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Rica

La mia Bolivia esiste #1

18 risposte in questa discussione

 

Alle sorelle e ai fratelli boliviani Ai morti della Guerra dell’Acqua e del Gas 
Alle loro lotte e alla loro dignità. Alla loro resistenza. 


Subject: Prime impressioni

From: fedeandes@entel.bo

To: amaces@libero.it

Date: Sun, 6 April 03:29:40 +0200 

 

6 aprile. Qui. S

pero tu sia più tranquilla… Ti racconto...

Questa terra è alta: avvistarla dall’aereo è incredibile, appare sospesa tra nuvole e montagne. L’Illimani, la vetta più alta della Cordigliera Reale, sormonta La Paz e le Ande somigliano a spuma di cioccolato ricoperta da panna... Le nevi eterne addolciscono le spigolosità arrotondandole. Nonostante avessimo perso quota non capivo dove saremmo atterrati: gli aerei sembravano non trovare uno spazio al loro adagiarsi e tutto, lì sotto, pareva essere a un metro da te. Poi, avvisto l’altopiano: l’aeroporto internazionale di El Alto è a 4200 metri sul livello del mare. 
È pesante atterrare qui, fa male al corpo, alla testa, ai polmoni. Movimenti rallentati. Pesantezza.

Scopro il sorojchi. Vuol dire “mal d’altura” in aymara, ma è anche il nome di una pillola che pompa globuli rossi al cervello, lo ossigena e lo fa respirare oltre la rarefazione di quest’aria spessa e pulitissima. La comprerò, intanto è il mate di foglie di coca ad alleviare un po’ i disturbi. Con il tempo mi abituerò, e poi io starò a Sucre, a 2300 metri, più bassa, anche se fa sorridere. 
Non sono molti i paesi nel mondo in cui l’ordine è totalmente capovolto e tutto corrisponde a regole “altre”. La conca di La Paz è a 3800 metri. I più fortunati vivono lì e si spiega anche il perché. Dalla conca cittadina fino ai 4200 dell’altopiano si rincorrono un’infinità di disagi, problemi di respirazione, emicrania, fatica fisica e una sensazione di compressione cerebrale che sembra farti esplodere la testa. Percepisci un miglioramento fisico avvicinandoti alla città: 400 metri di dislivello attenuano problemi di pressione e la difficoltà a far arrivare cibo, beni di prima necessità e acqua. 

 

Sai, non sono molti i paesi in cui i quartieri “bassi” si trovano in alto e quelli “alti” nelle zone più basse delle città. Per questo a El Alto vivono gli aymara più poveri, ma tradizionalmente anche i più rivoltosi, popolo libertario e insurrezionalista erede di quel Tupak Katari tornato per essere milioni. 
Benvenuta in Bolivia, dove tutti gli ordini sono ribaltati! 

 

Da quando sono arrivata non smetto di guardarmi intorno, Amalia. Questo posto è tutto e tutto il suo contrario. Saltano alla vista due popolazioni. Quella nativa abita le comunità rurali, isolate e abbracciate da un atavico silenzio. Nella zona di La Paz vivono gli aymara; nel Chuquisaca, dove si trova Sucre, i quechua; poi ci sono i chiriguanos, i guaranì e i guarayos, nelle zone calde dell’oriente che confinano con il Brasile e, al nord di La Paz, nelle regioni del Beni e del Pando, i tobas. L’altra parte sociale è più o meno concentrata nelle città e nei pueblos (villaggi). È la società urbana e semiurbana: creoli, meticci e bianchi, quest’ultimi occupano il posto dell’amministrazione e dell’istituzione e sono concentrati nelle zone residenziali delle città. 

