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Befana Profana

[MI 105-OL] Il cancello socchiuso

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Prompt: Traccia di mezzanotte: il nuovo mondo

 

 

Il cancello socchiuso

 

 

Graffio camminava rasente al muro, la coda ritta, le orecchie tese a captare il minimo rumore sospetto.

Un fruscio lo immobilizzò.

Si voltò abbassando le orecchie in posizione di battaglia. Si rilassò: erano solo Mau e Rosso.

Lo seguivano da lontano, sapeva cosa stavano pensando: che era un pazzo ad avventurarsi in un territorio sconosciuto, vietato, sicuramente zeppo di pericoli. Non avevano il coraggio di impedirglielo e in ogni caso non ne sarebbero stati capaci, era molto più forte di loro.

Era un po' il capo, per quanto dei gatti randagi possano sopportare di avere un capo.

Non era un temerario ma neanche un fifone: quando c'era da menar le unghie non si tirava indietro. La cicatrice che gli ornava il naso e la punta mancante dell'orecchio sinistro ne erano una prova incontestabile.

Qui, però, non si trattava di audacia eccessiva, della famigerata curiosità che uccide i gatti, secondo lo stupido detto umano, semplicemente, non poteva lasciar passare l'occasione.

Avrebbe preferito che i suoi fidati compari lo accompagnassero ma aveva capito di non poter contare su di loro. Quei due non osavano nemmeno avvicinarsi a più di tre metri da lui e Morchia, il codardo, era sicuramente andato a nascondersi da qualche parte. Probabilmente sotto un'auto, vizio a cui doveva il soprannome.

Graffio riprese la sua marcia attenta e silenziosa.

Eccolo: il pesante cancello, ancora socchiuso, come l'aveva scoperto, con stupore, poche ore prima. Nessuno era venuto a richiuderlo. Doveva approfittarne: erano anni che il parco della grande villa restava sigillato, inaccessibile ai gatti del quartiere. Con il portone d'acciaio sempre chiuso, un portone solido, senza fessure, e le altissime mura di pietra, lisce, senza appigli né aperture.

Quel parco inespugnabile era da anni, di sicuro da quanto Graffio era in grado di ricordare, una sorta di miraggio, di terra meravigliosa vietata ai felini erranti come lui. Potevano solo, dalla strada, sentire il canto degli uccelli che campeggiavano felici e spensierati nei rami degli alberi di quell'Eden proibito, immaginare quali meraviglie racchiudesse.

Oggi, finalmente, il cancello era rimasto aperto.

Al momento di varcarlo, Graffio si fermò, solenne: stava per andare là dove nessun gatto randagio aveva mai messo piede prima. Questo faceva di lui un individuo speciale. Lo aveva sempre sospettato: era il solo della sua portata ad avere sopravvissuto, quando si erano ritrovati, piccoli e indifesi, buttati in strada, da un giorno all'altro. Oggi, l'esplorazione del parco sarebbe stata la consacrazione della sua straordinarietà.

Chiuse gli occhi, assaporando il momento, ed entrò.

Il passaggio dalla strada, sporca, grigia, ostile, al parco fu abbagliante come quello dal buio alla luce. O piuttosto l'opposto: tutto era immerso nell'ombra fresca e riconfortante di alberi altissimi. Graffio non ne aveva mai visti di così imponenti: i platani che costeggiavano le vie del quartiere erano malaticci e spelacchiati e nessuno dei giardini umani che aveva visitato fino ad allora accoglieva piante paragonabili a quelle.

Sempre sul chi vive, cominciò l'esplorazione.

Sentiva passeri e cinciallegre canticchiare tra i rami, lassù. Presto si sarebbe occupato di loro: non si era mai arrampicato su alberi di quelle dimensioni ma era pronto a provarci. Per ora, però, doveva perlustrare il suolo.

