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simone volponi

Leggere per apprendere gli stili

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Ma non vi fermate mai a rileggere un libro appena letto? Vedo che ne attaccate subito un altro... io da rubacchino rileggo, è un consiglio che danno tutti i manuali e gli scrittori, rileggere per catturare la voce dell'autore.

Off Topic, però son curioso...

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9 minuti fa, simone volponi dice:

rileggere per catturare la voce dell'autore

Hai ragione, ma serve più quando si cerca di catturare lo stile di uno scrittore. E poi si cerca di scrivere qualcosa in quello stile. Solitamente funziona. Avevo un'amica che quasi studiava i libri che leggeva. Ma si assimila l'arte dello scrivere anche leggendo tanti libri diversi, senza soffermarsi su nessuno in particolare - nell'inconscio rimane tutto, che poi spunta fuori quando meno te lo aspetti, nel momento in cui non ti ricordavi neanche più di aver letto una cosa del genere.

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47 minuti fa, simone volponi dice:

Ma non vi fermate mai a rileggere un libro appena letto?

Subito dopo no. Mi è capitato, però, di rileggere i libri che mi sono piaciuti a distanza di tempo.

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1 ora fa, simone volponi dice:

Ma non vi fermate mai a rileggere un libro appena letto?

Mai fatto in vita mia.

1 ora fa, simone volponi dice:

erileggere per catturare la voce dell'autore

Io non voglio catturare la voce di un autore.  

Innanzitutto se il suo stile mi è piaciuto non è detto che sia adatto a me; in secondo luogo sono dell'idea che se invece lo è, qualcosa di ciò che ho letto si sedimenterà dentro di me.  

Quello che faccio è di andare a cercare altri libri di quell'autore, anche se ormai è raro che legga un autore nuovo: leggo quasi sempre i "miei autori".

Lo so, non sono sempre in sintonia con i manuali di scrittura.

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3 minuti fa, Marcello dice:

Lo so, non sono sempre in sintonia con i manuali di scrittura

Esatto! Loro, i manuali, terribili. Ogni scrittore che si prodiga in consigli, mette tra i primi quello di leggere un libro prima con il semplice piacere del lettore, poi di vivisezionarlo (la voce dell'autore, come entra in scena questo o quel personaggio etc).

Tendo sempre a farlo, per questo sono lento nelle letture... e non è detto che ne ricavi davvero qualcosa.

Chi vuole dica la sua :)

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Adesso, simone volponi dice:

Ma non vi fermate mai a rileggere un libro appena letto?

come no! Avrò riletto credo non meno di 28 volte Lo Hobbit (nella traduzione magnificente di Elena Jeronimidis Conte per Adelphi le altre traduzioni... bleah!) e non ne sono ancora stufo; la combinazione della pirotecnica inventiva di Tolkien con la ricreazione in italiano della traduttrice (rimpinzimonio fra tutti) ne fanno una fonte continua di piacere per la mente

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A me pare che per apprendere gli stili siano ottimi i giornali.

Ricordo, insuperabili Montanelli e la Rossanda del Manifesto, anche Travaglio è bravo.

Poi dai giornali (che contano) si impara a catturare l'attenzione del lettore, a partire da titolo e occhiello. E a fare finali a effetto.

Per trama, dialoghi e atmosfere sono ottimi i film.

Beh, per dire che non ci sono solo i libri.

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Adesso, camparino dice:

A me pare che per apprendere gli stili siano ottimi i giornali.

 

hai sbagliato tempo verbale, volevi scrivere erano ; oggi i quotidiani, la maggior parte dei quali alimentati da robustissime iniezioni di danaro pubblico (ma mica per far sì che parlino bene di chi ha concesso tali fonti di finanziamento, noo!), propinano una non-lingua che è una accozzaglia in parti diseguali di neolingua orwelliana (vedi i clandestini, gli immigrati illegali, gli individui abusivamente penetrati in Italia mai chiamati con la loro definizione propria, ma con un termine eufemistico imposto a livello globale per porli all'opinione pubblica sotto una accezione meno negativa di quanto in realtà sono), di pidgin englitch (sì, proprio englitch, come l'amriccan di mellonta tauta di Poe), ossia un basic english ottenuto dalla mescolanza delle varietà americana e del regno unito, che non ha più né la proprietà né la forza espressiva dell'inglese propriamente detto (e per questa sua insignificanza ottimo per la propaganda) e di quel che resta dell'italiano imbottito di forestierismi quel tanto che basta dallo scoraggiare la gente dal tentare di capire ciò che sta scritto. Io preferirei che mio figlio mi dicesse (O Babbo dpomani vo a girare un film hard con molti òmini, piuttosto che avere l'amarezza di soprenderlo ad avvelenarsi la mente e la lingua dopra i "giornali"