 

È povero questo paese, Amalia. È tanta la miseria che vedo, troppa tutta insieme. Inoltre si sente, in maniera più o meno forte, un razzismo intestino frutto dell’impatto che su questa cultura ha avuto il processo di europeizzazione attuato da cinquecento anni di conquista. Tutti soffrono lo scontro tra gli eredi di quest’ultimo e quelli delle popolazioni native; tutti vivono grandi contraddizioni in un territorio che non conosce i suoi abitanti. È evidente l’ostinazione di una società che nega a se stessa le proprie origini: ancora oggi l’élite urbana bianca fatica a riconoscersi nella Bolivia morena e nei volti di bronzo degli indigeni. Troppo spesso li disprezza e, dove può, li rifiuta o li ignora, alimentando l’isolamento del mondo rurale, nonostante esistano leggi a garanzia di uguaglianza e dignità, come la Costituzione Nazionale, la Riforma Agraria o la Riforma bilinguistica nelle scuole. 

 

Vedi tante Bolivie diverse, ma tutte un’unica terra con tante disuguaglianze e contraddizioni. Proprio l’abbondanza delle diversità che qui convivono ne fanno una terra piena di tradizioni e di incredibile ricchezza culturale, e la rendono magica in quel suo particolare modo di percepire il mondo. 
Comunico facilmente in spagnolo, lingua nazionale parlata soprattutto dalla società urbana e dagli indigeni che si relazionano con la città. Quelli più isolati, però, conoscono prevalentemente le lingue autoctone e l’aymara e il quechua sono le più diffuse. Il castellano è la lingua del commercio e della vendita, ma gli indigeni parlano ai loro bambini e alle loro bambine nelle lingue native: le parole gliele danno con il latte e ovunque donne, con seni neanche tanto generosi all’apparenza, alimentano cuccioli e cucciole dagli occhi di gazzella. I bambini sono stretti nella morsa dell’aguallo, un pezzo di stoffa resistente e colorata che le donne si annodano magistralmente sul petto, facendo aderire quei piccoli corpi alle loro schiene. Mamme che a volte hanno il viso di nonne, altre di sorelle maggiori. Ma mamme. 
Queste impressioni le avevo avute sommariamente anche la prima volta che sono venuta, anni fa, ma la permanenza, l’osservazione quotidiana e la metabolizzazione che ne sto facendo mi stanno permettendo di sentirle più mie. 

È il quadro sociale in cui vive il gruppo di teatro per il quale sono venuta a lavorare, il mio contesto fin quando resterò qui. Spero solo di poter capire con il tempo, l’esperienza e l’ascolto tutte le differenze che incontrerò. 

 

Mi sorprendo a riconoscere in questa quotidianità gli spettacoli del Teatro de Los Andes, come se la scena fosse uscita dal teatro per occupare le strade che cammino: la rivedo nei gesti, negli abiti e negli sguardi delle persone che incontro, nei nuovi oggetti che conosco, nelle sfumature cromatiche che mi circondano. 
C’è Ubu in Bolivia nel gioco del potere che qui regna, e Las Abarcas del tiempo nella caratterizzazione di una società troppo spesso dimenticata nel suo tentativo di chiedere giustizia. 
Gli oggetti scenici, poi, quelli che in teatro ti stupivano, alcuni neanche sapevi cosa fossero, assumono un contesto normale nell’utilizzo che la gente ne fa nelle case, nelle strade... Ripenso alla bellezza estetica, alla povertà di una scena in cui tutto succedeva e a una semplicità espressiva quasi dimenticata in teatro. Scopro che l’ingenuità che traspariva da quei lavori, ricercata nella sua semplicità, vive qui. È tipica di questa popolazione e la differenzia dalla società europea del primo mondo, dove è sempre più difficile essere semplici e pericoloso essere ingenui. 

 

Lupe Cajías, storica e giornalista paceňa, fa un bellissimo paragone tra l’estetica del gruppo e le immagini che qui predominano: “l’unione della parola e della musica, l’uso delle maschere e dei colori forti. Elementi molto importanti nella cultura andina. E poi il ballo, il gioco permanente, le azioni molto semplici. Come la montagna. La montagna non è complessa, la vedi, non è la selva. Non ci sono rumori.  C’è semplicità nella musica delle Ande, nella coreografia, nel cibo frugale, nel lavoro relazionato direttamente con la natura.”. 
È proprio così. Ora noto le corrispondenze e capisco ciò che mi era difficile comprendere oltre il livello teorico, cioè come un testo teatrale potesse funzionare nei grandi teatri europei così come nelle comunità rurali boliviane. Succede quando il testo drammaturgico diventa un metatesto che riunisce le differenze in un ponte che dialoga con la coscienza più intima di questo paese; quando parla a più voci nei vari linguaggi che convivono; quando permette allo spettatore di ritrovarsi in contenuti diversi. 
Allora non è più il boliviano o l’europeo a riconoscersi, ma l’uomo in generale. È questo che rende universale il teatro. 
Mi avevi chiesto la terra da ogni posto in cui fossi andata, ti ho spedito la terra alta di La Paz. 
Raccontami. 