L'erba era altissima e folta: a quanto pareva, qui nessuno sembrava usare quell'aggeggio mostruoso e assordante con cui gli umani tosavano i prati rendendoli lisci e radi come la pelliccia di un ratto. L'erba era densa, profumata, tanto alta da ricoprire interamente Graffio, che poteva avanzare interamente nascosto da quell'oceano di fili verdi.

La sensazione era così piacevole che si mise a correre, dimenticando per qualche attimo la prudenza. L'ebbrezza durò poco e ricominciò a guardarsi intorno con circospezione, conscio dei pericoli che potevano celare quelle erbe.

Uno stridio fastidioso lo fece sussultare ma si ricompose subito: era solo una cavalletta, a pochi centimetri dalla sua zampa. Con un balzo le fu sopra e la ingoiò d'un tratto. Sputò le zampette: non le aveva mai digerite.

Uno spuntino decisamente magro per un'oasi lussureggiante come quella ma si disse che era solo un aperitivo. Era sicuro che il parco nascondesse ben altri tesori commestibili.

Un odore di intensa umidità attirò la sua attenzione: le zampe sinuose ricominciarono ad avanzare agili. Sbucò in una zona soleggiata, priva di alberi. Di fronte a lui due panchine e un umano di pietra, uno di quelli con cui gli umani vivi amano ingombrare i loro giardini, strade, ingressi di immobili. Corse a strusciarvisi: non c'erano altri gatti a cui dire che quello era il suo territorio ma voleva festeggiare la sua audacia di esploratore.

L'odore di umidità era più intenso: ne aveva le narici sature. Smise di strusciarsi e esplorò i dintorni, scoprendo un'immensa pozza d'acqua. Non assomigliava a quelle che si formavano in strada dopo i temporali. Sembrava fatta per durare. Profonda.

Si avvicinò timoroso. Allungò la zampetta a saggiarla: impossibile toccarne il fondo. Quanta acqua c'era in quella fossa? Di che non soffrire mai più di sete, lui e i suoi compagni.

L'assaggiò, prima diffidente, in punta di lingua, poi lappando ingordo. Un guizzo lo fece sobbalzare: pesci. Sapeva cos'erano: ne aveva già trovati nei cassonetti, un paio di volte era persino riuscito a rubarne di freschi dalle cucine di un ristorante. Vivi, però, non ne aveva ancora mai visti.

Volle prenderne uno: ne immaginava già il sapore sulle papille. Si mise in posizione, le zampe posteriori flesse, i glutei frementi, la coda a dare il ritmo, le zampe anteriori pronte allo scatto.

Il pesce sporse la testa dal pelo dell'acqua. Il gatto balzò in avanti: mancò la presa e si sbilanciò, cadendo in acqua. Nuotò rapido, stupito di saperlo fare con tale naturalezza.

Una volta sulla riva, scuotendosi, si disse che le tecniche di caccia ai pesci dovevano essere specifiche. Avrebbe fatto meglio di riflettere e allenarsi, prima di ritentare.

Qualcosa, però, doveva mangiare: aveva fame, il cibo facile scarseggiava ultimamente. La vecchia umana che portava loro croccantini e scatolette non si era fatta vedere da un po'.

Anche per questo esplorare il parco era fondamentale. Una riserva di acqua, pesci, una volta imparato a cacciarli, e ombra.

Un rumore familiare lo distrasse dalle sue riflessioni.

Su una delle panchine, un piccolo colombo dalle piume bigie e un po' ricce si lisciava la punta delle ali, la testa inclinata da un lato.

Un giovane, probabilmente inesperto nel volare: una preda molto più facile dei pesci.

Graffio si avvicinò ventre a terra, fino a trovarsi in posizione ideale. Stava per scattare, quando il rombo di un motore infranse la quiete del parco e spaventò il piccioncino che spiccò il volo per sparire in direzione degli alberi.

Graffio non ebbe il tempo di piangere sul pasto sfumato: i rumori non gli dicevano nulla di buono. Riconobbe il suono dei freni e quello delle portiere: umani. All'interno delle mura del parco.

Udì le voci. L'abbaiare di un cane, anzi più di uno. Non doveva farsi trovare.

