Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Il Palombaro

Immersività — Scrivere X Annegare

Post raccomandati

ImmersBanner-1.png

 

http://immersivita.it/

 

In questo blog parlerò di scrittura creativa, tecniche narrative, romanzi validi e meno validi... ma anche cultura, musica e tanto altro! Al momento gli articoli tecnici sono racchiusi nella categoria Risorse per scrittori, mentre quelli più ad ampio respiro potete trovarli in Narrativa e cultura.

Il blog è aperto ai contributi di tutti; i commenti mi fanno particolarmente piacere, perciò venite a salutarmi! Rispondo a tutti, sempre.

Spero che i contenuti tecnici del blog possano far crescere gli aspiranti scrittori e far riflettere quelli già navigati; come spero che gli articoli culturali generino discussioni fertili e stimolanti.

 

Ecco degli esempi di ciò che troverete nel blog. Aggiornerò il topic ogniqualvolta pubblicherò un articolo.

 

quote-good-writers-are-those-who-keep-th

Cenni di Narratologia e Narrativa Contemporanea, da Flaubert a Palahniuk

 

Premessa-300x164.png

Costruire una storia 1 — la Premessa (Premise)

 

voldemorttitle-300x149.jpg

Viva i Cattivi: Voldemort aveva ragione?

 

90735501d340723041ae3865377f4867-300x157

Musica: New Retro Wave

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

 

if-you-tell-me-300x150.jpg

Show don’t tell. Mostra, non raccontare

 

Cita

«Non dire che la vecchia signora gridò. Mandala in scena e lasciala urlare».
Mark Twain.


Ho già parlato, nel precedente articolo, della nascita e dello sviluppo della narrativa contemporanea. Il cardine intorno al quale ruota questa concezione di scrittura è la classica regoletta “Show, don’t tell“, ovvero “Mostra, non raccontare”.

Per comprendere appieno tale tecnica bisogna rifarsi ai principi della narrativa, ovvero:

  • Narrare una storia.
  • Emozionare il lettore.
  • Coinvolgere il lettore in modo tale che non chiuda il libro e che prosegua la lettura fino in fondo.
  • Calarlo nel personaggio.
  • Fargli vivere gli eventi come fossero reali.

Se questa non è la vostra idea di narrativa, non consiglio l’impiego dello Show don’t tell. Anzi, consiglio di cambiare genere e di scrivere Literary Fiction o addirittura saggi, che probabilmente si accorderanno meglio alle vostre aspirazioni.
H.G. Wells, infatti, dopo un iniziale periodo di estro letterario (le prime opere di scientific romance, tanto amate dai suoi contemporanei e dalla critica, nonché gli unici suoi lavori ancora venduti e ricordati oggigiorno), decise di cambiare principi e iniziò a scrivere opere didascaliche, politicheggianti. Egli divenne, per sua stessa ammissione, poco interessato a narrare storie e a emozionare i lettori.
Wells intese la scrittura come un mezzo attraverso cui diffondere le sue idee, perché si sentiva un giornalista piuttosto che un romanziere. Beh, in tal caso scrivete articoli, no?


Tornando a noi, Show don’t tell significa che non bisogna raccontare al lettore ciò che accade, ma che occorre fargli vivere gli eventi direttamente, istante per istante (o azione per azione). Mostrare qualcosa significa mettere una persona di fronte al fatto, alla realtà, e non farne una cronaca.
La superiorità di questa tecnica, in fatto di coinvolgimento e resa emotiva sul lettore, è autoevidente. Vedere un uomo che muore o sentirlo al telegiornale è per voi la stessa cosa? Guardare una partita o ascoltarne il riassunto, fa differenza?

Facciamo un semplice esempio...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Prima recensione del blog!

16242465._SX540_-300x200.jpg

Recensione: La Spada Spezzata, di Poul Anderson

 

La Spada Spezzata fu pubblicato nel 1954, lo stesso anno in cui fu dato alle stampe La Compagnia dell’Anello di J. R. R. Tolkien. Non si tratta dell’unico punto in comune tra le due opere: entrambe attingono a piene mani dalla mitologia norrena e ne rielaborano le leggende; entrambe parlano di elfi, nani, troll, goblin…

 

Per questo motivo La Spada Spezzata è considerato un libro di culto della narrativa fantastica: anticipò e accompagnò, allo stesso tempo, la popolarità de Il Signore degli Anelli; coniò, insieme ad Howard e Tolkien, il genere Heroic Fantasy; contribuì a formare gli autori che si sarebbero poi specializzati in quel genere. Ma tutto ciò è una conseguenza dell’impatto che ebbe sui lettori di allora, e del fascino che conserva tutt’oggi.