 

 

 

 

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@Rica Ciao.

Mi piace proprio l'impostazione epistolare.

La Bolivia, mah? Credo occorra la sensibilità femminile che si vede nel testo. E' uno dei paesi sudamericani meno presenti nell'immaginario. Ho vissuto quasi da residente in Colombia e a Cuba. I boliviani, come del resto gli honduregni, sono visti un po' come i terroni in Italia negli anni cinquanta. Curioso razzismo, specie in un paese che si dice comunista, ma è terribilmente nazionalista. D'altronde tutto il mondo è paese. Colombiani e cubani considerano la bellezza (insieme alla ricchezza) un dono di Dio (in cui non credono) e i boliviani sono brutti, come i peruviani. Me lo spiegava un capitano (femmina) della policia national revulocionaria. Lo stesso che mi chiedeva se il Papa era un buon governante del mio Paese e se conoscevo Laura Pausini.

Tutti noi abbiamo un luogo diverso che ci è rimasto nel cuore e il tuo lo esprimi proprio bene.

Io non tornerò più a Cuba, magari tu in Bolivia ci torni. 

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@camparino

 

Svelato l'arcano dello spagnolo, companero!

(scusa, ma uso da poco un mac e non so trovare in questo momento la n con tilde)

 

Sì, la Bolivia è assente dal mondo... Un po' è tornata sulla scena internazionale quando, all'alba del 2000, gli abitanti di Cochabamba iniziarono la guerra dell'acqua, poi quella del gas, poi l'elezione del primo presidente indigeno.

Il titolo allude a questo suo non essere presente, e mi sono rifatta alla storia, quando nel '700 la regina inglese tracciò una croce sulla mappa geografica in corrispondenza della Bolivia e disse "non me n preoccupo nemmeno, la Bolivia non esiste"

 

I boliviani sono brutti? Come i peruviani? Non so... In Bolivia ci sono 22 etnie, se escludi gli andini (aymara e quechua) ci sono dei tratti interessanti tra i tobas, i chiriguayos, i guaranì... Le donne hanno stacchi di gambe da far girare la testa. Comunque sono frutto della mescolanza con i neri, somigliano più ai cubani, sono in minoranza. I Boliviani sono bassi, questo sì. I boliviani hanno i denti "fracichi" questo sì... por mascar coca...

 

In Bolivia non so se ci tornerò, però te la racconterò per altri N- capitoli... Se vorrai conoscere la mia! ;)

Grazie per i complimenti sull'impostazione epistolare e su come esprimo e descrivo questo luogo.

 

A presto camparino...

Voglio andarti a cercare e leggerti un po'

 

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@Rica

4 ore fa, Rica dice:

però te la racconterò per altri N- capitoli... Se vorrai conoscere la mia! ;)

Certo.

Metti anche qualche poesia, canzone e/o racconto tipico del paese.

Se viene fuori un saggio o un romanzo, potresti mandarlo all'ambasciata, chiedendo una prefazione al Console.

So per certo che non sono snob come quelli europei.

Ciao, ci sentiamo.

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Dimenticavo... lascia anche testi in spagnolo. Spiega in premessa il perché del titolo, che potrebbe essere "Mi Bolivia existe. Te cuento".

Ancora ciao e in bocca al lupo.

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@camparino ciao,

grazie per i tuoi utili consigli, ma lavorare per me a questi n-testi significa solo farli rientrare nelle ottomila battute della pubblicazione. Ho già scritto tutto: c'è anche qualche poesia.

 

Questo è già un romanzo, fu pubblicato con il patrocinio dell'Ambasciata Boliviana.

