifico. «Non credo che da domani andrò in giro a dire che sono gay, se è questo che vuoi sapere.» Cerco di assumere un tono scherzoso. La verità è che non ho idea di cosa voglio o di come sto al momento. Non ho ancora ripreso davvero contatto con la realtà. «Devo pensarci.»
«Intendevo» dice, fermandosi qualche istante prima di riprendere, «a proposito di noi».
«Siamo ancora amici, no?»
«Lo siamo?» insiste. Si sfiora la linea della mandibola, lo fa quando è imbarazzato. «Insomma, voglio sapere cosa posso avere da te, ora.»
Mi puntello sui gomiti e sollevo le spalle dal materasso. Lo osservo, quindi rispondo: «Non voglio metterti in una posizione scomoda. Quindi, penso sarebbe meglio rimanere amici. Come al solito. Se vuoi».
Francesco sospira e annuisce. Sorrido, a disagio. Quello che evita la posizione scomoda, sono io. Non mi va di ammetterlo, però. Voglio tornare a casa.
Mi alzo e comincio a vestirmi. Lui mi lascia fare. Anche quando mi accompagna alla porta, mi saluta soltanto. Afferro la tracolla e me ne vado: è tutto ciò che posso fare, per ora.

Messaggio modificato da Prisca il 14 May 2012 - 13:00

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#5 *Lili*

*Lili*

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Inviato 15 May 2012 - 15:17

Dove mi trovo?
Il rumore giunge alle sue orecchie come se ci fosse una barriera a dividerlo dal mondo esterno.
Prova a muovere una mano, ad aprire gli occhi, ma sente come una forza superiore che glielo impedisce. Gli sembra di sentire in lontananza il rumore di quelle che la sua mente cataloga come sirene d’ambulanza.
Cosa succede?
Vorrebbe con tutte le sue forze guardare, capire ma le sue palpebre non reagiscono ai comandi come dovrebbero: rispondono solo con un lieve tremolio che piano si estende a tutto il suo corpo.
Inizia ad avere paura.
Prova a chiamare qualcuno – il suo nome, il primo che gli viene in mente – ma la bocca non si apre, e quella sola parola rimane fissa nella sua mente.
Non capisco.
Cerca di raggruppare i ricordi degli ultimi avvenimenti, in modo da avere una visione più o meno chiara di quello che gli sta succedendo – ammesso che effettivamente gli sia capitato qualcosa – e piano scene confuse lo investono: un viso ben noto – quello della persona per lui più importante – , i suoi genitori che, bene o male, accettavano quel loro figlio così diverso dalle persone normali e infine loro.
Quelle persone che chiamava “amici” e che invece ogni volta nascondevano dietro ai sorrisi sguardi colmi di ribrezzo, come se amare un altro ragazzo fosse peccato.
Si soffermò su quel ricordo, perché il suo cuore aveva fatto un balzo, lo avvertiva distintamente dentro di se.
Perché? Io voglio ricordarmi la sua voce e le sue mani, non i falsi amici e i loro sguardi accusatori.
Ma niente, la sua mente si ostinava a voler rivangare quei ricordi.
Ignorando il dolore che piano invadeva il suo animo.
Non ascoltando una vocina interiore che chiedeva sommessamente di non farlo perché – diamine- faceva male davvero.
Rassegnandosi, non poté far altro che immergersi in quel mare profondo, per cercare di capire dove si trovava.