 

Il Fantasy de La Spada Spezzata è diverso da quello a cui siamo abituati. Le differenze tra questo romanzo e le opere di Tolkien sono più numerose e profonde di quanto si possa immaginare a prima vista. Per cominciare, La Spada Spezzata ha una forte componente storica: il romanzo non è ambientato in un’epoca immaginaria, ma durante l’era dei vichinghi e principalmente in Britannia.
Il romanzo si divide tra il mondo reale e il Reame Incantato, in cui risiedono le creature fatate (elfi, troll, sidhe ecc.). Esse sono invisibili all’occhio umano che non abbia vista magica. Gli Dei Asi vengono in aiuto ai mortali e continuano la loro eterna lotta contro gli Jotunn. Ma è un ordine destinato a scomparire: l’avanzare del Cristianesimo sta indebolendo gli Antichi Dei; evocare il Dio Bianco (Gesù) cancella ogni parvenza di soprannaturale. Per questo la separazione tra i due mondi si fa sempre più netta, e le creature magiche esercitano grande cautela quando mettono piede nel mondo degli uomini.

 

Un’altra componente fondamentale che rende unico La Spada Spezzata riguarda la storia stessa...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

 

66a504181157c69cfaf26fb344c642fe_origina

Giochi Narrativi e di Narrazione

 

In questo articolo intendo parlare dei Giochi narrativi e di narrazione, ovvero i giochi da tavolo che puntano sia sulla storia che sullo storytelling per risucchiare i giocatori. Creatività e fantasia sono elementi fondamentali in questi giochi, oltre a dei partner con cui cooperare.

 

L’elemento vincente dei giochi narrativi e di narrazione sta nell’immersione che producono nei giocatori, similmente ai libri di narrativa. La differenza è che i giocatori prendono parte alla storia e sono chiamati ad agire per la sua risoluzione. L’interattività produce un coinvolgimento ancora più efficace, comparabile a quello che si prova giocando a certi videogiochi.
Specifico che mi riferisco sia a giochi come Winter Tales, in cui sono i giocatori a narrare la vicenda, sia a giochi come T.I.M.E. Stories, in cui la storia viene sviluppata dal gioco stesso. Il minimo comune denominatore sta nell’elemento narrativo.

 

La prima tipologia, o Gioco di narrazione (Storytelling game), predilige l’elemento creativo piuttosto che l’immersione. Non c’è alcuna storia a cui prendere parte ma la si deve creare autonomamente. Il divertimento sta nell’utilizzo della propria immaginazione.
L’altra tipologia prevede, al contrario, una trama e un’avventura generate dal gioco. Compito dei giocatori è destreggiarsi tra gli eventi così da raggiungere l’obiettivo. Il divertimento, in questo caso, è dato dall’immersione nella vicenda e dalle scelte che si devono prendere.
Questa è la tipologia di giochi più impegnativi e corposi, e può essere goduta soltanto nel caso in cui tutti i giocatori decidano di calarsi nel mondo di gioco. Se anche uno solo dei presenti rompesse l’atmosfera, il gioco perderebbe la sua attrattiva.

 

Perché giocare a un gioco narrativo o di narrazione? Ecco alcuni motivi.

 

  1. Sono coinvolgenti e immersivi come i romanzi o certi videogiochi.
  2. Stimolano la creatività, l’immaginazione, la fantasia. E, come si sa, la fantasia è un muscolo: più si allena, più si diventa creativi.
  3. Sono perfetti per giocare sia in gruppo sia con un’altra persona. L’elemento cooperativo spicca quando c’è una posta in gioco.
  4. Le storie sono spesso ben curate e possono essere fonte di ispirazione per qualunque artista.

Continua a leggere (e commenta!)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

ArcodiTrasformazione-300x171.png

Costruire una Storia 3 — La Struttura della Storia

 

Il romanzo, come da tradizione, si divide in tre atti: primo atto, secondo atto e terzo atto, il cui rapporto in lunghezza dovrebbe attestarsi intorno all’1:2:1, o 25/50/25%. L’arco di trasformazione forma una curva il cui apice, o midpoint, si trova a metà del secondo atto; si tratta del momento durante il quale il conflitto interiore dell’eroe si sposta dalla fase di resistenza a quella di rilascio, ovvero dalla resistenza al cambiamento al raggiungimento dell’obiettivo del plot.

 

Ma andiamo con ordine. Il primo atto è introduttivo: presentiamo l’eroe e il contesto, introduciamo l’elemento di conflitto e avviamo l’arco di trasformazione. Poniamo l’elemento di resistenza al cambiamento, o Fatal Flaw, del protagonista.
Parliamo di uno status quo iniziale nel quale si verifica un incidente scatenante, seguito da un richiamo all’azione che fa prendere le armi al nostro eroe, il momento determinante e, infine, il risveglio (o 1° turning point).
Abbiamo già introdotto lo status quo, l’incidente scatenante e il richiamo all’azione nel precedente articolo sull’arco di trasformazione del personaggio (che consiglio caldamente di leggere prima di proseguire, o molte cose non vi saranno chiare). Tuttavia, facciamo un ripasso.

 

Poniamo il nostro protagonista, Calogero. Calogero è un falegname che vive in solitudine nel bosco di Capodimonte; egli ha perso un figlio anni fa e da allora ha cominciato a vivere ai margini della società.
Descrivere lo status quo significa mostrare la vita quotidiana del nostro Calogero. Apriremo dunque il romanzo con delle scene in cui il nostro abbatte degli alberi, incrocia dei turisti e si nasconde, seccato, per non essere visto; quindi rincasa, accarezza la foto del figlio e fa una preghiera per la sua anima. Ecco che abbiamo brevemente mostrato lo status quo del protagonista.