Voglio però, cercare un nuovo editore e rieditarlo. Vorrei trovare la strada per fare questo.

(y)

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Per me che sono l'amante del Sud America, era impossibile non innamorarmi di questo racconto epistolare. Concordo con @camparino, tralasciare qua e là, qualche frase in lingua originale, darebbe quel tocco di maggiore autenticità. Io metterei pure nel titolo: Bolivia existe. Due un grande placer leerte y te prometto qua muy pronto voi a leer tu cuento con la ambientación en mi tierra.  p.s. Per qualsiasi difficoltà con il mac, scrivimi pure!

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Parlando del mac.. mi ha pure corretto la parte in spagnolo. 

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@Emy

 

Grazie per i consigli!

Come dicevo a Camparino, questi racconti sono tutti già scritti, e in parte ho fatto quello che mi consigliate. Intanto, ve li posto tutti, così vi fate un idea!

Estoy volviendo a escribir mi cuento El viaje de Venia, así que te ruego no leer la versión que encuentras en WD, sino la que voy a enviar como cuento de la semana. Te lo pido porque, al final, volviéndolo a escribir, he cambiato mucho la historia.

Hasta pronto, Emy!

 

grazie per l'assistenza MAC!

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@Rica Ok, dale. Prometo que no lo voy a leer (a decirte la verdad, desde que decidí de partecipar a los juegos olímpicos literarios, estoy escribiendo como loca y mi tiempo es bastante limitado). Espero entonces la nueva versión del cuento de Venia! Hasta pronto, Rica!

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Bel racconto, raccontato come fosse una lettera ma con una precisione di atmosfere che me li ha fatti visualizzare.

Mi è piaciuto molto anche il parallelismo con il teatro!

 

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@Bruno Traven

grazie! Fa sempre molto piacere ricevere commenti positivi, ma mi raccomando, se continuerai la lettura anche degli altri racconti, e avrai delle critiche da fare, sii spietato. (y)

Solo  così mi aiuterai a migliorarmi.

:)

 

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Ciao,@Rica Devo dire che mi trovo un po' in soggezione a commentare un testo di questo tipo, che immagino frutto di un'esperienza di vita vissuta. E questo malgrado ne abbia letti altri e mi abbiano sempre affascinato. Ricordo con piacere i libri di Cacucci sul Messico, che ho letto con infinito piacere, tanto per citare un autore. La soggezione deriva forse da un complesso di inferiorità che è quello di chi vive prevalentemente nell'immaginario, letterario o visivo, e che in esso viaggia e scopre emozioni, ma che di sicuro rimane cosa molto diversa dall'esperienza diretta. Comunque sia, mi faccio coraggio dicendomi che, in  fondo, sempre di libri parliamo e fra i libri mi sento a mio agio.

Confesso di aver scelto la tua opera, questa volta, in base al numero dei capitoli caricati, e questo perché ammiro la costanza e la perseveranza. A scanso di equivoci, però, voglio dire subito che questo primo capitolo mi è piaciuto. Si sente, ovviamente, l'autenticità e anche la passione che tale esperienza deve aver generato. Mi piace la narrazione in forma epistolare e mi incuriosisce la potenziale alchimia tra il contesto ambientale e la professione della voce narrante.

Procedo con le osservazioni di rito, che non sono critiche ma punti di vista, e che non contano nulla.

 

Da quando sono arrivata non smetto di guardarmi intorno, Amalia. Questo posto è tutto e tutto il suo contrario. Saltano alla vista due popolazioni. Quella nativa abita le comunità rurali, isolate e abbracciate da un atavico silenzio. Nella zona di La Paz vivono gli aymara; nel Chuquisaca, dove si trova Sucre, i quechua; poi ci sono i chiriguanos, i guaranì e i guarayos, nelle zone calde dell’oriente che confinano con il Brasile e, al nord di La Paz, nelle regioni del Beni e del Pando, i tobas. L’altra parte sociale è più o meno concentrata nelle città e nei pueblos (villaggi). È la società urbana e semiurbana: creoli, meticci e bianchi, quest’ultimi occupano il posto dell’amministrazione e dell’istituzione e sono concentrati nelle zone residenziali delle città.