Si affrettò a ripercorrere a ritroso il proprio cammino. Vide gli umani intenti a frugare nel baule dell'auto. I cani, enormi, gironzolavano, naso a terra come fanno sempre quelli della loro specie.

Sperava che il cancello fosse ancora aperto. Vi si avvicinò con il cuore in gola: lo era. Lo attraversò di corsa, prima che cani o padroni si accorgessero di lui.

Una volta fuori, si diresse, tentando di ritrovare una respirazione regolare, verso il parcheggio dove era sicuro i suoi accoliti lo stessero aspettando.

Il bilancio dell'esplorazione poteva sembrare magro, una cavalletta e un po' d'acqua, ma ciò che contava era altro: ora conosceva le ricchezze di quel parco. Non voleva più rinunciarvi.

Se il cancello era stato dimenticato aperto una volta, poteva succedere ancora. E ne avrebbe approfittato.

Era solo questione di tempo e i gatti sanno essere pazienti.

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@Befana Profana , molto bello il tuo racconto, centra perfettamente il tema e mi è veramente piaciuto. Poi è anche scritto in modo piacevole e si va alla fine senza intoppi. Complimenti!

Solo qualche piccola osservazione:

11 ore fa, Befana Profana ha detto:

Questo faceva di lui un individuo speciale. Lo aveva sempre sospettato: era il solo della sua portata ad avere sopravvissuto, quando si erano ritrovati, piccoli e indifesi, buttati in strada, da un giorno all'altro. Oggi, l'esplorazione del parco sarebbe stata la consacrazione della sua straordinarietà.

"portata" non lo capisco, avrei perlato di cucciolata, se questo volevi dire.

"essere" sopravvissuto.

Più che "straordinarietà", termine non molto bello, parlerei di superiorità o unicità.

 

11 ore fa, Befana Profana ha detto:

Il passaggio dalla strada, sporca, grigia, ostile, al parco fu abbagliante come quello dal buio alla luce. O piuttosto l'opposto: tutto era immerso nell'ombra fresca e riconfortante di alberi altissimi.

Il "passaggio abbagliante" non mi convince, come pure la strana correzione "O piuttosto l'opposto". Pure "riconfortante" va a mio avviso scartato. Personalmente direi:

Rimase piacevolmente sorpreso nel passare dalla strada, sporca, grigia, ostile, al parco immerso nell'ombra fresca di alberi altissimi.

 

11 ore fa, Befana Profana ha detto:

gli umani tosavano i prati rendendoli lisci e radi come la pelliccia di un ratto.

Qui nessun refuso o altro, ma lo segnalo perché mi è piaciuto molto.

 

11 ore fa, Befana Profana ha detto:

Si avvicinò timoroso. Allungò la zampetta a saggiarla: impossibile toccarne il fondo. Quanta acqua c'era in quella fossa? Di che non soffrire mai più di sete, lui e i suoi compagni.

Direi: "tanto da non soffrire mai più di sete"...

 

11 ore fa, Befana Profana ha detto:

Anche per questo esplorare il parco era fondamentale. Una riserva di acqua, pesci, una volta imparato a cacciarli, e ombra.

"Una riserva d'acqua, ombra e pesci, una volta che avesse imparato a cacciarli".

 

Per concludere: proprio un bel testo!

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@Befana Profana passo per un commento che già so sarà scarno perchè per quanto riguarda le annotazioni che volevo farti ho notato che Macleo è arrivato prima di me.

anzitutto mi pare di aver letto che fai parte di WD da un anno ma è la prima volta che partecipi e, lasciatelo dire, come testo d'esordio è veramente molto bello, sottile, per nulla scontato, con ottime descrizioni.

In merito al contenuto del testo trovo tu abbia avuto una bellissima idea ad adottare il punto di vista di un gatto per cambiare prospettiva e trasmettere meraviglia nella scoperta di un luogo che per noi umani è invece quasi ordinario.