 

[Breve Nota: Non si poteva semplicemente dire tutto ciò invece di creare delle scene? Scrivere insomma “Calogero era un falegname che viveva nel bosco di Capodimonte. Egli aveva perso un figlio anni prima ed era molto triste”.
Certo che si può, se non volete stabilire alcun contatto emotivo tra il personaggio e il lettore. Siete liberi di scrivere da cani, di non costruire l’atmosfera, di non generare emozioni se lo preferite. Per questo argomento rimando al mio articolo sullo Show, don’t Tell]

 

Procediamo con l'incidente scatenante...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

point-of-view.jpg

Il Punto di Vista e i Tempi della Narrazione. Regole, Consigli, Esempi

 

Il POV (Point of view) o PDV (Punto di vista) è un elemento fondamentale di un romanzo. Dalla gestione del punto di vista si può facilmente distinguere un neofita da un autore navigato. Gli errori di POV, infatti, sono tra i più comuni nelle opere degli esordienti.

 

Ma cos’è ‘sto punto di vista? Ebbene si tratta della prospettiva che assume la voce narrante. In altre parole, il punto di vista è la posizione dalla quale osserviamo lo svolgersi dei fatti.
Esempio:
“Mr. Anderson sfondò la porta con una spallata. Nel frattempo, Trinity portava Neo al nascondiglio. La donna pensò che lì sarebbero stati al sicuro, ma Neo sapeva che Mr. Anderson li avrebbe trovati in capo al mondo. E l’Eletto aveva ragione. Ma non sapeva quanto”.

 

Quest’orrido pezzo di testo è caratterizzato da un POV onnisciente, o a focalizzazione zero. Perché onnisciente? Perché la voce narrante sa tutto di tutti, può muoversi come le pare dentro e fuori i personaggi e raccontare la vicenda a modo suo.
Il POV onnisciente è assai comune nelle opere letterarie del passato. Oggi è considerato un approccio sorpassato e non si trova altrettanto spesso nei romanzi contemporanei.

 

Il narratore onnisciente viene preferito per le storie ad ampio respiro e per le opere corali o didascaliche. La possibilità di raccontare tutto ciò che si desidera senza essere legati a un personaggio è un vantaggio notevole per questo genere di opere.
Se dovessimo paragonare il punto di vista a una telecamera, allora il POV onnisciente sarebbe un drone ubiquo e capace di riprendere ciò che desidera, comprese le viscere e la materia grigia dei personaggi. Dio, in altre parole.
Un esempio classico di POV onnisciente è I Promessi Sposi.

 

Il punto di vista onnisciente può essere gestito in modi diversi...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuova recensione!

 

LeviathanGrandMapBIG-600x492.jpg

Recensione: Leviathan, di Scott Westerfeld

 

Questa recensione si riferisce alla trilogia Leviathan di Scott Westerfeld. Essa contiene Leviathan, il primo volume, Behemoth e Goliath. Perché chiamare il trio come il primo romanzo, dunque, e confondere i lettori?
Semplice, perché è una falsa trilogia.
I tre libri della serie sono usciti rispettivamente nel 2009, 2010 e 2011, sia in U.S.A che in Italia grazie a Einaudi (Collana Stile Libero). Nel 2012, l’Einaudi ha avuto la sana idea di combinare i tre volumi in un solo mattone.

 

Leviathan è una falsa trilogia perché c’è una sola storia, che s’interrompe bruscamente per due volte. Non capisco come abbiano fatto i lettori ad aspettare un anno per leggere il seguito, e un altro anno ancora per la conclusione. Io mi sarei adirato per aver pagato un libro monco, e mi sarei dimenticato tutto all’uscita del volume successivo.
Certo, molte serie hanno una sola storia. Un obiettivo di fondo, più precisamente, che le collega e spinge il lettore a divorare un libro dopo l’altro. Il punto, però, è che la storia principale passa in secondo piano: i volumi si focalizzano, di norma, su personaggi, archi, sotto-trame, punti di vista diversi di puntata in puntata. È questo il caso della serie di The Witcher di Andrzej Sapkowski, della Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, del Signore degli Anelli di Tolkien ecc. Per non parlare delle serie che, invece, presentano storie diverse ogni volta, come Lockwood & Co. di Stroud, la Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer eccetera eccetera.

 

Del resto, come potrebbe il lettore comprare migliaia e migliaia di pagine senza mai arrivare alla conclusione? Se ci fosse un unico filo, un’unica storia, un unico punto di vista, il lettore si stancherebbe e interromperebbe la serie. È questo il caso di Leviathan.

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

What-If-Analysis-300x219.jpg

Costruire una Storia 4: What-if e High-Concept. Cosa accadrebbe se...

 

La locuzione What-if può essere tradotta in “E se…” o, ancora meglio, “Cosa accadrebbe se…” e rappresenta il nucleo di ciò che chiamiamo speculative fiction (narrativa speculativa), cioè fantasy, fantascienza e così via. È la domanda da cui si genera la storia che ci accingiamo a leggere o a narrare.