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Ciao!

personalmente non mi capita di rileggere libri. Normalmente metto un segnalibro nelle pagine che mi hanno colpito di più. Riaprendole trovo le parti che mi interessano, quelle che mi hanno colpito, che ho già sottolineato in fase di lettura.

 

Per quanto riguarda il vivisezionare la voce dell'autore, anche io non sono d'accordo. Credo che ciò che di un autore ti piace, il modo come esprime alcune cose, la forma o la ricerca linguistica ti resta dentro nei limiti di ciò che ti interessa come scrittore. E non considero fattore di crescita li scrivere come un grande autore, creo questo tipo lavoro possa inficiare il proprio stile, soprattutto se si è neofiti e insicuri, perché inesperti. 

 

Associandomi a quanto espresso precedentemente da camparino, riguardo al fatto che non ci sono solo libri, ma anche altri mezzi come periodici e telegiornali, aggiungo anche i testi drammaturgici.

 

A me, che vengo dal teatro, mi hanno aiutato a capire come concentrare tutto in quadri. Lí dove le scene si avvalgono del gesto teatrale a scapito della parola mancante, gioco a ridare parola a quello che è visivamente un gesto per lo spettatore. Però capisco che questa parte possa essere solo un mio trip.

Ma la brevità e la sinteticità delle drammaturgie, mi aiutano a capire come esserlo anche io nello scriver, e come realizzare cambi di scena nel testo e colpi di scena.

Salud.

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Se è un libro "difficile", che intimidisce un po', capita che lo rilegga. Così la prima lettura la posso fare a cuor leggero, tanto c'è la seconda, dico (poi però a volte non c'è).

Di solito capita con libri brevi ma intensi, ultimamente è successo con "Lo straniero" di Camus e "Conversazione in Sicilia" di Vittorini. Quanto a rubare, rubiamo tutti, ma siamo in ottima compagnia: Shakespeare ad esempio era un noto ladro.

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On 23/2/2017 at 16:43, camparino dice:

Ricordo, insuperabili Montanelli e la Rossanda del Manifesto, anche Travaglio è bravo.

Già ti stimavo prima, ora ti adoro! :)

Di Montanelli sto leggendo il libro sulla storia italiana del millennio. Vi assicuro che oltre ad essere una lettura interessante per chi è come me un appassionato di Storia, è un esempio di stile che nulla ha da invidiare a tanti grandi romanzieri.

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17 minuti fa, Joyopi dice:

Di Montanelli sto leggendo il libro sulla storia italiana del millennio. Vi assicuro che oltre ad essere una lettura interessante per chi è come me un appassionato di Storia, è un esempio di stile che nulla ha da invidiare a tanti grandi romanzieri.

Si, anche la storia, pur essendo fedele, ha toni da romanzo. Sottolinea le sfumature romanzesche. Così piace a tutti.

Ciao

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Io ho riletto in vita mia, ma non per assorbire gli stili dell'autore. Semplicemente, per me rileggere un bel libro (che mi è piaciuto) è un po' come riguardare un bel film (che mi è piaciuto).

Per il resto la penso esattamente come @Marcello

On 23/2/2017 at 16:18, Marcello dice:

qualcosa di ciò che ho letto si sedimenterà dentro di me.  

Ne sono convinto, sicuro. Per me leggere è vivere, per un po', tante altre vite. Acquisire esperienze, emozioni, pensieri e soprattutto riflessioni nuove. Scoprire ogni volta un mondo nuovo, ecco. E serbarne dei ricordi :) 

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Italo Calvino e Primo Levi li rileggo continuamente.

Potrei dire che alterno sempre un loro libro a una nuova lettura.

Io credo di aver imparato a scrivere così. Non so "quanto" ho imparato e sono consapevole di essere ben lontano dall'aver assorbito lo stile dei due Maestri, ma qualcosa ho appreso di sicuro.

