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Edgar Davis

Sfogo: tutta illusione?

11 risposte in questa discussione

Mi scuso in anticipo se ho sbagliato sezione.

  Scrivo qui perché è l'unico luogo dove ho trovato personaggi simili a me, e magari molti di voi la pensano come me ma ancora si crogiolano in una mera illusione. Illusione, già. Sarà che il periodo non è dei migliori, ma negli ultimi tempi sono stato avviluppato da una tetra agonia. In me sta morendo qualcosa. O forse è già morto. Chiamiamola "speranza", "desiderio " o che dir si voglia, fatto sta che sta morendo. E non posso far altro che assistere alla lenta agonia. Sarà che son cresciuto, sarà che ora le mie priorità sono altre... Boh.

  Mi guardo attorno e mi chiedo in continuazione come si fa a essere dei sognatori come noi. Come, quando le nuove generazioni manco sanno cosa è un libro? Come, dato che la parola scritta ormai viene storpiata solo per scrivere un post su piattaforme virtuali? Come, dato che "raggiungere un obiettivo" per noi viene ormai equiparato a scrivere PER FORZA un best seller? E come si fa, dato che a produrli é sempre la solita cricca, a cui si accede solo se si è appoggiati dal marketing? (cit. Premio strega).

  Il sogno di "sfondare" è folle, in un contesto simile. Persino scrivere e aspettarsi grandi risultati. Addirittura permettersi un romanzo nel cassetto è un lusso.

 Leggo spesso che oggigiorno si è persa la "voce dello scrittore" . Io invece credo che a essersi persi sono proprio i lettori. È chiaro che l'editoria si adoperi per adattarsi al mercato, dunque si "abbassi" a un certo livello. Se invece ti chiami in altro modo, puoi scrivere anche la lista della spesa che tanto va bene. In quel caso, non vale più il discorso "lo scritto non cattura" oppure "i personaggi non girano".

 Con tali presupposti mi chiedo seriamente che senso abbia sognare. Forse siamo solo degli illusi. Oltretutto patetici.

  PS : i vocaboli che utilizziamo non appartengono al linguaggio comune. Nessuno parla o scrive così di norma.

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In potenza lettori e pubblico ci sarebbero. Soprattutto tra i più giovani. Solo che è necessario riabituarli alla letteratura italiana. Non si può dare contro a un 14 enne che invece di entrare in libreria, va in fumetteria a comprare "L'attacco dei giganti". Ma lo avete letto? Ma come si fa a competere? xD

 

Okay uno è un fumetto...però in fumetteria ci trovi anche cose come "Your Name." di Makoto Shinkai...e ancora... come si fa a competere?

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Ci sarebbe troppo da dire sull'editoria, la narrativa e la società italiana. Quello che è certo è che la crisi è totale, trasversale: per alcuni è già un sogno trovare un lavoro "normale", figuriamoci realizzare qualcosa di simile.

Siamo degli illusi. Ma se l'alternativa è, nel migliore dei casi, una vita miniaturizzata da 8-12 ore giornaliere e sottopagate di un lavoro estraniante, beh... forse sognare è la nostra unica speranza.

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Magari è bello sognare e basta. Si idiventa patetici se c'è l'ossessione per la pubblicazione, ma se si scrive per divertimento, perchè angustiarsi?

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Per pubblicare non serve essere dei sognatori o dei Genius alla Thomas Wolfe, scrivi un'opera decente nei contenuti e nella forma e qualcuno lo trovi. Perseveri e in libreria ci arrivi. Pubblicare per una casa editrice big e ottenere un successo tale da potersi permettere di farne una professione, è un altro discorso e neanch'io so come si possa fare. Mi piacerebbe dirti che basti impegnarsi e alla fine se hai talento, ci arrivi, ma non lo so. Il lettore non esiste quasi più, anche i lettori attenti sono quasi degli addetti ai lavori e, comunque, in pochi acquistano romanzi sconosciuti.