 

“Cosa accadrebbe se la magia esistesse nel nostro mondo e i maghi vivessero tra noi a nostra insaputa?”. È il What-if di Harry Potter.
“Cosa accaderebbe se i mostri proliferassero nel mondo e sorgesse un ordine di guerrieri mutanti per cacciarli e proteggere i cittadini?”. È il What-if di The Witcher.
“Cosa accadrebbe se uno scienziato scoprisse il segreto dell’invisibilità e se ne avvalesse per i propri scopi?”. È il What-if de L’Uomo Invisibile.
“Cosa accadrebbe se dei ragni extraterrestri dal cervello collettivo trascinassero l’Umanità in una guerra spaziale?”. È il What-if di Fanteria dello Spazio.

 

La speculative fiction si fonda sul cambiamento del reale e del possibile, sulla creazione di mondi alternativi o modificazioni del mondo in cui viviamo. Ucronie, distopie, utopie… sono tutte branche della narrativa speculativa.
Per quanto riguarda il fantasy e la fantascienza, possiamo facilmente distinguerli così: nel primo accade ciò che non potrebbe accadere; nella seconda accade qualcosa che potrebbe accadere. Impossibile contro Probabile. E in entrambi i casi il What-if funziona allo stesso modo: genera la domanda che innesca la speculazione.

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

800px-Trincea_alpina-600x689.jpg

La Solitudine come Trincea: riscoprire la solitudine feconda, atto di crescita e di rivolta contro il mondo moderno.

 

Il pugile pratica tecniche e combinazioni fino allo sfinimento. Le spalle bruciano, le braccia pesano come macigni. Il movimento, il pugno e l’energia che vi s’infonde devono instillarsi nel corpo e nella mente. Il colpo e il passo diventano un riflesso, una seconda natura.
Eppure, ciò non accade durante l’allenamento. È di notte che il cervello mette a punto la tecnica, ripassa gli sforzi e li imprime nell’anima. Durante il sonno, l’attività cerebrale raggiunge il culmine e la memoria muscolare prende coscienza di ciò che è accaduto. Ecco che l’indomani, magicamente, le combinazioni sono più sciolte e naturali di quanto immaginasse l’allievo.
È così che, nella quiete e intimità del sonno, si rielabora il vissuto. È così che, in solitudine, si dà senso alle proprie esperienze.

 

Jack London fu boxeur e vagabondo. Fu un giornalista, un alcolista, un cacciatore di foche. Ogni viaggio dell’autore si ritrova nei suoi libri. Fiumi d’inchiostro riversati nella solitudine, come raccontato nel capolavoro Martin Eden.
Nel libro, il marinaio illetterato Martin si trasforma in scrittore di successo per amore di una donna. Egli si chiude nel suo mondo e scrive dozzine di libri sulla base dalle tante avventure, fino a perdere contatto con la realtà che, prima, abitava freneticamente. In questo suo viaggio interiore, Martin nota di essere diventato migliore degli altri, superiore a quegli individui altolocati che prima ammirava.

 

Ritagliarsi del tempo per sé stimola, dunque, una crescita personale. Riflettere sulle proprie esperienze, metterle in relazione col proprio Io, significa elaborare nuove soluzioni. Un superamento della condizione precedente, sia dal punto di vista interiore che esteriore. Se in tal modo, infatti, il solitario impara a conoscere se stesso, a gestirsi e a perfezionarsi, egli getta nuova luce anche su ciò che lo circonda.
Per Nicolás Gómez Dávila, «vive la sua vita solo chi la osserva, la pensa e la dice: gli altri, è la vita che li vive».

 

Essere faccia a faccia col sé significa, per forza di cose...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

bigbro-200x300.jpg

1984 nel 2017. Orwell ai tempi della Democrazia Occidentale (parte 1)

 

1984 fu scritto da George Orwell nel 1948 e profetizzò, in un futuro prossimo, il dominio dei totalitarismi. Non è un mistero che Orwell intese dipingere il regime di Oceania e il suo dittatore fantasma, il Grande Fratello, con i colori dell’Unione Sovietica. Non a caso il volto del despota, nell’omonimo fumetto, presenta sia i tratti di Stalin che di Hitler.
Ma Orwell era un socialista convinto, specie ai tempi della Guerra civile spagnola. Fu proprio l’esperienza nel Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM) a fargli disprezzare il comunismo stalinista, reo, nei suoi occhi, di aver tradito i socialisti e gli anarchici.

 

Allo scoppio non proclamato della Guerra fredda Orwell scelse di stare dalla parte dell’Occidente, dell’America, e ciò nonostante egli criticasse gli USA proprio in virtù di alcune analogie ravvisate nei totalitarismi.