 

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Ho imparato a scrivere leggendo articoli e provando a scrivere recensioni di concerti, ormai 10 anni fa. Ho le mie abitudini e i miei scrittori preferiti, nel mio stile c'è molto di Bukowski e di Welsh e, infatti, sono i miei autori preferiti. Ma ho riletto più volte solo Post Office e Factotum, per puro piacere personale. Sono convinto che vivisezionare un libro per apprendere i trucchi e le regole serva fino a mezzogiorno e non aiuti a formare uno stile personale, semplicemente devi leggere quello che ti piace quando ne hai voglia e se tra i tuoi talenti c'è anche la scrittura, imparerai a scrivere. Sicuramente devi leggere molto e scrivere molto. Come altri anch'io sono restio a lanciarmi su autori che non conosco e, penso sia un problema. Mesi fa ho letto La notte di Roma che non è niente di epocale ma è una piacevole lettura, se non me lo fossi trovato tra le mani cento volte quando lavoravo in libreria, non l'avrei mai letto.

Modificato da Andrea.Dee

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A me capita sia di rileggere per puro piacere, quasi fosse rivedere un bel film proprio come diceva @Niko, sia di farlo per "apprendimento". Mi piace analizzare le "soluzioni" trovate da alcuni autori, per esempio: determinate similitudini particolarmente riuscite, sinonimi interessanti da utilizzare per evitare ripetizioni, il modo in cui vengono descritti alcuni personaggi o stati d'animo; o ancora, come rendere efficace a parole la descrizione di taluni comportamenti ed espressioni, capire come un autore ha trattato le chiusure dei singoli capitoli, il motivo per cui un dialogo risulta più credibile di un altro, eccetera. È una cosa diversa dall'"imitare", è più che altro una sorta di analisi della struttura, uno studio della modalità narrativa dell'autore che mi interessa per poi andare oltre e personalizzarla in base al mio stile e a scelte personali.

 

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A me non piace rileggere, a parte citazioni che mi hanno colpito e che, dal momento che non me le segno, a volte perdo ore nel tentativo di rintracciarle.

Le uniche eccezioni sono le poesie o le opere di Shakespeare. Con quest'ultime, in realtà parto sempre dalla ricerca di qualche citazione, poi però finisce che mi rileggo l'intera opera. Non per caso, il libro che avrò riletto di più è l'Amleto.

 

Non mi piace rileggere, però se una storia mi ha preso per un po' me ne lascio ossessionare: vado alla ricerca di tutto ciò che l'ha generata. Inizio a interessarmi all'autore, la sua biografia, le interviste, le persone che lo circondavano e che han fatto da spunto per i propri personaggi, similitudini e differenze tra i luoghi e i tempi che ha raccontato e quelli in cui ha vissuto, oltre naturalmente a farmi incuriosire dalle altre opere che ha scritto.

 

A volte capitava appunto che, di un dato autore, leggessi più romanzi di fila. Il problema era appunto quello: cominciavo ad accorgermi di tutti gli elementi che avevano in comune: dai temi più cari, agli elementi narrativi ricorrenti, le similitudini nella struttura delle storie e la riconoscibilità di alcuni elementi di stile.

Ragionando da lettore, si perdeva un po' il gusto della lettura: intuivi in anticipo non solo cosa avrebbe fatto il personaggio ma anche come si sarebbe comportato il narratore. Quindi ho continuato a leggere romanzi degli stessi autori ma non più di fila.

 

Ora mi rendo conto che anche quel modo di fare può portare a "catturare la voce dell'autore", come qualcuno qui si propone.

E' che non prendo abbastanza sul serio la scrittura per capire se sono interessato a farlo, o preferisco continuare a lasciarmi coinvolgere da un libro solo come semplice lettore...

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2 ore fa, Eudes dice:

Ragionando da lettore, si perdeva un po' il gusto della lettura: intuivi in anticipo non solo cosa avrebbe fatto il personaggio ma anche come si sarebbe comportato il narratore. Quindi ho continuato a leggere romanzi degli stessi autori ma non più di fila.