***



Molte persone una volta adulte ricordano gli anni del liceo come i momenti di maggiore spensieratezza.
Quante volte aveva sentito frasi del tipo “ah, che bei tempi, quelli del liceo… nessuna preoccupazione che andasse oltre il vestito da indossare…”?
Anche lui – loro – volevano passare quei momenti come tutti gli altri studenti.
Rammenta quando a ricreazione aveva cercato di inserirsi in un gruppo per parlare, perché anche se gli piaceva un ragazzo lui non era diverso da loro.
Amava, come loro.
Viveva, come tutti.
Eppure…
Si ricordava anche le parole del suo compagno – della persona che amava - e del suo sguardo, nel quale poteva leggere preoccupazione: « Non sei obbligato ad andarci. Anzi, forse è meglio se stiamo qui, da soli. »
Lui aveva scosso la testa con decisione e si era avvicinato al gruppetto ridacchiante.
Aveva pensato che il modo migliore per inserirsi fosse una battuta – lui gli diceva sempre che quelle che diceva facevano ridere – ma alla fine aveva optato per una frase inerente alla discussione in corso.
Quindi aveva tentato: « Corsica? Cavoli, io ci sono stato un paio di anni fa e posso dire che è davvero bella! »
In un attimo tutti avevano smesso di parlare e ridere, per voltare la testa verso il proprietario di quella voce.
Il silenzio era calato nell’aula.
Fuori, le grida felici degli altri studenti dell’istituto, usciti in cortile per godere del sole estivo.
Dentro, il gelo.
Perché i loro sguardi si erano puntati tutti su di lui e per un qualche motivo avvertiva dentro di sé un disagio ingiusto, come se la sua stessa esistenza fosse qualcosa di tremendamente sbagliato.
Non capisco.
Non parlava forse come tutti?
Non frequentavano forse la stessa scuola?
Scusate, ma non capisco il disgusto nei vostri occhi.
Non amava forse, come ogni essere vivente?
Un uomo, certo. Ma che differenza faceva?
Per lui nessuna.
Per loro voleva dire tutto.
E poi, come a rompere l’incanto, solo la campanella che segnava la fine dell’intervallo.
Le teste che si giravano lasciandolo lì, solo, in mezzo alla classe.
E una mano, timida, che stringeva la sua.
« Mi dispiace. »

***



Ancora adesso non capiva.
Non comprendeva come mai la sua mente avesse tirato fuori quel ricordo, ormai sepolto – anche se non ancora completamente – da tempo.
Come può aiutarmi a capire? Continuava a chiedersi, ma più il tempo scorreva, più avvertiva in sé una sensazione di stanchezza, di spossatezza sempre crescente.
Era stanco.
Voleva solo riuscire ad aprire gli occhi, tornando dalla persona che amava, al sicuro.
Non gli importava più com’era finito lì – ma lì dove, poi? – voleva solo andare a casa.
Ma aveva davvero tanto, tanto sonno.
Ed era stanco.
Stanco.
Stanco.
Rilassò i muscoli, lasciandosi cullare dai rumori esterni che man mano divenivano più lontani.
Sì. Avrebbe riposato un pochino.


***



I medici chiusero gli occhi, sospirando.
Erano stati chiamati da una coppia di giovani che avevano notato qualcosa di sospetto poco distante dalla stradina quasi sempre deserta a quell’ora della sera.
Avvicinandosi, si erano accorti che quello che era parzialmente nascosto dalla terra era il corpo di un ragazzo.
La ragazza aveva lanciato un urlo, notando che il viso di quella persona non c’era praticamente più: al suo posto solo una maschera di sangue ormai seccato.
L’ambulanza era arrivata poco dopo e aveva tirato il corpo fuori dal terreno, soccorrendolo.
Ma era troppo tardi: quel giovane aveva già esalato l’ultimo respiro.


***



« Dio, fai davvero ribrezzo. »
« Perché? »
« Come “perché?” che oltre a gay sei pure idiota? »
« Mi dispiace, ma davvero non capisco. Io amo, esattamente come fate voi. Eppure non mi accettate? »
« “Come noi”? No, tu non ami come noi, sottospecie di luridissima feccia. Tu prendi cazzi in culo. Da uomini. E dici di essere “come noi”? »
Uno sputo in faccia.
« Io amo. »
Un pugno.
« Io amo con tutto il mio cuore. »
E poi un calcio, uno spintone. E ancora.
Sputi. Pugni. Spinte.
E poi? E poi la caduta, con la testa che sbatte violentemente contro la pietra. E il sangue che cola.
E il buio.
« Cazzo, l’hai ucciso! »
« Un anormale in meno.»
Una lacrima.