 

Eppure, in 1984 la prassi totalitaria non riflette soltanto le “distanti realtà” dei regimi a noi noti. Si ricordi, a tal proposito, che Orwell stesso fu censurato dal governo britannico nel 1944, che ostacolò inizialmente la pubblicazione de La Fattoria degli Animali (i Sovietici, all’epoca, erano preziosi alleati contro Hitler e godevano di un nutrito numero di sostenitori nei paesi occidentali).
Nonostante Orwell fosse già un giornalista e scrittore affermato, il romanzo fu respinto da ben quattro editori, anche a causa del giudizio negativo del Ministro dell’Informazione. Solo nella metà del 1945 Secker & Warburg decise di pubblicare La Fattoria degli Animali, e senza il saggio introduttivo La Libertà di Stampa.
Quest’ultimo fu scritto da George Orwell proprio in seguito al boicottaggio del suo libro e denuncia i meccanismi di censura e autocensura della democratica Inghilterra...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Oggi 1984 è più attuale che mai. L'Urss è implosa, ma gli scenari orwelliani sono migrati nel nostro continente. E vi hanno trovato terreno fertilissimo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuova recensione!

triolgia-area-x-crema-chiaro-300x162.png

Recensione: La Trilogia dell’Area X, di Jeff VanderMeer. Annientamento, Autorità, Accettazione

 

La Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy) di Jeff VanderMeer è composta da Annientamento, Autorità e Accettazione. Si tratta delle uniche opere tradotte in Italiano, al tempo in cui scrivo, del sopracitato autore.
Jeff Vandermeer è, infatti, un autore americano di grande successo. Vincitore del Premio Nebula, Hugo e baciato dai grandi numeri, si tratta di uno degli autori di speculative fiction (o narrativa speculativa) più quotati e seguiti. Fa strano che, dunque, i nostri lungimiranti editori non l’abbiano notato prima, e che abbiano portato qui una delle opere più “contestate” e complicate dell’autore. Ma, forse, lungimiranti non lo sono poi tanto.

 

Come suo solito, Jeff VanderMeer ci narra una storia dalle tinte surreali e di difficile collocazione: non è vera fantascienza, né semplice fantasy dalle tinte horror, ma speculativa fino alle radicali conclusioni. Per questo motivo la Trilogia dell’Area X si può etichettare, similmente ad altre opere dell’autore, nella pozzanghera informe che prende il nome di New Weird.

 

Einaudi ha sublimato la pubblicazione con tre meravigliose cover di Lorenzo Ceccotti, che rendono bene il concetto e ne amplificano il fascino. Peccato per la quarta di copertina dell’ultimo volume, marchiata dal commento della popolare Michela Murgia.
«VanderMeer stupisce per la profondità con cui tratta una storia d’amore come se fosse un territorio contaminato dal mistero. L’area X non è solo lo spazio di crisi tra l’umanità e i suoi eccessi, ma è anche il nebuloso territorio della relazione tra un uomo e una donna».

 

Manco a dirlo, amore di misera importanza ai fini della storia. Ammesso che esista.

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Il Palombaro Ho letto il primo ed è un sonoro boh! La cosa peggiore è che mi da l'idea che sia la traduzione a rendere un libro decente in un pastrocchio senza arte né parte. Ma non ho controprova, e poca voglia di leggerlo in lingua originale.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

La traduzione è quello che è, ma meno peggio di tante altre. Io il primo l'ho trovato ottimo, mentre gli altri due pessimi. 

 

Nuovo articolo di M.M., l'Eminenza Grigia!

Grey-eminence-258x300.jpg

Buona giornata mondiale dell’ambiente, da M.M.

 

Buona giornata mondiale dell’ambiente! E un grazie a Google per avermelo ricordato!

 

L’ambiente è una cosa meravigliosa. Stupenda da guardare dietro un monitor o da un vetro.

 

Continua a leggere (e commenta!)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Il Palombaro Perché vanno al risparmio. Solo che il lavoro di traduzione è difficile e vitale. E per farlo bisognerebbe anche essere un po' scrittori. Invece si traduce la prima cosa che ci sta e via. E mi ero dimenticato...versione digitale da vergogna. 

 

@don Durito Sì insomma. Il grande bisogno di controllo e sorveglianza è dato anche dal tipo di società massiva che siamo diventati e dai tempi dove viviamo. La stessa NSA non lo fa davvero per spiare la gente comune. E comunque il controllo totale è impossibile. Diciamo invece che alle persone vengono fregati e spiati dati personali perché loro per primi li mettono in rete a disposizione di tutti. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@JPK Dike Non dirlo a me... ho fatto il traduttore freelance per un po', anni fa, e ho smesso perché è impossibile ricavarci qualcosa. Lo sfruttamento è totale, la competizione è serrata e disposta a tutto, e il lavoro non viene preso sul serio. Lo si vede nei libri, con le traduzioni di una fedeltà pari allo zero; nei videogiochi, con le localizzazioni pagate pochi cent via oDesk o siti simili e risultati degni di Google Translate; nei film e nelle serie tv, coi sottotitoli a dir poco ignoranti (Netflix. Mio Dio) e adattamenti da doppiaggio frettolosi, patetici, amatoriali. Guarda, meglio che mi fermo qui, che mi ribolle il sangue e sono più che OT.

 

Nuova recensione!

Cofanetto-La-nave-di-Teseo-300x225.jpg

Recensione: S. La Nave di Teseo, di J.J. Abrams e Doug Dorst

 

S. La Nave di Teseo è un esperimento letterario partorito dalla mente di J.J. Abrams, famoso produttore cinematografico, sceneggiatore e regista di serie televisive. Lo scrittore è, invece, Doug Dorst.