Sono d'accordo :) Rileggere per cercare le regolarità formali mi toglie tutto il gusto della lettura, mette uno schermo tra me e la storia, quando invece a me piace buttarmi a capofitto nelle vicende che leggo.
"Studiare" libri di narrativa mi sembrerebbe quasi uno sgarbo allo scrittore.
Per quanto riguarda il prendere spunto dallo stile dello scrittore, proprio non mi ci ritrovo: se dei lettori mi apprezzassero solo perché "scrivo come" un certo autore, sarebbe come diventare un ghostwriter dello stesso, e non mi piacerebbe.

 

Il massimo che faccio, a volte, è chiedermi perché un tale libro mi sia piaciuto tanto, e provare a trarre a posteriori un quadro generale dei suoi aspetti migliori.
Oppure ascolto le interviste degli autori, quando spiegano cosa volevano trasmettere quando scrivevano, o come cercano di rendere determinate cose. Però cerco di farlo raramente, perché anche questo poi mi porta a non leggere più il libro come una normale lettrice, ma come una studiosa, e in un certo senso me lo rovina.

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L'età ormai rispettabile :asd: mi ha consentito di rileggere  diversi libri che prediligo o considero "formativi". Parafrasando  Proust, direi che i libri (lui si riferisce ai luoghi) "sono fuggitivi (...) come gli anni". Ho omesso il suo "ahimè" perché trovo interessante riflettere su quanto si cambia (anche ) come lettori. 

Da quando scrivo ho cominciato a considerare con maggior attenzione la struttura narrativa dei testi che che apprezzo, ma non desidero -anzi evito di - mutuarne lo stile. Si parva licet ecc.  un  autore deve avere il suo:tze:.

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@sefora Concordo, sono rari i libri da ri-leggere ma ci sono e ci aspettano alle fine di ogni nostra decade di età.

Leggere per nutrire il proprio stile o leggere per capire se uno stile lo abbiamo oppure no, mi fa venire in mente che la lettura non è la bacchetta magica che ci farà vincere il prossimo Campiello Strega-to. Aiuta, è indispensabile ma fruttifica a tarda età e prevede una lunga serie di stili abbandonati, per quanto abbracciati all'inizio con entusiasmo.

Resta la questione: in italiano o tradotta? Di stampo europeo o americano? Da quale paese deve provenire la Lettura/Narrativa che nel tempo ci plasma come aspiranti o conclamati scrittori? Dalla lingua succhiata al capezzolo o da quella della ribellione giovanile? Non ho la risposta pronta, ma so che continuo a correggere testi con le preposizioni sbagliate e zeppi di "disse, rispose, contestò, aggiunse, ribadì, etc. etc. etc.  che mi sa non sono proprio indici di una attenta e ponderata ricerca stilistica (anzi, ma questo lo dico solo io, sono la prova del nostro inconscio ripetere a pappagallo!). 

 

Un saluto.

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1 ora fa, Renato Bruno dice:

"disse, rispose, contestò, aggiunse, ribadì, etc.

Interessante. Io tendo a usare quasi solo il "disse", e mi si dice di variare (con i rispose, fece, aggiunse etc.). Anche qui non c'è una regola fissa.

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@simone volponi Ogni genere di libro secondo me deve avere il suo stile particolare.

Per introdurre la frase:

- in un libro verbali di consiglio il protagonista (presidente), sottolinea, argomenta, soprattutto ribadisce. mai, dice.

- in un giallo noir il protagonista (commissario), dice, abbaia.

- in un romance rosa la protagonista (strafiga), sussurra, alita. :P

Eccheccazzo.

Ciao

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@simone volponi gentilissimo, se vuoi ti mando il file doc. che riporta quasi tutte le varianti italiane di "dire/rispondere" , ma non è questo il punto cruciale. Se in una pag, il dialogo è tra A e B è superfluo, per me inutile e lo elimino,  il ping-pong disse-rispose, perché l'abilità di chi scrive sta proprio nel caratterizzare il linguaggio del dialogo facendo capire al lettore chi è che sta parlando, senza bisogno di cedergli ogni volta il microfono. E se arriva il cameriere per l'ordinazione, la frase "Che cosa posso portarvi?" sta chiaramente a indicare la voce del cameriere che è arrivato, senza alcun bisogno di aggiungere l'eterno: "-disse il cameriere!" -considerato poi che il cameriere del bar non sarà un personaggio del romanzo. 