Ah. Ora ricordo cos’è successo…
Un’altra lacrima a solcare quelle guance che nessuno avrebbe più baciato o accarezzato.
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#6 Blake

Blake

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Inviato 24 May 2012 - 11:20

Ragazzi Lupo


Le zampe correvano lungo la strada di campagna, mentre l’odore dell’erba e del terreno che calpestava gli riempiva i polmoni. I rumori della città erano lontani, insieme alle voci e ai profumi della gente normale. Sfrecciava nella notte, il cuore batteva a mille, e l’aria gli sferzava sul muso che presto avrebbe riassunto sembianze umane. Gli occhi celesti di Drake erano inchiodati sul manto nero del ragazzo lupo che correva davanti a lui. Lo amava più della propria vita, e quella notte avrebbe trovato il coraggio di dirglielo, di confessare quel sentimento che lo dilaniava da sette anni, consapevole delle conseguenze che quel gesto avrebbe portato. Sarebbe stato cacciato dal branco, o peggio: sarebbe finito nel fuoco.
Drake socchiuse gli occhi mentre inspirò il profumo del ragazzo che amava di nascosto da quando entrambi avevano tredici anni. Liam sapeva di menta, e di pelo di lupo. I ragazzi lupo si fermarono vicino al lago da dove erano partiti due ore prima e riacquistarono le loro sembianze. Fu difficile non guardare il corpo nudo di Liam e non avvertire un brivido lungo la spina dorsale. Difficile trattenersi dal toccare quella pelle abbronzata, impensabile non sognare ogni notte di accarezzarlo con le proprie mani e riempire tutto il suo corpo di baci. Impossibile sperare di essere ricambiato.
Un nodo gli strinse la gola, l’amore che provava gli bruciava l’anima e gli organi dal momento in cui aveva scoperto di essere innamorato del suo miglior amico.
Un amore che si era costretto a soffocare per tutto quel tempo. Erano cresciuti insieme, loro due, con tutti gli altri giovani del branco. Sangue di lupo scorreva nelle loro vene da molte generazioni.
Drake si portò una mano al petto e sospirò rattristito, le parole che avrebbe voluto urlare in quel momento sembravano non volerne sapere di uscire. E lo uccidevano, tormentandolo lentamente.
Drake si rivestì alla svelta per nascondere la propria eccitazione mentre l’altro si infilò i boxer e i jeans scuri con calma, poi Liam si voltò a guardare la superficie piatta del lago dove la luna si specchiava, rendendo l’acqua argentata. Liam non si era mai accorto che il sentimento di Drake andava oltre l’amicizia. Sogni proibiti correvano lungo la sua mente quando soffermò lo sguardo pieno di desiderio sulla schiena nuda e poi sui capelli neri e scompigliati del suo miglior amico, avrebbe voluto infilarci le dita e sentirne il profumo, avrebbe voluto gettarlo nell’erba e fare l’amore con lui. Quasi tutte le notti si trasformavano in lupi e correvano nella campagna, insieme agli altri giovani del branco. Non c’era bisogno della luna piena per assumere le sembianze di lupo, bastava desiderarlo.
«Devo dirti una cosa e non so come la prenderai» esordì Drake in tono nervoso, si passò una mano tra i corti capelli chiari e cercò le parole giuste per continuare.
Ti amo, anche se ho paura che non mi ricambierai mai… Sono innamorato di te da una vita… Vorrei lasciassi Katrina perché vedervi insieme mi uccide… Ti prego, dimmi che anche tu qualche volta hai immaginato come sarebbe stato baciarci.
Prese un profondo respiro e si avvicinò alla superficie del lago, l’erba umida gli accarezzava i piedi scalzi. La vista del proprio riflesso insicuro non gli diede coraggio. La cicatrice che rovinava la sua guancia destra, un tempo liscia e perfetta, era il ricordo di quanto aveva fatto per Liam tre anni prima, insieme a quella che gli attraversava l’avambraccio destro. Se l’era procurate difendendo il ragazzo che amava dall’attacco di un branco rivale di un’altra città. Il dolore provato negli attimi in cui il lupo nemico l’aveva colpito ogni tanto lo tormentava ancora nei sogni.
«Ecco…» mormorò mentre l’altro gli rivolse un sorriso di incoraggiamento, Drake guardò la fossetta sul mento di Liam come incantato, senza sapere come proseguire.
Era stato Liam a proporre di uscire da soli quella notte.
Quella era l’occasione che Drake aspettava da una vita, non poteva sprecarla.
Hai mai pensato di poter amare una persona del tuo stesso sesso? Non riuscì a esprimere quel pensiero a parole e si maledisse. Se fossero stati semplici lupi non ci sarebbe stato alcun problema. Era normale l’amore tra animali dello stesso sesso, soltanto l’uomo lo considerava sbagliato e lo condannava. L’essere umano era crudele, il branco di Aldernon, poi, lo era ancora di più.
