Nanni

Anticlimax

12 risposte in questa discussione

Mi è stato fatto notare, l’ultima volta per il racconto “Gorilla”, ma è successo parecchie altre volte, che i miei testi tendono a perdere tensione nel finale. In effetti mi capita spesso di cercare dei finali in diminuendo, o che diano un effetto di dissolvenza.

Nelle mie intenzioni dovrebbe trattarsi di una sorta di “chillout”. Come scrivevo a proposito del Barong indonesiano, alla fine si fa un piccolo sacrificio per esorcizzare gli spiriti che potrebbero essere stati evocati. Questo però viene percepito come un vero e proprio anticlimax.

Ma, se il climax di una storia non coincide materialmente con la fine (e non vedo perché debba essere sempre e necessariamente così) come si fa a evitare questo effetto?

Insomma, l’anticlimax è qualcosa che va sempre evitato come la peste o lo si può anche utilizzare, magari con le dovute precauzioni? E quali dovrebbero essere queste precauzioni?

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Mi trovo di fronte a un problema del genere per il mio secondo romanzo, che, al momento, si conclude veramente solo un capitolo dopo la scena più drammatica di tutto il testo; sono ancora indecisa se cambiarlo o no, proprio per paura che il lettore possa trovare inutile un finale così 'morbido'.

Leggendo l'ultimo romanzo di una scrittrice che qui nel WD non va per la maggiore (diciamo il quarto libro della saga di vampiri più famosa in questi anni icon_cheesygrin.gif ) ricordo di aver provato una furia incontenibile scoprendo che l'autrice, dopo essersi affannata per pagine e pagine a far crescere la tensione, lasciando intendere che alla fine ci sarebbe stato uno scontro epocale tra buoni e cattivi, mandava in frantumi la suspense concludendo il romanzo con una semplice chiacchierata tra i protagonisti e i loro avversari epocali.

Credo che tutto dipenda dal modo in cui imposti il tono del racconto; se fai crescere l'ansia del lettore generando parola dopo parola un'attesa spasmodica non puoi poi deluderlo con un finale insipiente. Se invece lo stile di scrittura è più fluido dall'inizio alla fine non ci sono problemi, perché non tradisci alcuna aspettativa.

Tra l'altro, credo che un discorso del genere sia comunque più accettabile nel caso dei romanzo, visto che la storia ha uno spazio più ampio e il lettore ha più di un'occasione per assistere a un climax e a un successivo denouement. Purtroppo, nei racconti si ha poco spazio e bisogna sparare tutte le proprie cartucce.

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Nelle mie intenzioni dovrebbe trattarsi di una sorta di “chillout”. Come scrivevo a proposito del Barong indonesiano, alla fine si fa un piccolo sacrificio per esorcizzare gli spiriti che potrebbero essere stati evocati. Questo però viene percepito come un vero e proprio anticlimax.

Secondo me è che non hai raggiunto il picco del climax, non che il climax non ci sia. Il "sacrificio" finale è l'ultimo capitolo o l'epilogo, dove si recupera la situazione iniziale (le "nozze" per dirla con Propp), perché l'andamento dev'essere all'incirca trapezoidale (con la base minore inclinata verso l'alto) o volendo come un elefante mangiato da un boa. icon_cheesygrin.gif

Però io non percepisco questo nei tuoi racconti, soprattutto non in quello del Gorilla (mi pare di averlo anche scritto).

Prova a leggere qui:

http://www.bonifacci.it/

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Scusa, dov'è che dovrei leggere? Spero che tu non mi proponga di leggere tutto il corso, che io sono un po' allergico a queste cose.

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Scusa, dov'è che dovrei leggere? Spero che tu non mi proponga di leggere tutto il corso, che io sono un po' allergico a queste cose.

Sono credo 4 o 5 lezioni in tutto ed è la cosa più utile che abbia mai letto. Comunque leggi la lezione 2.

Non è che propongo robe a caso, ne'. icon_wink.gif

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Dài nanni, fidati di swetty. Questo corso è utile, scritto bene ed è pure simpatico. Vedrai che lo leggerai in un batter d'occhio e non vedrai l'ora che escano le prossime puntate.

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Ho letto una parte del capitolo indicatomi. E' interessante, ma fino a un certo punto. Sono comunque cose su cui ho già riflettuto. Piuttosto mi hanno interessato le ragioni che da a se stesso del suo "blocco", cioé la psicologia della creazione artistica.

Comunque proverò a leggerne un'altro poco.

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Non sono sicuro di fare la cosa giusta perché ogni forum ha una filosofia diversa in merito, ma ho pensato di riportare su questo vecchio thread per non aprirne di nuovi.

 

La mia domanda va nella direzione opposta rispetto a quella suggerita da @Nanni: quali accorgimenti dovrebbe adottare lo scrittore nel creare un anticlimax volutamente, al fine di spiazzare il lettore e/o di spezzare una tensione che possa risultare monotona?

 

Avendo il dubbio di non riuscire a spiegarmi bene faccio un'analogia con un brano musicale progressive metal: Visions degli Haken.

 

[Se potete, ascoltate la canzone dal minuto 6.50 fino a 7.50 prima di leggere il seguito]

 

Dopo un crescendo molto spinto, con chitarre distorte e tastiere aggressive, al minuto 7.26 parte un intermezzo jazz totalmente inaspettato. Riprende l'assolo aggressivo di prima e poco dopo si interrompe di nuovo, lasciando spazio a un ritmo quasi latinoamericano. 

Amo questo genere e i bruschi cambi di melodia e ritmo che lo caratterizzano, ma penso che anche i profani siano stati spiazzati e perché no, divertiti dal pezzo. 

 

La mia riflessione è dunque: in che modo è possibile rendere efficacemente a livello narrativo questo tipo di anticlimax? Mi viene in mente il Murakami di Kafka sulla spiaggia, che risolve certe situazioni in modo del tutto inaspettato... o fa piovere pesci.

 

 

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Non sono sicuro che nei casi di cui parli, incluso quello musicale, si possa parlare di un anticlimax. L'anticlimax è specificatamente un calo di tensione, non un cambio di "ritmo" o un evento inatteso. Un autobus che arriva all'improvviso e investe tutti i protagonisti di un romanzo ("Fine") è bizzarro, non anticlimatico.

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Ho sempre pensato all'anticlimax come qualcosa di più rispetto al solo calo di tensione, ma in effetti questa è la definizione che trovo con più frequenza... 

 

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