 

Altresì dicasi per tutte quelle sottolineature superflue e ridondanti che gli Autori pongono come coda-commento alle frasi principali: "Cos'è, vuoi forse ricattarmi?" disse, guardandola disgustato." Perché, si può pronunciare la frase con allegria e divertimento?! L'abilità sta nell'arricchire la frase in modo tale che di per sé esprima disgusto, senza nessun commento finale. "Saresti così vigliacca da ricattarmi? // Che squallore questa tua forma di ricatto! // Tu, vuoi forse ricattarmi? Che stronza..." 

 

Dal montaggio del film narrativo bisogna eliminare tutti quei passaggi che indicano la mano tecnica del regista: l'intervento del microfonista, del cambio di prospettiva della telecamera che passa da A a B e da B ad A; le indicazioni sugli spostamenti di luogo ("Mi recai al bagno per pensare in santa pace" = Nel bagno, in santa pace, pensai che...") e tutte quelle annotazioni che, una volta collocati gli attori/personaggi nel tempo e nello spazio, dovrebbero sparire dal racconto finito.

 

Quando si scrive la frase ha il suo "stress", il suo accento principale, il punto focale che si enfatizza da sé SE posto all'inizio o alla fine della frase, non in mezzo! È la regola naturale dell'espressione orale che passa dritta dritta alla scrittura e sulla quale pochi riflettono.Si richiama l'attenzione dell'altro ponendo l'accento concettuale, emotivo, psicologico in un determinato luogo della frase, non dovunque. E mai questo accento deve essere contornato da altri accenti disturbatori che vorrebbero specificarlo, anzi, va lasciato al lettore il compito di "chiudere" il concetto introdotto. È sbagliato scrivere: "Avvertendo un senso di vomito corse in bagno, ma dalla bocca non uscì nulla". Dov'è l'accento in questa frase? Perché ci giunge piatta se la leggiamo ad alta voce? Perché è stata costruita in modo tecnicamente errato! Riformuliamola considerando "intelligente" il lettore: "S'affretto a raggiungere il bagno ma dalla bocca non usci nulla" dove lo stress non è CORRERE in bagno ma il NULLA che termina la frase, facendo capire al lettore SENZA citarlo il motivo accidentale e non costituente del correre in bagno. " Avvertendo un  senso di vomito" è segmento compiuto e autonomo ma se gli aggiungiamo altri segmenti di significato preciso (correre, uscire) rendiamo priva di stress la sequenza Avvertire-Correre-Uscire. Si corre perché si avverte, quindi eliminiamo avvertire, semplifichiamo la frase e restituiamole l'accento che le manca: "Corse al bagno ma dalla bocca non uscì nulla." Ma troppo ci sarebbe da dire sulle frasi che si scrivono senza caricarle della dovuta tensione narrativa. Anche per lo stile vale l'operazione di sottrazione e non quella di sovrapposizione... dico io.

 

Buona domenica.

 

 

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15 ore fa, Renato Bruno dice:

Resta la questione: in italiano o tradotta? Di stampo europeo o americano? Da quale paese deve provenire la Lettura/Narrativa che nel tempo ci plasma come aspiranti o conclamati scrittori?

La risposta non può essere univoca: banalmente, un po' da tutti. La lingua madre credo abbia la prevalenza, ma esistono ottimi traduttori e oggi non pochi sono in grado di leggere altri idiomi. 

In sintesi, penso che lo stile di un autore meritevole di apprezzamento sincretizzi, in maniera originale e riconoscibile, molte suggestioni (non di necessità libresche), rivisitate e magari stravolte.

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@Renato Bruno Molto interesante questa dissertazione che ci dimostra, se ancora non ne fossimo convinti, che scrivere è dannatamente difficile.  A volte ho l'impressione che non imparerò mai a scrivere della bella prosa (ma come si fa, mi dico, a orientarsi tra tanti paletti, regole, "non si fa")? Dopo un po' mi viene il mal di testa e mi passa la voglia di scrivere quello che ho in mente :D

Per quanto riguarda la domanda principale, e cioè se mi capita di rileggere libri appena finiti, la risposta è no: in "presa diretta" mi capita abbastanza spesso di ripassare certe frasi ad effetto, la descrizione di alcune scene, perché mi hanno colpito e desidero "rubare la formula"  per riutizzarla, ma rileggere un libro appena terminato con intenti "scientifici", di studio, non mi è mai capitato. "Che palle!", direi! Il fatto è che, principalmente, leggo per diletto più che per imparare, nulla toglie però che alla lunga qualcosa del leggere ti resti.