Puniva l’omosessualità con l’esilio a vita dal branco e dalla città, o con la morte nel fuoco, che avrebbe bruciato la carne e purificato l’anima. La scelta spettava al diverso.
«Anche io. Per questo stanotte non ho voluto gli altri con noi. Voglio che tu sia il primo a saperlo.» Gi occhi verdi si piantarono un momento sull’erba prima di continuare. «Mi sposerò con Katrina, tra un mese, secondo il rito del branco. Non sono sicuro di amarla, ma è una brava ragazza e soprattutto è una di noi. Mio padre mi ha detto che dopo il matrimonio potrò prendere il suo posto e diventare capobranco. Non dovrò sfidarlo, mi cederà il comando senza mettermi alla prova.»
Il cuore di Drake si spezzò in mille pezzi e il volto perse colore. Si mordicchiò il labbro inferiore fino a farsi male mentre gli occhi iniziarono a velarsi di lacrime, non riuscì più a sostenere lo sguardo dell’altro e puntò gli occhi sul lago. In quel momento avrebbe voluto entrarci dentro e annegare tra le sue acque gelide. Liam non sarebbe mai stato suo. Gli erano sempre piaciute le ragazze, non aveva mai avuto dubbi in proposito. E adesso si sposava e diventava capobranco come aveva sempre desiderato.
«Ora tocca a te. Che volevi dirmi?»
«Niente» replicò, le unghie conficcate nei palmi, lo sguardo perso nel vuoto, il dolore sul viso. Non ci sarebbero più state occasioni come quella, forse. Lasciare il branco e rifarsi una vita era fuori questione, ci aveva già provato. Due anni prima era fuggito per alcuni mesi, poi era tornato indietro perché la distanza da Liam era insopportabile, nonostante in quel periodo avesse conosciuto un ragazzo omosessuale come lui, Drake non era riuscito ad andare oltre ai baci e non avrebbe mai potuto ricambiare l’amore che quel ragazzo gentile nutriva nei suoi confronti.
Così l’aveva lasciato ed era tornato nel branco, ma soprattutto era tornato da Liam.
«Ok» disse l’altro deluso, «il mio matrimonio imminente ti ha lasciato senza parole.»
Rabbia e delusione lo stavano investendo, ingoiò il groppo che aveva in gola.
Perché era così difficile dire ciò che provava?
Drake si voltò di scatto e lo raggiunse, le mani si serrarono sicure intorno ai polsi dell’altro mentre avvicinava il viso al suo. Le labbra invitanti di Liam non erano mai state così vicine alle proprie. Il cuore aumentò i battiti. Poteva vedere meglio le pagliuzze dorate nei suoi occhi verdi. Drake sentiva il suo respiro sulla faccia e leggeva lo smarrimento negli occhi e nel volto del suo amico, che rimase immobile di fronte a lui. Incapace di controllarsi lo baciò, le dita lasciarono i polsi per stringersi intorno alla schiena di Liam e poi fermarsi e intrecciarsi nei suoi capelli neri.
Espresse con i gesti ciò che non era riuscito a dire in quegli anni di sofferenza.
Le loro bocche aderirono alla perfezione e per un attimo Liam sembrò ricambiare il bacio, il cuore di Drake si riempì di una felicità mai provata prima, finché l’altro non si scostò e lo spintonò bruscamente.
Diverse espressioni si susseguirono sul viso di Liam: shock, sorpresa, e infine rabbia.
Gli occhi verdi, invece, erano pieni di paura. Si portò una mano tremante alle labbra, forse per cancellare ciò che era appena successo.
«Sono innamorato di te e non dirmi che è sbagliato perché non lo è. Sono le leggi del branco a essere sbagliate. Sono stufo di vivere nella paura di esprimere i miei sentimenti. Vorrei che sposassi e amassi me invece di Katrina, ma è impossibile e saperlo mi uccide. Ho provato a starti lontano… Quando ti ho detto che ero scappato perché mi ero innamorato di una tizia conosciuta su internet era una menzogna. Non mi sono mai piaciute le ragazze. Me n’ero andato perché mi era difficile starti vicino, poi mi è stato impossibile vivere lontano da te. Per questo sono tornato. Perché l’amore che provo nei tuoi confronti è impossibile da cancellare o da rimpiazzare con quello di qualcun altro. Il branco non capirà, ma vorrei che tu lo facessi.»
Le parole uscirono fuori a raffica senza che riuscì a fermarle. Dire tutto quello fu come liberarsi da un peso che l’aveva oppresso per sette lunghi anni.
«Forse anche tu sei come me, il bacio sembra esserti piaciuto» aggiunse, mordendosi la lingua non appena vide l’orrore sul volto dell’altro. «Noi non siamo uguali. Stai lontano da me e preparati a lasciare il branco» sibilò furioso, gli scoccò un’occhiata gelida e poi corse via, lasciandolo solo.