- Qui mi sono perso un po' e ho dovuto rileggere un paio di volte per capire che aymara, quechua ecc. appartenevano al primo gruppo. Le due categorie sociali, però, non giustificano l'affermazione sottolineata, o almeno lo fanno soltanto parzialmente. Benessere e povertà sono soltanto un aspetto del tutto.  

 

È povero questo paese, Amalia. È tanta la miseria che vedo, troppa tutta insieme

- La frase barrata mi sembra superflua e non mi suona per niente bene

 

Tutti soffrono lo scontro tra gli eredi di quest’ultimo e quelli delle popolazioni native

- Trovare un'altra forma per evitare tutti i questi e i quelli

 

Vedi tante Bolivie diverse, ma tutte un’unica terra con tante disuguaglianze e contraddizioni. Proprio l’abbondanza delle diversità che qui convivono ne fanno una terra...

- "Tutte comprese in un'unica terra" mi suona meglio. E comunque c'è la ripetizione del termine "terra"

 

È il quadro sociale in cui vive il gruppo di teatro per il quale sono venuta a lavorare, il mio contesto fin quando resterò qui.

- "Contesto" al posto di "quadro" mi suona molto meglio.La seconda frase si potrebbe anche eliminare, a mio avviso.

 

C’è Ubu in Bolivia nel gioco del potere che qui regna, e Las Abarcas del tiempo 

- Non so cosa significhino i termini sottolineati e mi rifiuto di andare a cercarli in rete mentre sto leggendo. Magari è un problema mio.

 

Gli oggetti scenici, poi, quelli che in teatro ti stupivano, alcuni neanche sapevi cosa fossero, assumono un contesto normale nell'utilizzo che la gente ne fa nelle case,

nelle strade.

- "Contesto" non mi pare il termine giusto. Forse "valenza"?

 

alla povertà di una scena in cui tutto succedeva

- non vedo il nesso tra la povertà della scena e il fatto che tutto vi succedeva. Ma poi tutto cosa?

 

l’estetica del gruppo

- a quale gruppo si riferisce la frase?

 

le azioni molto semplici. Come la montagna. La montagna non è complessa, la vedi, non è la selva.

- La montagna è un azione? E perché la selva, per deduzione, dovrebbe essere complessa?

 

 Succede quando il testo drammaturgico diventa un metatesto che riunisce le differenze in un ponte che dialoga con la coscienza più intima di questo paese; quando parla a più voci nei vari linguaggi che convivono

- Il concetto l'ho capito, ma trattandosi di un significato generale o universale, non lo legherei, in questa frase, al paese specifico.

 

Ecco fatto. Ora mi sento come quei bambini esasperanti che chiedono perché qua e perché là, e sollevano inutili obiezioni. Comunque sia, l'ho già detto, il racconto mi è piaciuto. Ai prossimi capitoli. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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@Roberto Ballardini scusa il ritardo nel risponderti.

 

Comunque sia, mi faccio coraggio dicendomi che, in  fondo, sempre di libri parliamo e fra i libri mi sento a mio agio.

- Giusto!

 

Confesso di aver scelto la tua opera, questa volta, in base al numero dei capitoli caricati, e questo perché ammiro la costanza e la perseveranza.

- Grazie!

 

Provo a rispondere a alcune domande.

 

Questo posto è tutto e tutto il suo contrario.

- Non mi sto riferendo solo a povertà e ricchezza, né solo alla divisione etnica interna alla Bolivia. Mi riferisco a entrambe, e al fatto che nonostante prevalga una percentuale altissima di indigenismo, le popolazioni native ingombrano e sono considerate ospiti indiscrete e fastidiose. Un razzismo intestino la fa da padrone. Le contraddizioni sono molte, e tutte insieme fanno di quel posto "tutto, e tutto il suo contrario".

 

- Prendo nota dei successivi suggerimenti formali.

 

C’è Ubu in Bolivia nel gioco del potere che qui regna, e Las Abarcas del tiempo 

- Non so cosa significhino i termini sottolineati e mi rifiuto di andare a cercarli in rete mentre sto leggendo. Magari è un problema mio.