Come tanti, a distanza di tempo, mi è capitato di rileggere qualche libro che mi è particolarmente piaciuto: direi che l'analogia col rivedere un bel film sia calzante.

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@sefora Gentilissima, d'accordo sulle suggestioni. Va da sé che chi legge succhia suggestioni a man bassa e che queste operano attivamente nell'atto della scrittura. Ma c'è molto di pre-linguistico di pre-verbale di pre-narrativo nell'essere italiani, nell'uso della lingua italiana a fini creativi. Non è questa la sede per addentrarci in discorsi più psico-linguistici, alla Chomsky, che di natura critica letteraria sulle caratteristiche di questo stile o di quell'altro. Ciò che ci condiziona, perché diviene modello acquisito e attivo, nella formazione del nostro ricercato stile narrativo, è qualcosa che ha a che fare con una certa struttura astratta e inconscia  del linguaggio appreso col latte materno. La scuola e la narrativa (anche quella tradotta) confermano  quei pre-requisiti linguistici e quei requisiti logico-verbali che per esempio consentono l'ironia, il sarcasmo, la parodia, la metafora, il pensiero astratto che nella lingua italiana sono codificati in un certo modo e che pur essendo fatti verbali rimandano ad una assimilazione/re-interpretazione individuale non solo diversa tra un italiano e un tedesco, ma differente tra un italiano e un altro italiano. Da qui la natura unica dello stile che dovremmo non vestire (un vestito vale l'altro) ma incarnare, ossia trovarlo e farlo diventare una seconda pelle. Mah, cara Sefora, Se nel quotidiano noi parliamo approssimativamente, come facciamo a tirar fuori dal nostro sciatto linguaggio e povero pensiero interiore un prodotto verbale e narrativo letterario e originale? 

 

La lingua italiana impone un ritmo narrativo, poco da rap  e molto da musica barocca, che non si studia sui manuali ma che ogni autore deve possedere nell'intimo per poi poterlo traslare, tradurre, trasportare nella sua specifica creazione letteraria. E in questo senso sono rare le magnifiche traduzioni che aiutano (penso alle opere di Virginia Woolf tradotte da Nadia Fusini o Anna Nadotti, non traduzioni ma magistrali rifacimenti in lingua italiana). 

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Non ho riletto molti dei libri che ho letto ma, quando l'ho fatto, è stato a distanza di tempo. Se, mentre leggo, ricordo esattamente cosa succederà nella prossima scena, mi annoio. Devo "dimenticare" il libro per poterlo riprendere in mano. Rileggo volentieri la Austen perchè mi piace il suo modo di scrivere sarcastico e innovativo per il suo tempo. Rileggo anche Murakami, poeta della prosa, capace di ammaliare più con le parole che con la storia. Ho letto autori di cui nemmeno ricordo più il nome e altri che avrei preferito non leggere ma, leggere diversi stili permette di trovare il proprio. Sono anche del parere che scrivere diversi generi e in diversi stili aiuti a trovare lo stile con cui ci si sente più in confidenza. C'era un periodo che scrivevo al presente ma poi ho notato che, leggendo lavori degli altri al presente, mi sento infastidita. Allora sono tornata la passato in tutte le sue forme e, anche se devo fare più attenzione ai verbi e al contorno, credo che per me funzioni meglio.

La pratica e la lettura devono andare di pari passo secondo me.

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Ho letto almeno quattro libri per più di dieci volte. Per imparare a descrivere bene una particolare situazione sono solito leggere qualche romanzo in cui compaiano delle scene simili a quelle che mi interessano per capire come impostare la scrittura.

Prima di iniziare a suonare ho ascoltato tanta musica e trovo fondamentale conoscere al meglio vari stili che possano servire da esempio, allo stesso modo prima di iniziare a scrivere ho letto tanti libri e continuo a farlo.

Ritengo che ogni stile, anche il più originale, sia formato da un insieme più o meno omogeneo di altri stili, quindi ho trovato questo modo per arricchire continuamente la mia formazione con la speranza di ottenere un soddisfacente livello di originalità.

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