Erano passate quasi trenta notti. L’erba bagnata gli solleticava la maglietta, una mano era poggiata dietro la testa, l’altra rompeva steli d’erba, le dita li sfregavano per poi farli cadere sul prato.
Lo sguardo di Drake era rivolto alle nuvole che coprivano la luna, il cielo aveva smesso da poco di piangere. Dopo che Liam aveva rivelato tutto al branco, i suoi l’avevano cacciato di casa. La scelta non lo sorprese, se l’aspettava che suo padre non avrebbe mai compreso.
Spesso Drake ripensava all’accusa negli occhi di suo padre e al dispiacere in quelli di sua madre, ma non si era pentito di ciò che aveva fatto.
Preferiva morire piuttosto che continuare a vivere tenendosi tutto dentro.
Con sua madre si era visto qualche volta, di nascosto dal branco e da suo padre. La donna aveva tentato più volte di persuaderlo a lasciare la città. Gli aveva anche portato una sacca con dei vestiti e qualche effetto personale, non voleva vedere il suo unico figlio bruciare nel fuoco.
Drake aveva trascorso i giorni accampato nel bosco, vicino al lago, si era nutrito cacciando gli animali notturni con le sembianze di lupo. Si era tenuto alla larga dai posti frequentati dai ragazzi del branco ed era andato in città poche volte. I suoi sensi da lupo avevano sempre preferito la solitudine e la tranquillità al caos della città. Aveva ancora tre giorni di tempo per scegliere di abbandonare Aldernon o di presentarsi al branco. In realtà la scelta lui l’aveva fatta nel momento stesso in cui si era dichiarato a Liam. Non avrebbe cambiato idea.
Un rumore lontano lo fece irrigidire, finché un familiare profumo di menta gli invase le narici molto prima dell’arrivo di Liam.
Il cuore di Drake ebbe un sobbalzo. Dopo quella notte non si erano più visti. Strinse nella mano l’erba appena staccata, mentre i passi dell’altro si facevano sempre più vicini.
Credeva che Liam non avrebbe più voluto vederlo.
«Tua madre mi ha detto che non hai lasciato la città.» Liam si avvicinò al lago e lasciò cadere uno zaino sul prato. Drake sospirò, la voce calda del suo amico gli era mancata. Indirizzò uno sguardo alla sua figura, una sagoma nera, il cappuccio della felpa tirato sulla testa. «Mi ha anche detto che ti avrei trovato qui. Ho evitato questo posto di proposito, speravo te ne fossi andato dopo che ti ho tradito con il resto del branco.» Sospirò. «Avrei dovuto tenere tutto per me, ma quella notte ero troppo arrabbiato e confuso.» Estrasse dei sassolini dalla tasca della felpa e li lanciò nell’acqua. «Ho avuto paura» terminò in un sussurro.
Drake si mise a sedere sul prato. «Non posso andarmene» disse e l’altro si voltò a guardarlo negli occhi. «Ricordi quando cinque anni fa abbiamo assistito alla morte del signor Collins? Il fuoco aveva divorato il suo manto lentamente, ripensare ai suoi guaiti e alle sue urla strazianti quando aveva riassunto sembianze umane mi mette ancora i brividi.»
Drake annuì e avvicinò le gambe al petto, ricordava alla perfezione. All’idea del proprio corpo tra le fiamme come quello dello sfortunato uomo lupo, rabbrividì. In quei giorni aveva cercato di non pensarci.
«Come puoi scegliere di fare quella fine?» proseguì Liam incredulo. «Non te lo permetterò. Stanotte ce ne andremo.» Indicò lo zaino. «Ho preparato le mie cose e ho detto ai miei che avremmo lasciato Aldernon, insieme. Proveremo a cercare un branco più tollerante, se vorrai, oppure resteremo io e te da soli. Ce la caveremo.» Drake sollevò le sopracciglia, perplesso dalla sicurezza nella voce dell’altro. Non capiva per quale motivo Liam stesse rinunciando a un futuro da capobranco per lui. «Sono gay, tu no. Perché mai dovresti voler venire via con me?» Domandò confuso, si alzò dall’erba e si passò le dita tra i capelli, ancora umidi di pioggia.
«Non sono più sicuro di ciò che non sono. Il tuo bacio mi è piaciuto più di quello di qualsiasi ragazza» confessò abbassando lo sguardo, Drake si pietrificò dalla sorpresa. Le guance di Liam si tinsero di rosso. «Quando mi hai detto di essere gay ho capito che in fondo l’avevo sempre sperato. Ho passato questi anni a cercare di farmi piacere sul serio le ragazze, ma nei miei sogni, a volte, fantasticavo di stare con te. Continuavo a ripetermi che quei pensieri erano sbagliati, che noi non potevamo essere altro che amici.» Gli si avvicinò e gli toccò la cicatrice sulla guancia con la punta delle dita, poi lo abbracciò. «Avevo paura non mi avresti mai ricambiato. Credevo che avrei potuto fare la fine del signor Collins.»
Drake annuì, infilò le mani sotto il cappuccio e gli accarezzò i capelli, proprio come aveva sempre sognato di fare. Erano ruvidi tra le dita. Capiva in pieno la paura di Liam. Era la stessa che gli aveva impedito di dichiararsi finché non era riuscito a trovare il coraggio e la forza di comprendere che l’amore andava oltre le regole e le imposizioni del loro branco e degli esseri umani.
«Ti amo» disse, una lacrima gli scivolò sulla guancia. «Fai l’amore con me.»
Si guardarono negli occhi e iniziarono a baciarsi. Le fiamme del branco non li avrebbero mai avuti.
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#7 Ambre