Perché un esperimento? Perché si tratta di un romanzo nel romanzo, ovvero di una storia metanarrativa.
I protagonisti sono due ragazzi, Eric e Jen, che comunicano lasciando note su La Nave di Teseo, romanzo del fittizio autore V.M. Straka. Entrambi studiano il volume per una ragione. Un mistero, a essere precisi, che avvicina la storia alla Mystery fiction, con una vena low-fantasy.

 

I protagonisti, però, non si lasciano soltanto note. I due allegano documenti e materiale di vario genere, inserendoli tra le pagine del libro.
S. La Nave di Teseo presenta, infatti, una moltitudine di inserti nascosti nel romanzo: pagine di giornale, cartoline, appunti e quant’altro, che impreziosiscono la già pregiata pubblicazione. Tutto fedelmente tradotto in Italiano.

Il volume in sé è molto ben curato dal punto di vista tipografico. Come nei romanzi di un tempo o nei grandi classici, la rilegatura di S. La Nave di Teseo è in filo refe, la copertina è in tela rigida, la grammatura è pesante e ingiallita per dare l’effetto di “vecchio manoscritto”. Anche gli inchiostri delle note fatte a penna sono più o meno stinti a seconda della datazione, e ciò contribuisce all’aspetto vissuto del volume.

 

Il packaging funziona a meraviglia...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Rispondo qui. Conoscevo "S. La Nave di Teseo" dalle recensioni, ma non l'ho mai letto. Quindi la tua critica ci può stare tutta, però... c'è un però. Limitatatente all'idea, alla sperimentazione, al metaromanzo fatto di documenti

1 ora fa, Il Palombaro ha detto:

pagine di giornale, cartoline, appunti e quant’altro

trovo che sia il punto massimo in cui la tecnica letteraria si possa spingere. Oltre, che ci potrà essere?

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@don Durito Oltre? Qualche idea ce l'avrei, ma la tengo stretta per un futuro romanzo :P . Posso solo dirti che l'ultima frontiera del metaromanzo e della tecnica narrativa è senza dubbio... la realtà.

@JPK Dike J.J. la fa sempre fuori dal vaso :P

Nuova recensione!

Lockwood_612x380_0-300x186.jpg

Recensione: La Scala Urlante, di Jonathan Stroud

 

Lockwood & Co. è una saga di romanzi fantasy per ragazzi scritta dall’autore inglese Jonathan Stroud, famoso per la Trilogia di Bartimeus e prolifico scrittore di storie per bambini.
Il primo volume della serie, La Scala Urlante, uscì nel 2013 e fu tradotto in Italia nel 2014. Il secondo volume, Il Teschio Parlante, uscì nel 2014 e fu tradotto nel Bel Paese a ben due anni di distanza, da Salani.

 

Nonostante le fortune della saga in patria, la pubblicazione in Italia procede a rilento e, al momento in cui scrivo questo articolo, sull’adattamento del terzo volume (The Hollow Boy) ancora non si sa nulla.
Stroud dal canto suo sforna un romanzo dopo l’altro. Nel settembre di quest’anno è prevista l’uscita in Gran Bretagna del quinto titolo della serie, The Empty Grave, seguito di The Creeping Shadow.

 

Ma parliamo del primo romanzo, La Scala Urlante. Purtroppo vi sarà capitato di non trovarlo in libreria, tra gli altri libri fantasy. La Scala Urlante è considerato a cavallo tra uno YA e un romanzo per bambini, e viene spesso riposto sugli scaffali dei libri per ragazzi dai 10 ai 14 anni (o dai 9 agli 11). Non è un errore: la serie è in effetti indirizzata a quel target di lettori, ma non solo.
Posso tranquillamente affermare che Lockwood & Co. sia una saga adatta a tutte le età. Anzi, gli adulti potranno godere di aspetti che i giovanissimi non saranno in grado di cogliere.

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
12 ore fa, Il Palombaro ha detto:

l'ultima frontiera del metaromanzo e della tecnica narrativa è senza dubbio... la realtà

la quale nel nostro tempo si rivela più incredibile dell'immaginazione. Peccato però che questa incredibilità non faccia sognare, ma deprima mooolto.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

Orwell_19842-300x162.png

1984 nel 2017. Orwell ai tempi della Democrazia Occidentale (parte 2: il Ministero della Verità)

 

Nello scorso articolo abbiamo parlato di 1984 in generale e di George Orwell. Poi, abbiamo fatti dei parallelismi tra i totalitarismi e le democrazie. Infine, abbiamo tratto delle similitudini tra l’orwelliano Ministero della Pace e le nostre società liberali.
In questo episodio, invece, analizzeremo un altro pilastro del Socing: il Ministero della Verità (Miniver).

 

Il Miniver si occupa dell’informazione e della propaganda politica. Esso è addetto sia alla gestione dei flussi di notizie, sia alla produzione di materiale multimediale. Programmi radiotelevisivi, libri, giornali e chi più ne ha più ne metta. Ma, oltre alla gestione, il Miniver opera la manipolazione.