Ho solo due piccole annotazioni "di merito"da segnalarti,

14 ore fa, Befana Profana ha detto:

quando c'era da menar le unghie

quest'espressione calcata su quella "umana" menar le mani, la trovo geniale!

Ed per quanto riguarda questa perifrasi

14 ore fa, Befana Profana ha detto:

La vecchia umana che portava loro croccantini e scatolette non si era fatta vedere da un po'.

l'ho trovata delicatissima per segnalare che la signora probabilmente è morta.

 

in conclusione, veramente un bellissimo esordio!

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Ciao @Macleo,

innanzitutto grazie di aver detto che ho centrato il tema perché avevo qualche dubbio.

Cerco di rispondere alle tue perplessità.

 

5 ore fa, Macleo ha detto:

"portata" non lo capisco, avrei perlato di cucciolata, se questo volevi dire.

"essere" sopravvissuto.

Certo, hai perfettamente ragione. Il problema sorge dal mio status di emigrata: vivendo in Francia da parecchi anni, le due lingue spesso si accavallano nella mia mente e italianizzo vocaboli francesi (o viceversa quando parlo in francese), tipo il "portée" che è diventato "portata" invece di "cucciolata", così come rendo transitivi verbi intransitivi o sballo l'ausiliario. (Avoir survécu) Di solito, rileggendo più volte, a mente fredda, realizzo che ho scritto obbrobri inesistenti e correggo (a volte me ne sfuggono anche dopo giorni e giorni di rilettura ma vabbé); evidentemente dovendo scrivere, rileggere e pubblicare in poche ore, i miei neuroni esauriti non hanno scorto l'inghippo. Correggerò nella versione word.

Il "passaggio" abbagliante voleva rendere l'idea di quando, passando dal buio alla luce, si resta un attimo abbagliati, ma qui all'opposto perché passava dalla strada assolata e inospitale all'ombra accogliente del parco. Ma se non rende l'idea, vedrò di riformularlo.

Sulle altre tue osservazioni, sono piuttosto d'accordo, quanto a "una volta imparato a cacciarli" era soprattutto dovuto al tentativo di ridurre i caratteri che scarseggiavano.

Sono contenta che la similitudine della pelliccia del ratto ti sia piaciuta: mi aveva fatto sorridere molto scrivendola.

 

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Ciao @Marty12,

grazie dei complimenti.

In realtà, da ormai quasi due anni scrivo con regolarità: è su questo forum che non avevo ancora mai scritto. E soprattutto era la prima volta che mi cimentavo in una ideazione-scrittura-rilettura-pubblicazione in così poche ore. Non so se rifarò l'esperienza del MI: mi ha abbastanza sfibrata! :-)

Infatti, ci sono almeno un  paio di "orrori" franco-italiani che forse con più tempo avrei individuato e corretto. Però nel complesso il racconto non mi dispiace: se piace anche a qualcun altro ne sono contenta.

"Menar le unghie" mi sembrava un'idea carina, se funziona tanto meglio.

Il passaggio sulla vecchietta probabilmente è sobrio e delicato solo grazie al limite di caratteri: inizialmente era più lungo e laborioso, con il gatto che rifletteva che le ultime volte che l'aveva vista era più lenta e curva del solito, e rifletteva al fatto che forse non l'avrebbe più incontrata. Insomma: benedetto sia il limite di caratteri che obbliga a essere concisi e essenziali!

Grazie dell'attenzione

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19 ore fa, Befana Profana ha detto:

Si voltò abbassando le orecchie in posizione di battaglia. Si rilassò: erano solo Mau e Rosso.

Lo seguivano da lontano, sapeva cosa stavano pensando: che era un pazzo ad avventurarsi in un territorio sconosciuto, vietato, sicuramente zeppo di pericoli.

Si voltò abbassando le orecchie in posizione di battaglia. Si rilassò: erano solo Mau e Rosso che lo seguivano da lontano.

Sapeva cosa stavano pensando: che era un pazzo ad avventurarsi in un territorio sconosciuto, vietato, sicuramente zeppo di pericoli.