Ambre

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Inviato 25 May 2012 - 22:57

[font=arial, helvetica, sans-serif]“L'omosessualità è una condizione patologica. Dalla quale, se si vuole, si può uscire. Ma l'azione di una potente lobby gay mira a nascondere questa verità.”

In un futuro non molto lontano...

È passata quasi una settimana da quando ci siamo rinchiusi qui dentro. Uscire è pericoloso, lo sanno tutti. Tutti quelli che si sono salvati almeno.
La razza umana è destinata all'estinzione, i pochi bambini rimasti sono in mano all'Arcigay e vengono privati ogni giorno della loro mascolinità, non oso immaginare in quale modo. Due genitori dello stesso sesso provocano degli scompensi irreparabili che si traducono in vuoti caratteriali e trasformazioni sessuali raccapriccianti.
Mi hanno raccontato di palazzi in fiamme e guerre civili, pare che i governi democratici siano crollati per dar luogo all'anarchia più sfrenata. Dio, là fuori ci sarà un inferno.
Fortunatamente non sono il solo qui. Ci sono persone abbastanza simpatiche, e poi Paola – Paola la mia vecchia amica del liceo – ci siamo incontrati qui, dopo così tanto tempo. Che fortunata coincidenza.
Non è cambiata affatto, ha la stessa aria da dura di dieci anni fa, o forse è solo colpa del tailleur che le dà un'apparenza professionale. Mi sa di avvocato, di quelli che non vorresti mai avere contro. Sta lì con le braccia incrociate mentre osserva pigramente gli altri superstiti, con quel suo sguardo affilato e vagamente truce.
«Allora» comincia quando nulla pare attirare la sua attenzione «come ti va la vita? Non ci si sente da un pezzo.» ha ancora quello sguardo affilato quando si volta verso di me, ma io so che è lì senza una ragione particolare. E' semplicemente così, incollato al suo bel visino. E pensare che ci sono uomini che lo scambiano per un'espressione di sensualità a loro rivolta. Poveri ingenui.
Ma li capisco, di questi tempi.
«Sai com'è, da quando è partito il contagio noi uomini abbiamo avuto un bel da fare.»
«Oh, capisco.» Paola si guarda in giro vacua, poi torna a fissarmi.
«Dobbiamo nasconderci o ci ammaleremo. Così le donne non ci trovano più e vagano svogliate e tristi per le strade. Senza figli e un marito sono inappagate.» è un vero problema quello delle donne. Non riesco ad immaginare queste povere creature tutte sole e sperdute nel mondo, quando un uomo come me sarebbe ben felice di accoglierle. Tutte quante. Una dopo l'altra. O anche tutte insieme. Oddio, non devo pensarci.
«Che tristezza.» commenta Paola laconica. Per un attimo ho come l'impressione che non stia parlando della stessa cosa. Ma no, vado avanti.
«A proposito. Tu che ci fai qui?» Paola sbatte le ciglia un paio di volte.
«Come, non lo sai? Anche le donne si ammalano.»
«Le donne? No, non è possibile! Esistono davvero donne così?»
«Non hai mai visto un porno con due lesbiche?» oddio non di nuovo. Non devo pensarci. Temporeggio.
«Che c'entra...» improvvisamente le mie dita sembrano interessantissime, comincio a rigirarmele «quello va bene... è un'altra storia...»
«Comunque, ho sentito di una cura. Tu ne sai qualcosa?»
«Una cura?» spalanco gli occhi e il cuore mi sobbalza, improvvisamente mi assalgono ricordi lontani...