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@JPK Dike In effetti troppo spesso mi dico che ho sbagliato qualcosa. O forse stiamo sbagliando a incaponirci sulla forma verbale scritta in un certo modo e presentata in un certo modo.@Lemmy Caution  Il sogno nel cassetto di molti scrittori è quello di raggiungere una vasta fetta di pubblico. È chiaro che con certi presupposti tale sogno è pura chimera. Tenere un romanzo nel cassetto lo vedo come essere affezionati a un cagnolino che lentamente diventa vecchio. E a invecchiare sei anche tu. Va a finire che quel romanzo diventa un ricordo mesto, una palpitazione lontana che sa di rimorso. Le sensazioni che si provano nell'estasi della scrittura sono paragonabili a un lento orgasmo, ma con il tempo si smorzano. Secondo me ciò a cui ambiscono tutti gli aspiranti scrittori è invece il contrario. Creare ancora, ancora e ancora. Ma la società odierna opprime, avvviluppa, costringe. Tanto che (almeno personalmente) accade che persino scrivere due righe diviene un miracolo. Se invece si è degli Stephen King si può vivere tranquillamente. In quel caso tutti ti stringono la mano, difatti.

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@Edgar Davis poni un bel tema. Se avessimo la certezza matematica di non venire pubblicati, varrebbe la pena di scrivere? La mia risposta è sì. Assolutamente sì. Ho pubblicato quattro libri (intendo da solo, non in collettive di vario genere) e avrò cinque o sei romanzi ancora nel cassetto. Non mi pento di averli scritti, alcuni ancora non li ho mai proposti. Mi rende felice scrivere. Ovviamente la pubblicazione è un coronamento, una possibilità di uscire, ma non mi metto alla tastiera pensando di finire tra le pagine di un libro, ma in un mondo incantato che costruisco parola dopo parola.

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Io sono dell'idea che i principali lettori oggi come oggi sono proprio le persone che scrivono.

 

Se scrivere per te, é sentirti vivo e libero, perché non farlo?

 

É semplicemente un'estensione del tuo vero essere.

Il plasmare un'idea anche banale in un vero e proprio capolavoro di illustrazione verbale.

Non é facile, ci vuole molto lavoro e impegno, ma esso dà infinite soddisfazioni.

A lavoro ultimato, sarai orgoglioso e dirai questa é la mia opera, il mio sudore.

 

E se un giorno, magari lontano uno dei tuoi lavori arriverà agli scaffali, ben venga.

Penso sia il sogno di tutti.

Ma se questo non accadrà mai, non deve essere un motivo di scoraggiamento, continua a sognare e scrivere.

Non accantonare mai una tua passione.

Perché se lo fai, non saresti più tu e magari un giorno guardandoti indietro pentirtene.

 

In conclusione

Sii sempre te stesso, ami scrivere, scrivi.

Non abbandonare mai i tuoi sogni e le tue speranze.

Ne sarai sempre orgoglioso e sarai sempre TE STESSO e secondo me é ciò che conta.

Non perdere mai ciò che sei e ti rende felice.

 

 

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@Edgar Davis

Sognare, in Italia, è semplicemente rivoluzionario. E' un atto di ribellione bello e buono. Li ho visti gli occhi della mia generazione. Opachi, spenti, vacui.

"Che vuoi fare da grande?" - beh, boh, mah. Cercherò qualcosa...

Un sogno, invece, è sempre un qualcosa che bene o male ti tiene a galla, che si realizzi o meno.

Ti consiglio di ascoltare una canzone di un gruppetto indie (i Cani) che si intitola "le velleità". E cita appunto aspiranti scrittori, aspiranti artisti e aspiranti qualcosa, e fa: le velleità ti aiutano a dormire.

Ci sono dolori più grandi di aver scritto un romanzo, magari un buon romanzo, e non vederlo pubblicato. C'è, ad esempio, chi ha bruciato la giovinezza nel conseguimento di una laurea (alzo la mano!) e teme di non vederne il minimo riscontro. Anche se bravo. Bravissimo, anzi.

Ma ti dico anche un'altra cosa, un po' amara. I sogni non sono per tutti. E non faccio riferimento a raccomandazioni e amenità simili, ma proprio alla dose minima di talento e coraggio che serve per avere anche poche chances di successo.

Giusto pochi giorni fa mi imbatto nel manoscritto di uno spocchiosetto che asserisce averci messo quasi un decennio a scrivere un libro. Per poi esserselo autopubblicato e allora pensi... diamine ma non hai trovato, in tutto questo tempo, anche una piccola casa editrice che ti faccia un po' di marketing? Ovviamente si auto-etichetta come scrittore. Dunque io avrei potuto benissimo scrivere la famosa lista della spesa, metterla su internet, e usare questa etichetta?

Per me scrittore è Céline, scrittore è Proust, scrittore è D'Annunzio, scrittore è Nabokov.

Se anche  dovessi pubblicare con una grandissima casa editrice non mi auto-definirei mai scrittrice, ma semplicemente donna che ha scritto uno, due, dieci libri poi pubblicati. Comunque.