Ogni documento, ogni articolo, ogni opera viene modificata per adattarla ai dettami del Partito. Il lessico viene convertito in Neolingua, la verità dei fatti storici o di attualità si piega al Bispensiero, i dissidenti subiscono la Damnatio Memoriae e sono rimossi da qualsiasi fonte, le perdite si trasformano in rialzi.
Come specificato da Orwell, «la menzogna diventava verità e passava alla storia». Un altro slogan del partito recita (inspiegabilmente, aggiungo; perché sgamarsi?): «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato».

 

È stato stimato che, negli USA, circa il 6% della popolazione crede ai Media. Lì come da noi, la realtà assume un aspetto man mano più volatile. Quanti, oggi, credono ancora ciecamente a ciò che dicono i giornali e la TV? Quanto pensate ci sia di falso, manipolato, travisato nell’informazione?

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

ws_Keyboard_on_fire_1024x768-1-600x246.j

10 Trucchi per Scrivere il Dannato Romanzo

 

Sappiamo tutti quanto sia difficile scrivere un intero romanzo, a differenza di un racconto più o meno lungo. È facile perdersi per strada e lasciare le cose a metà, per poi recuperarle in seguito oppure mai più.

 

Per tale motivo ho ideato la seguente rassegna di trucchi e consigli utili a non perdere la Trebisonda, a comporre un prodotto degno di questo nome in tempi accettabili. I punti spaziano dai suggerimenti semplici, per neofiti, agli accorgimenti che anche scrittori con una certa esperienza troveranno utili.

 

1. Costruite la storia

 

In tanti prendono la scrittura come un atto di fede, un gesto spontaneo dovuto all’estro artistico. Non è così: per scrivere romanzi decenti in tempi decenti, e possibilmente più di uno nella propria vita, serve quella che chiamo “guida”. Con questo termine mi riferisco a una serie di informazioni sviluppate precedentemente dall’autore, alle quali egli possa rifarsi per scrivere la propria storia in maniera lineare, veloce, coerente e compita.

 

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

JKRowlingNazi-200x300.jpg

J.K. Rowling è una ladra, e Harry Potter è il suo furto. Oppure no?

 

Da un articolo di maggio, su Digital Trends:

Cita

 

«Avete mai sentito parlare di Harry Potter Jr.? No, non stiamo parlando di una qualche ignota fanfiction, ma del ragazzino che si fa strada in un mondo di streghe, maghi e magia per salvare la sua famiglia dal nefasto troll che ha nascosto la sua essenza in una persona vicina al giovane eroe. Insomma, il bimbo interpretato da Noah Hathaway (La Storia Infinita) nel film Troll, quello che uscì nel 1986, 15 anni prima di Harry Potter e la Pietra Filosofale.

 

Certo, probabilmente non avete idea di ciò di cui stiamo parlando. Il motivo è che Troll fu un trascurabile B-movie che non ebbe nemmeno un millesimo dei fan di cui gode la serie di Harry Potter. Tuttavia, ci sono senz’altro somiglianze impressionanti tra le due storie.

 

Quindi perché è una notizia di oggi?

 

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

your-brain-on-fiction-300x300.jpg

Narrativa e Neuroscienze: il Cervello Simula ciò che Leggiamo

 

Leggere non è come guardare la televisione. La rapida sequenza di immagini, la luminosità dello schermo e i suoni bombastici sono studiati per catturare l’attenzione. Sappiamo tutti quanto siano coinvolgenti certe serie tv, tanto da alienarci completamente e costringerci a divorare un episodio dopo l’altro. Diamine, con alcuni show si può fare la fine dei ratti che prendono il viagra (spoiler: si masturbano fino a morire di fame), a causa dei rush di endorfine. È una brutta immagine ma rende l’idea.

 

Portereste il portatile in spiaggia, per godervi le ultime tre puntate di Better Call Saul, o un romanzo tascabile? Certo, dipende dal romanzo; certo, dipende dalla serie. Ma la spiaggia distrae dal video e il video distrae dalla spiaggia: non è il luogo adatto, non ci si può immergere come si deve nella visione. Credo di poter tranquillamente affermare che in media sia più difficile staccare gli occhi da uno schermo LCD che mettere giù un libro. Inoltre, la visione di una bella serie tv si può arricchire con un dolby sorround e un maxi-schermo. Come potrebbe mai competere, in termini di “assorbimento”, qualche pagina di carta velina?

 

Al contrario, le giuste condizioni ambientali possono finanche potenziare l’esperienza di lettura.

 

Continua a leggere (e commenta!)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Chiedo scusa per il lungo stop, causato da un romanzo che non voleva saperne di terminare! Si riapre con un articolo nuovo di zecca! @JPK Dike @don Durito

 

Dialogo1-300x125.jpg

Tutto sui Dialoghi — Beat, dialogue tag, registro, conflitto e così via

 

I dialoghi sono una cosa seria. Non vanno presi sottogamba.
È facile incartarsi quando tocca far parlare i personaggi, ed è facile storcere il naso quando una battuta che leggiamo ci pare fuori luogo. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un aspetto critico della narrativa, poiché i dialoghi costituiscono una buona fetta di un intero romanzo o, in certi casi, la parte preponderante. Con i dialoghi si può annoiare, divertire, stimolare, inorridire, perciò occorrono attenzione e strategia.