Ero in un locale a bere qualcosa e a scambiare quattro chiacchiere fra amici quando qualcuno si sedette accanto a me. Sulle prime non ci feci troppo caso, sembrava un tipo apposto, conosceva un collega e cominciammo a parlare amichevolmente.
Devo dire la verità: ero un po' brillo, sarà per questo che quando mi sorrise ricambiai ingenuamente quel gesto, mi si scombussolano i neuroni al sol pensiero. Parlammo del più e del meno, ogni tanto gli occhi mi cadevano sul colletto aperto della sua camicia. È normale avere tanti muscoli? Ad un certo punto però, proprio quando la vista mi si annebbiò ed ebbi l'impressione di non esserci quasi più, accadde.
La cosa peggiore di un contagiato è che non sempre puoi riconoscerlo. Sì, ci sono quelli che si credono donne, ma quando becchi quello che si crede un uomo... è la fine. Eppure avrei dovuto capirlo, solo adesso i sintomi mi appaiono evidenti: era troppo pulito, frequentava una palestra ed era vegetariano, per non parlare del fatto che non sapeva nulla di sport. Cristo, era chiaro come il sole! Purtroppo me ne resi conto troppo tardi.
Quando riuscì a mettere di nuovo a fuoco c'era qualcosa, un elemento fuori posto, che non doveva essere lì. Adesso riesco a parlarne quasi senza rabbrividire, ma è ancora difficile per me. Mi stava tenendo la mano, e mi guardava.
Io non sono un omofobo, basta che i gay mi stiano alla larga. Ma quella, quella era una chiara violazione della sacralità del mio tempio, un bombardamento nucleare alla mia integrità di uomo virile. Mi sentì davvero violato nell'intimo. Ero finito come uomo, screditato non solo agli occhi dei miei amici ma dell'intera società.
Quell'evento sconvolse la mia vita, fuggì in lacrime dal locale e di lì a poco tutte le persone che conoscevo fecero terra bruciata intorno a me. Non ero più un uomo, ma un contagiato. Persi il lavoro, la fidanzata e infine dovetti rivolgermi ad uno psicologo.
Il Dott. Grotowski fu il mio terapista per diversi mesi. Aveva gli occhi piccoli e una faccia larga con dei grossi baffoni bianchi, praticamente un Babbo Natale senza barba che si faceva pagare cento euro l'ora.
«Tutto péne?» mi diceva ad ogni seduta con quella sua cadenza polacca terribilmente equivoca. Il mio pallore rispondeva da sé, lui mi faceva stendere sul lettino, mi offriva qualcosa da bere e poi mi poneva delle domande, mi lasciava parlare mentre scriveva sul suo taccuino annuendo con aria convinta.
«Lei è solo stressato, non ha niente.>> concludeva sempre alla fine dell'ora – aveva delle “s” un po' troppo ronzanti – dopo di che mi accompagnava alla porta come di consueto.
«Torni un'altra volta se vuole, ma non credo sia necessario.» e mentre mi dava qualche pacca sulla spalla mi salutava gioviale con il solito «Sta péne sta péne, glielo assicuro.»