Sono due spettacoli del gruppo di teatro per il quale ero andata a lavorare. Qui metto i titoli per inserire le opere, nei successivi capitoli vengono descritti e analizzati alla luce del contesto sociale, diventano strumenti di comprensione della realtà che descrivo. Ma bisogna arrivare al terzo o al quarto capitolo.

 

alla povertà di una scena in cui tutto succedeva

- non vedo il nesso tra la povertà della scena e il fatto che tutto vi succedeva. Ma poi tutto cosa?

- È la metonimia. Un escamotage di estetica in scenografia. Pochissimi oggetti, il meno possibile occupa la scena. Gli stessi si trasformano continuamente in altri "oggetti", a secondo dell'uso che se ne fa. La scena è vuota, spoglia, sembra non esserci niente, ma tutto accade snocciolando presenze non visibili direttamente.

Il "tutto succede" si riferiva a questo.

 

l’estetica del gruppo

- a quale gruppo si riferisce la frase?

- Anche qui ho usato il gruppo in modo aleatorio. Introduco delle cose che sviscero passo passo. Nel secondo capitolo c'è la descrizione del gruppo, il nome, la quotidianità, gli allenamenti, la casa-teatro dove vivevamo. Si chiama Teatro de los Andes.

 

 

le azioni molto semplici. Come la montagna. La montagna non è complessa, la vedi, non è la selva.

- La montagna è un azione? E perché la selva, per deduzione, dovrebbe essere complessa?

- No, non è un'azione. La semplicità viene paragonata alla montagna. In ogni caso, questa è una citazione di una docente di storia dell'università di La Paz. Vedi che è dentro apici? Lo dice lei, io riporto il testo, e non lo modifico in quanto citazione.

 

E perché la selva, per deduzione, dovrebbe essere complessa?

Perché lo è! Non pensare alle Ande come montagne frondose e verdeggianti. Non hanno una grande natura, meno che mai lussureggiante. La selva, invece, si, ce l'ha. La montagna è semplice, è come la vedi, brulla, scarna, spoglia, non nasconde nulla, tutto è visibile sulle alture delle Ande. Nella selva entri a fatica, Anche il solo etra a fatica. La natura ti sommerge e ti meraviglia. In ogni caso, anche questo fa parte della citazione. 

 

Succede quando il testo drammaturgico diventa un metatesto che riunisce le differenze in un ponte che dialoga con la coscienza più intima di questo paese; quando parla a più voci nei vari linguaggi che convivono

- Il concetto l'ho capito, ma trattandosi di un significato generale o universale, non lo legherei, in questa frase, al paese specifico.

- Impossibile non farlo. Parlo dei testi drammaturgia del gruppo, quelli di cui cito i titoli. Sono costruiti sulla storia e le tradizioni della Bolivia e per l'autrice sono il ponte che unisce la sua voglia di comprendere alla realtà nella quale sta vivendo. Ma anche questo viene affrontato dopo.

 

Ecco fatto. Ora mi sento come quei bambini esasperanti che chiedono perché qua e perché là, e sollevano inutili obiezioni. Comunque sia, l'ho già detto, il racconto mi è piaciuto. Ai prossimi capitoli. 

- Affatto esasperante. Grazie per il commento e per il tempo dedicato al racconto.

A presto! :)

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Inviato (modificato)

Ciao. Ho iniziato a curiosare tra i tuoi racconti dopo averne letti alcuni che mi sono piaciuti. Scoprendo che questo libro lo hai pubblicato con una casa editrice che conosco. Non ti chiedo come ti ci sei trovata perché un po' temo la risposta. Comunque, visto che è disponibile su IBS, mi era quasi venuto in mente di comprarlo, anche se mi chiedo se abbia più senso comprarne la vecchia edizione, aspettare che tu trova il nuovo editore per leggere la storia ri-editata oppure limitarmi a scroccartelo sul wd.