 

Cominciamo, dunque, con alcune considerazioni fondamentali.
Se dovessimo trascrivere una giornata di chiacchiere di vita vera scopriremmo che si tratta per lo più di suoni gutturali, frasi smozzicate, monosillabi, interiezioni e strafalcioni grammaticali. Insomma, un disastro illeggibile.
A meno che non stiate scrivendo una storia iperrealista, vi sconsiglio un simile approccio.

 

La chiave, nei dialoghi, sta nel capire che essi debbono essere verosimili ma non veri. Ciò che fuoriesce dalla bocca dei nostri personaggi non deve risultare né forzato o surreale né, allo stesso tempo, superfluo o noioso da leggere. Ciò si sposa con il principio di trasparenza della narrativa contemporanea, che suggerisce di sfruttare la realtà per ottenere il massimo effetto retorico. Realismo come mezzo, non come fine. Ricordate che il vostro obiettivo è coinvolgere ed emozionare i lettori, non ricreare un diorama della vita tipo dell’italiano medio.

 

Ma come può un dialogo essere verosimile e non vero? Vediamolo insieme...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Niente da aggiungere. Tranne forse un suggerimento: volete imparare a scrivere dialoghi? Imparate a memoria Il Signore Degli Anelli.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

LovingVincent-300x214.gif

Ispirazione per Autori: le opere dei miei pittori e illustratori preferiti

 

Non credo all’ispirazione messianica, all’idea che arriva per volontà divina, al “blocco dello scrittore”. Non ho mai avuto le idee chiare prima di lavorare a un romanzo, né mi sono mai state chiarite da circostanze esterne. Spesso, chi intende cimentarsi nella stesura di un romanzo non realizza una cosa: scrivere è l’ultima spiaggia. È l’approdo. Prima bisogna creare le basi, ovvero chiavarsi su una sedia e rimuginare sugli spunti, la trama, i personaggi e così via. Una volta trovato l’humus, si inizia a comporre la struttura attraverso le varie tecniche e modalità che ho descritto in tanti altri articoli.

 

Il punto è proprio questo: concentrarsi e pensare per ore di seguito, senza stringere nulla in mano. È difficile, “strano” in un certo senso, ma è l’unico modo per partorire quelle idee e/o colmare quelle lacune che vorremmo riempire con l’ispirazione. Credo sia la parte più frustrante della stesura di un romanzo, poiché precede qualsiasi regola, qualsiasi sistema, e comporta spesso inutili perdite di tempo. Si possono buttare giorni senza trovare le agognate risposte. Vi assicuro, però, che aspettare invece di cercare vi rallenterebbe molto, molto di più.

 

Detto questo, credo nella “suggestione” o “fascinazione”. Si tratta di materia evanescente, intellegibile, che seduce la mente e riesce a mutarne la disposizione. Potrei definirla un’energia, o un fluido invisibile che emana dall’oggetto suggestivo e attraversa il soggetto affascinato. Questi sarà, tra l’altro, assai più sensibile ad altre suggestioni, fin tanto che il fluido continuerà a scorrere.

 

Ogni stimolo è positivo. Ci sono stimoli più stimolanti di altri, e stimoli dalla cui influenza è impossibile affrancarsi. Con questo articolo intendo condividere gli spunti visivi che mi hanno affascinato o che trovo affascinanti, così da impattare positivamente la prosa di chi legge...

 

Continua a leggere (e commenta)!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Nuovo articolo!

Comeformattare-600x183.jpg

Come formattare un libro nel modo corretto. Per invio a CE e autori self

 

Volete presentare il vostro manoscritto a una casa editrice? Volete autopubblicare il vostro romanzo nel cassetto? Formattarlo a dovere è fondamentale, tant’è che ci sono delle figure professionali addette a tale procedimento. Parlo dell’impaginatore, ma anche del correttore di bozze, dell’editor, del grafico… ognuno fa la sua parte nel processo di formattazione. Tanti autori che decidono di votarsi al self-publishing pagano dei freelancer per la formattazione, nonché per la conversione in ebook.

 

Sappiate che le CE ricevono migliaia di manoscritti e, nella maggior parte dei casi, emettono un giudizio nel giro delle prime pagine (se non a colpo d’occhio, addirittura). Presentare un romanzo disastrato dal punto di vista della formattazione significa complicare il lavoro dell’editore, sia nella fase di lettura sia in una futura prospettiva di editing. Per non parlare del look poco professionale che date alla vostra opera!

 

La formattazione è l’aspetto attraverso il quale si distinguono gli autori svegli e preparati da quelli… improvvisati. Certo, è la qualità del romanzo a contare, mica il modo in cui viene presentato. Tuttavia, voi leggereste il manoscritto pulito, chiaro, rilegato con tanto di spirale e copertina trasparente, o la pila di fogli spillati male e col testo sparpagliato sulla pagina?

 

Mi risponderete che li leggereste entrambi; bene, quale leggereste per primo? Quale leggereste con la miglior disposizione? Quale scartereste a parità di qualità? E, diciamocelo, leggereste davvero entrambi se aveste una chilometrica lista d’attesa?

 

Continua a leggere (e commenta!)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un membro per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra comunitày. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora


×