Ogni volta che uscivo da quello studio mi sentivo sempre un po' più etereo, come un fantasma fluttuante, ma forse era solo per l'inarrestabile emorragia di denaro che affliggeva le mie tasche.
Avrei anche potuto credere al dottore ad un certo punto, ma ci fu un giorno in cui lo vidi in un modo che non avrei mai voluto e nulla poté togliermi quell'immagine dalla testa.
Avevo da poco terminato la mia ultima seduta quando preso da uno slancio di ottimismo tornai indietro per dire al dottore di annullare i successivi appuntamenti. La porta era socchiusa e dalla stanza proveniva un gongolare sinistro, mi sporsi leggermente e osservai all'interno.
Al centro dello studio c'era il Dott. Grotowski, si fregava diabolicamente le mani mentre una fascia arcobaleno gli cingeva il braccio. La bandiera dei contagiati. Il simbolo dell'Arcigay.
Inorridii, e scappai prima che si accorgesse della mia presenza. Penso fu allora che lo capii, che il mondo era ormai nelle loro mani e che il contagio aveva avuto inizio.


«Una cura! Siamo salvi!» grido al termine del flashback. Afferro le mani di Paola e comincio a saltare fuori di me.
«Capisco la meraviglia, ma perché tutta questa agitazione?» sono troppo preso dalla felicità per ascoltarla.
«Nascosta per tutto questo tempo tra le grinfie dei potenti, ma adesso guariremo il mondo e torneremo a vivere le nostre vite. Ma come facciamo a somministrarla? Di certo non sarà accettata...» il chiasso attira gli altri superstiti che si raggruppano attorno a me, Paola viene scansata.
«L'accetteranno invece!» grida un anziano che si fa largo a gomitate. «Sicuramente non è una condizione in cui vivono felici. La loro è una vita segnata dalla sofferenza e dall'inquietudine.» un lampo attraversa lo sguardo dell'uomo, i miei occhi incrociano i suoi, poi quelli di tutti i presenti, e siamo come una sola persona.
«Sì.» rispondo. «Noi lo facciamo per il loro bene.»
Non vedo più Paola.


Intanto all'esterno...

Qualcosa si agita su una collina tra i fili d'erba, si sente uno scatto e una piccola botola si spalanca all'aperto. Fa capolino una donna con un tailleur blu, si guarda intorno incuriosita mentre respira l'aria fresca.
«Salve.» le dice qualcuno. La donna si volta di scatto e si ritrova di fronte un ragazzo.
«Quella gente strana è ancora laggiù?» domanda il giovane. Paola non risponde, si guarda in giro e non vede nulla di anormale, volge la testa verso l'apertura sul terreno e riempie per bene i polmoni.
«Qui non sembra tanto male, volete salire?» grida rivolgendosi ai superstiti.
«No!»
Poi, il silenzio. Paola resta immobile per qualche istante, osserva il ragazzo davanti a sé e fa spallucce.
Il giovane le tende una mano, la donna l'accetta e va via. La botola è ancora aperta.[/font]

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