 

19 ore fa, Befana Profana ha detto:

Non avevano il coraggio di impedirglielo e in ogni caso non ne sarebbero stati capaci, era molto più forte di loro.

Non avevano il coraggio di impedirglielo e in ogni caso non ne sarebbero stati capaci: era molto più forte di loro.

 

19 ore fa, Befana Profana ha detto:

Qui, però, non si trattava di audacia eccessiva, della famigerata curiosità che uccide i gatti, secondo lo stupido detto umano, semplicemente, non poteva lasciar passare l'occasione.

Qui, però, non si trattava di audacia eccessiva, della famigerata curiosità che uccide i gatti, secondo lo stupido detto umano; semplicemente, non poteva lasciar passare l'occasione.

 

 

19 ore fa, Befana Profana ha detto:

era il solo della sua portata ad avere sopravvissuto, quando si erano ritrovati, piccoli e indifesi, buttati in strada, da un giorno all'altro.

cucciolata

Non ci vuole "avere" ma "essere" con "sopravvissuto", ma questo ti è già stato fatto notare

 

19 ore fa, Befana Profana ha detto:

Con un balzo le fu sopra e la ingoiò d'un tratto.

in un boccone.

 

Il racconto ha un paio di problemi.

Uno, l'uso della punteggiatura come ho fatto notare sopra.

Due, ti dilunghi a dare informazioni che potrebbero essere evitate, oppure essere messe in una maniera più coinvolgente per il lettore; così sembra quasi una lista, soprattutto all'inzio. Inoltre, con una maggiore sintesi, il brano ne guadagnerebbe in vivacità.

L'idea del racconto è piacevole e così la storia con protagonisti i gatti :) 

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Molto molto bello, l'ho apprezzato per la sua originalità e il punto di vista del gatto è ben riuscito, specie grazie a quella serie di trovate già evidenziate nei commenti precedenti. Inoltre il nome "Morchia" mi ricorda qualcosa che ora mi sfugge, ma non so perché lo trovo azzeccatissimo.

 

Un po' troppo didascalico o arrotolato in certi passaggi, ma a parte questo è davvero bello, centrato sul tema e originale.

Ottimo!

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@Befana Profana ciao Bef^^
scusa se ripeto cose che già ti sono state dette ma non ho letto i commenti.
 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

era il solo della sua portata ad avere sopravvissuto

a essere sopravvissuto

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

Il passaggio dalla strada, sporca, grigia, ostile, al parco fu abbagliante

quella descrizione della strada blocca un po' la lettura
 

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

fresca e riconfortante

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

Sempre sul chi vive

sul chi va là (?)

davvero un bel racconto, mi hai fatto diventare un gatto xD è facile immedesimarsi leggendo :D l'ho trovato molto scorrevole e con descrizioni semplici ma belle. Graffio è adorabile <3 Una bella prova^^
Alla prossima!
 

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Il problema dei racconti con protagonisti animali, è che non sempre viene centrato il punto di vista realistico di un animale. Per dire, London era un maestro in tal senso.

Qui mi pare che Graffio sia troppo umano nel pensiero, almeno in alcune parti dei suoi movimenti.

Amo i gatti, e ieri una delle mie bimbe mi ha portato in dono una lucertola... <3

Il racconto è scritto bene, troppi a capo forse, però è carino e centra il tema in modo non convenzionale.

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Ciao Befana.
Che racconto aspettarsi da una gattara? Molto carino davvero. Mi aspettavo un colpo di scena che non c'è stato, ma è stata una lettura molto piacevole.
Ti segnalo un paio di sciocchezze che, credo, non ti abbiano ancora riportato:
"tanto alta da ricoprire interamente Graffio, che poteva avanzare interamente nascosto da quell'oceano di fili verdi"  Ripetizione nello stesso periodo, e

"Avrebbe fatto meglio di riflettere e allenarsi, prima di ritentare." ti sei lasciata trascinare dalle 'DI'  :) 

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Ciao, innanzitutto ci tengo a ribadire che so che l'ausiliare di sopravvivere è "essere" e non "avere", così come so che la "portata" si mangia e non la si partorisce: purtroppo nella mia testa ogni tanto francese e italiano si sovrappongono e miscelano in una sorta di grammelot mio personale. Di solito, rileggendo con calma più e più volte, scorgo gli obbrobri  e li correggo. I tempi ristretti del MI hanno giocato a mio sfavore.