 

In ogni caso, cerco di dare un minimo di contributo segnalandoti le sensazioni che ho provato io, leggendo il tuo testo. Considera però che io sono un lettore poco attento di quello che leggono veloci e si soffermano poco sui particolari. Quindi il tipo di lettore che riesce magari a cogliere il senso generale di ciò che sta leggendo ma raramente riesce a coglierne le sfumature. Però in fondo...non è quello che fanno la maggior parte dei lettori quando aprono un libro? quindi chissà, magari anche le mie impressioni potrebbero esserti utili.

 

L'incipit mi è piaciuto molto. La descrizione dall'alto della "Bolivia", interrogandosi su come si possa atterrare su montagne così alte, dà proprio l'idea di essere catapultati in un'altro mondo, con regole tutte sue, e di conseguenza catapultarci il lettore. Però dopo inizi a parlare di "tante Bolivie diverse", spiegandole. E' un po' come se condividessimo, la protagonista e noi, l'atterraggio insieme. Ma al paragrafo successivo lei si è già ambientata, noi ancora no. Lo trovo uno stacco troppo netto, io sono ancora all'aeroporto mentre la protagonista è in grado di spiegarmi le tante Bolivie diverse. Avrei preferito qualche passaggio in più sulla sua fase d'ambientamento, mostrando le prime impressioni subito dopo lo sbarco o nei giorni immediatamente successivi

 

On 5/8/2016 at 13:05, Rica ha detto:

Mi sorprendo a riconoscere in questa quotidianità gli spettacoli del Teatro de Los Andes, come se la scena fosse uscita dal teatro per occupare le strade che cammino: la rivedo nei gesti, negli abiti e negli sguardi delle persone che incontro,

 

Io, essendo cose che non conosco, però non riesco proprio a immaginarmele, e quindi anche la parte in cui racconti che

On 5/8/2016 at 13:05, Rica ha detto:

Gli oggetti scenici, poi, quelli che in teatro ti stupivano, alcuni neanche sapevi cosa fossero, assumono un contesto normale nell’utilizzo che la gente ne fa nelle case, nelle strade...

perde forza, non potendo sapere di cosa realmente si tratti.

 

Un paio di paragrafi iniziano con la stessa frase ovvero "Non sono molti i paesi ecc."

Mi sono sembrati troppo ravvicinati. Almeno uno dei due lo eliminerei.

 

Per ora ho letto solo questo capitolo, e non sento di aver altro da aggiungere se non che mi ha incuriosito abbastanza da lasciarmi la voglia di proseguire nella lettura.

 

Modificato da Eudes
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@Eudes ciao, che piacere!

E che onore. Io invece non ho letto mai una cosa tua. Vado a cercrti e a leggerti in WD.

 

2 ore fa, Eudes ha detto:

anche se mi chiedo se abbia più senso comprarne la vecchia edizione, aspettare che tu trova il nuovo editore per leggere la storia ri-editata oppure limitarmi a scroccartelo sul wd.

Scroccalo sul wd. Mancano pochi capitoli e hai tutto il testo! ;)

Una nuova edizione... Mi piacerebbe, ma dovrei guardarmi intorno, e io non sono affatto capace di vendermi.

 

2 ore fa, Eudes ha detto:

Considera però che io sono un lettore poco attento di quello che leggono veloci e si soffermano poco sui particolari. Quindi il tipo di lettore che riesce magari a cogliere il senso generale di ciò che sta leggendo ma raramente riesce a coglierne le sfumature.

Non ti credo! :)

 

2 ore fa, Eudes ha detto:

Però dopo inizi a parlare di "tante Bolivie diverse", spiegandole. E' un po' come se condividessimo, la protagonista e noi, l'atterraggio insieme. Ma al paragrafo successivo lei si è già ambientata, noi ancora no. Lo trovo uno stacco troppo netto, io sono ancora all'aeroporto mentre la protagonista è in grado di spiegarmi le tante Bolivie diverse.

Capisco. Uso la prima lettera per lanciare tanti semi, che sviluppo poi nel corso del racconto. Anche l'ambientazione della protagonista è una costante: in ogni lettera lei scopre qualcosa di più, e capisce che è difficile ambientarsi in una realtà così diversa dalla sua. Non a caso le faccio fare diversi attraversamenti: antropologico, sociale, geografico. E su ognuno di questi sviluppo in itinere le sue riflessioni e le sue difficoltà.