Leggo questo capolavoro.

Dieci pagine e sono costretta a chiudere, tra le risatine.

Una roba di uno schifo e di una mediocrità aberrante. E allora lì penso: i sogni non sono per tutti. Sono per i migliori. O meglio: il sogno può essere anche democratico, ma la sua realizzazione "se non hai Santi in Paradiso", dipende da un talento che deve essere molto al di sopra della media.

Allora, immagina che io sia un editore che valuta esordienti, ossia perfetti sconosciuti, ossia un rischio.

Incappo in un'opera bellissima, e per bellissima intendo partorita da un genio, e per bellissima intendo originalissima, e per bellissima intendo profonda, e per bellissima intendo con una forma impeccabile, e per bellissima intendo con una prosa che ti faccia dire "ma come ha fatto a costruire così brillantemente il pensiero?", e per bellissima intendo con una trama lucida che dall'inizio alla fine funziona e ti tiene incollato/a al manoscritto.

Pensi che io, editore, ti rifilerei la frasetta "non rientra nella mia linea editoriale"?

Di fronte ad un capolavoro, un editore piazza al limite un "fuori collana" e ci inserisce il capolavoro, non se lo fa scappare, e questo è quanto.

E' facile dare la colpa dei propri insuccessi alle cause esterne; crisi economica, crisi culturale, sciatteria di chi giudica, sciatteria di chi legge, colpa del datore di lavoro, colpa dei raccomandati ecc.

Nell'ambiente universitario è cosa comune. Sapessi quanti somari, bocciati agli esami, erano pronti a dare del pazzo o dello scemo al professore o all'assistente di turno. Io non l'ho fatto mai. Per buona fetta del mio percorso universitario mi sono ammazzata di studio confezionando spesso l'odioso 27. 27 è un voto odioso, sì, perché significa "ok, sei bravo, MA". Ma c'è una pecca. Ma c'è qualche imprecisione. Ma non sei stato eccellente.

Quel 27 mi mandava in bestia, roba che molti miei colleghi avrebbero fatto i salti di gioia. Ed è qui che si fa la vera differenza tra una mentalità vincente e una perdente. Dove sbaglio?

Ho sminuzzato il mio fallimento, ho capito l'inghippo, ho aggiustato il tiro, ho centuplicato lo sforzo, ho aumentato la cattiveria, ho aumentato la lucidità, ho studiato anche le note e l'ultima parte del mio percorso universitario è stata tutto un mietere 30 e 30 e lode.

E da lì sono giunta al 110 e lode, al bacio accademico e a tutto ciò che vuoi.

Molti dei miei colleghi confezionavano tesi da 100 pagine.

Io ho voluto strafare, ed ecco pronto un mattone da 310 pagine. Mi ha tolto le notti, mi ha prosciugato il tempo, ma vuoi mettere la soddisfazione di vederlo rilegato e posato lì, in quel banchetto, ricevendo i complimenti di tutti per quella tesi sopra la norma?

Non bisogna fare le cose nella norma.

Bisogna ECCELLERE.

L'eccellenza è quel qualcosa che consente di colmare qualsiasi gap, perché questo mondo pragmatico è vero che assume i raccomandati, ma non può fare a mento delle menti più brillanti di ogni generazione, perché sono loro il motore di tutto.

Devi eccellere, Edgar, se vuoi emergere.

Punto.

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Non saprei risponderti, il sogno di diventare un autore io non ce l’ho più onestamente.

Leggo tanti (troppi) che sono veramente capaci, molto di più di quanto io sarò mai e non riescono a vivere di scrittura.

Ogni tanto mi dispiaccio di aver concluso la mia carriera di giornalista sportivo per un posto di lavoro in ufficio – ma anche lì, al giornale c’era gente che lavorava da anni per un misero rimborso spese e ho preferito non rischiare quella fine.

Quindi, ora mi resta il vizio di scrivere come gesto catartico, che mi aiuta anche a superare certi momenti difficili.

Forse, un giorno, se ne varrà la pena metterò su una casa editrice…

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Credo che la domanda che dovrebbe trovare una risposta è, prima di tutto: per chi scrivi?

Se scrivi per un vasto pubblico, allora è quasi matematicamente un'illusione.

Ma se scrivi perché non puoi fare altrimenti, allora hai trovato la quadra.

Quanti altri sognatori possono dire di poter far avverare ogni giorno il loro sogno?

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