@M.T., hai sicuramente ragione: con riletture e revisioni distanziate nel tempo, credo che il racconto guadagnerebbe molto in sintesi, scorrevolezza e essenzialità. In punteggiatura forse no: è proprio una cosa che faccio fatica a gestire.

@Fante Scelto, anche i passaggi eccessivamente didascalici e arzigogolati credo che diminuiranno, quando revisionerò il tutto con calma. "Morchia" nei paduli modenesi in cui sono cresciuta indica il grasso da motore, meglio ancora lo sporco da grasso da motore. Era una dedica a una mia fu-gatta che ne era sempre sporca ;)

@Luna, grazie: hai ragione più o meno su tutto. Tranne sul "chi vive", immagino dipenda dai gusti, per me le due locuzioni si equivalgono.

@simone volponi, quello era esattamente il primo dubbio che mi sono posto quando ho avuto l'idea. Mi sono detta che in ogni caso non so come pensi un gatto (tra l'altro, quando vedo certe assurdità commesse dai miei, mi chiedo se pensino o vadano a naso :lol:), quindi ho preso il partito di scrivere col POV di un gatto dal pensiero antropomorfico. Forse pensiero antropomorfico non so può dire, ma l'idea è quella. Sugli a capo, forse hai ragione ma ho sempre paura di non andarci abbastanza, rientra nelle mie difficoltà con la punteggiatura.

@stefia, hai ragione: di ripetizioni ne ho tolte parecchie ma me ne sono sfuggite sicuramente molte di più. Non so se fosse un colpo di scena, ma inizialmente avevo pensato di farci stare un attacco a sorpresa del cane e una fuga precipitosa con un "ma tornerò!" o qualcosa così... ma tutto ciò non ha trovato spazio: ho dovuto dare spazio al colombo e il pericolo canino si è ridotto a una lontana minaccia visiva in chiusura di racconto. Anche se sono gattara, metto di rado i mici al centro delle mie storie, questa mi è uscita così. :)

 

In ogni caso, grazie a tutti, l'idea mi è venuta naturalmente, leggendo la traccia, e dovevo sfruttarla, ma temevo di avere reazioni molto più negative. Grazie ai gatti e al loro fascino naturale, il racconto ha attirato simpatia, ne sono contenta.

 

Però sto MI è una faticaccia: se lo fate spesso, siete matti. :lol:

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1 ora fa, Befana Profana ha detto:

In punteggiatura forse no: è proprio una cosa che faccio fatica a gestire.

Ce la si può fare: basta cominciare a sforzarsi di scrivere periodi più brevi :) 

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Ho letto con particolare interesse questo racconto dato che anche tu hai scelto un POV bestiale. Al di là del rispetto della traccia, che non è compito mio stabilire, tu e il tuo Graffio vi siete mossi agili in questa piccola avventura. Ho letto del tuo shakeraggio italo-francese, quindi non sto qui a tediarti con la sintassi, tanto meno con la punteggiatura verso la quale mi pare di capire che siamo in perfetta... idiosincrasia.

 

Mi permetto solo di riportare alcune osservazioni dal punto di vista animale.

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

della famigerata curiosità che uccide i gatti, secondo lo stupido detto umano,

perché un gatto dovrebbe conoscere un detto umano?

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

Graffio non ebbe il tempo di piangere sul pasto sfumato:

molto meglio qui, dove giri un detto umano in versione animalesca

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

Questo faceva di lui un individuo speciale.

perché proprio individuo quando potevi scegliere tra essere, creatura, animale o molto semplicemente gatto?

 

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

oceano di fili verdi.