 

2 ore fa, Eudes ha detto:

 

On 5/8/2016 at 13:05, Rica ha detto:

Mi sorprendo a riconoscere in questa quotidianità gli spettacoli del Teatro de Los Andes, come se la scena fosse uscita dal teatro per occupare le strade che cammino: la rivedo nei gesti, negli abiti e negli sguardi delle persone che incontro,

 

Io, essendo cose che non conosco, però non riesco proprio a immaginarmele,

 

Scrivo a un'amica che sa cosa sono andata a fare, sa che lavoro con il gruppo di teatro su cui ho fatto la tesi di laurea, sa che sono lì perché il regista mi ha offerto un lavoro, sa che ho studiato gli spettacoli in ogni parte: testo, metatesto, influenze drammaturgiche, storiche, socio-etnografiche. Quindi parlo come se fosse chiaro tutto. Ma tutto viene spiegato mano mano. Subito dopo, per esempio, nella lettera successiva, sono a Sucre, nella casa teatro. È lì che presento il gruppo, il suo lavoro, più avanti alcuni spettacoli. In pratica, uso ogni mail come fosse un preambolo, per porre domande che spiego nelle successive lettere. Lascio il lettore con le domande che poni tu, e nelle due o tre pagine successive do le risposte. La costruzione "matematica" che ho dato all'impalcatura del testo, non senza difficoltà, va proprio in questa direzione.

 

2 ore fa, Eudes ha detto:
On 5/8/2016 at 13:05, Rica ha detto:

Gli oggetti scenici, poi, quelli che in teatro ti stupivano, alcuni neanche sapevi cosa fossero, assumono un contesto normale nell’utilizzo che la gente ne fa nelle case, nelle strade...

perde forza, non potendo sapere di cosa realmente si tratti.

Capisco anche questo. Eppure tutto quello che nomino lo ritrovi nelle pagine successive. Ho strutturato il testo affinché ogni mail fosse non autoconclusiva, ma un trampolino verso la successiva.

 

2 ore fa, Eudes ha detto:

Un paio di paragrafi iniziano con la stessa frase ovvero "Non sono molti i paesi ecc."

Mi sono sembrati troppo ravvicinati. Almeno uno dei due lo eliminerei.

 

Mi stai invitando a fare un editing per proporlo a qualche CE? Ma grazie! Ho bisogno di queste spinte. Ne terrò conto in fase di revisione.

A volte la ripetizione mi piace, e io sono inguaribile: mi prendo licenze "prosaiche"!

 

2 ore fa, Eudes ha detto:

Per ora ho letto solo questo capitolo, e non sento di aver altro da aggiungere se non che mi ha incuriosito abbastanza da lasciarmi la voglia di proseguire nella lettura.

Massacrami! :D

Eudes, grazie, vado nel tuo profilo a "seguirti" e a cercare qualche testo tuo. Per alcune cose, ti risponderei in PV. Se posso permettermi.:rosa:

Ma il ringraziamento più grande è per "minuterie"! Che bellissima parola! A me serviva una parola così! ;)

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Grazie per il "followeraggio" e la risposta. Ma a me sembra di aver fatto poca cosa, sia in questo che nel commento all'altro racconto. Non c'è bisogno di ringraziarmi.

Per altre cose, tranquilla, se preferisci parlarne in privato, nessun problema.

 

Non ho postato grandi cose qui, poi in realtà almeno una l'hai commentata.

Ma, più che altro, non scrivo proprio grandi cose. Se non le hai lette, ti sei persa ben poco.

 

Ok, vorrà dire che la storia te la scroccherò qua sul wd e man mano che vado avanti ti lascerò le mie impressioni.

 

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6 minuti fa, Eudes ha detto:

Non ho postato grandi cose qui, poi in realtà almeno una l'hai commentata.

Vado a cercarti! In realtà ho appena letto "Lettera due" ;)

Ma il mio cane dice che se non lo porto fuori, penserà lui ha soddisfare i suoi "bisogni".:asd: 

Grazie Eudes, a prestissimo.

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