On 19/11/2017 at 22:27, Befana Profana ha detto:

un'oasi lussureggiante come quella

a meno che non sia un giramondo, è difficile che conosca concetti quali oceano e oasi

 

Perdonami la pedanteria, ma ho storto un po' il naso anche nel trovare termini quali Eden, consacrazione, accoliti.

 

Ok, la smetto di dire bestialità.

Miao ehm... Ciao.

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@Vincenzo Iennaco, grazie: hai ragione però era una scelta. Non sapendo "scrivere da gatto" ho preso il partito di scrivere di un gatto che pensa da umano, gli aspetti che metti in rilievo sono ovunque: un gatto non piange, non conosce la solennità, non credo nemmeno faccia progetti e previsioni per il futuro. Per quello ho inventato detti tipo "menar le unghie", gli ho fatto citare stupidi proverbi umani, eccetera. Mi sono messa in testa di fingere che un gatto pensi e agisca da umano. Una scelta molto arbitraria, mi rendo conto ma non sapendo da dove cominciare per tentare di rendere credibile un POV animale, sono andata in senso completamente opposto. Ma capisco che possa non piacere.

Sull'individuo, avevo pensato a "gatto" "animale" o altro, ma proprio per quella cosa del gatto che pensa da umano era il concetto di "soggetto individuale" che mi piaceva. Tutto qui. 

Magari, se un giorno decido di revisionarlo con calma cambio tutto (à partire dall'aver sopravvissuto!)

P.S. Io il tuo racconto l'ho adorato, nonostante l'incoerenza tra le due parti, la totale assenza di spiegazioni, o forse anche per quello. Uno dei miei preferiti, totalmente atipico. 

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@Befana Profana

Ciao Bef, come ho detto a Vincenzo, la penalità nel vostro caso è stata di un solo punto perché c'è assolutamente il tema della scoperta, ma aver utilizzato il pov animale per far scoprire un parco a un gatto non è proprio quello che si chiedeva, il pov su un animale relativizza troppo il tema, a quel punto tutto può essere nuovo per chiunque (ad esempio, avevo risposto negativamente sul topic a Rica bocciando l'idea del campo rom, come concetto è simile).  Mi spiace.

Detto ciò, racconto simpatico, scritto molto bene, uno dei migliori del "disastro di mezzanotte" per freschezza e gestione del ritmo. A presto!

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@Joyopi, figurati, non devi dispiacerti: ho avuto il dubbio dell'aderenza alla traccia nel minuto esatto in cui mi è venuta l'idea. Ho modificato l'idea base, che era un gattino che per la prima volta aveva il diritto di uscire nel giardino che di solito vedeva solo dalla porta a vetri, per farlo diventare un randagio nel parco vietato a tutti gli erranti del quartiere per avvicinarmi al tuo "mondo nuovo almeno per tutta la comunità" ma sapevo che la mia scelta restava opinabile. Di idea però mi è venuta quella e mi piaceva e nei tempi ristretti del MI non riuscivo a togliermela dalla testa e trovarne un'altra.

È stata un'ottima esperienza lo stesso, anche se fra un po' le OL sono finite e sarò felice di tornare a una scrittura dai tempi ragionati e "autogestititi" ;)

Sono Befana, non ho più l'età per tutta questa ansia da scrittura sotto pressione! :D

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@Befana Profana

 

Mi è piaciuta molto la storia di questo gatto randagio, Graffio, che scopre un nuovo, misterioso mondo oltre il cancello di un giardino. Che poi non c’è nulla di misterioso oppure orrorifico, ma dal punto di vista del felino si tratta di un’avventura epocale.

Suggestive le descrizioni di ambienti normali, il prato pieno di erba alta, le panchine, gli alberi, l’acqua con i pesci, descritte come se fossero esplorazioni di una giungla tropicale. Ottimo l’accenno agli odori, che creano un quadro completo e vivido d’ambiente.

Quasi una miniavventura dal punto di vista dei felini, per i quali anche il parco di una villa può essere un nuovo mondo in cui poter vivere meglio.

 

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