Category : Recensioni

I consigli di lettura per l’estate della community di Writer’s Dream


Lo sapete, dietro questo blog brulica una community fatta di aspiranti scrittori, super critici, agitatori, moderatori e soprattutto lettori. Chi meglio di loro poteva, allora, darci delle buone dritte su cosa leggere sotto l’ombrellone?

Questi sono i libri consigliati dalla Writer’s Dream Community per l’estate. Vi invito a condividere i vostri tra i commenti. Buona lettura!

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Il Comitato di Lettura


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Ed eccoci qua, cari lettori, per segnalarvi una nuova iniziativa targata WD! Perché, come sempre sostengo io, il nostro sogno è scrivere, ma anche leggere bei libri e, a quanto pare, recensirli.

Sì, avete capito bene, parliamo di recensioni. Ma andiamo con ordine:

Lo abbiamo iniziato a rodare qualche mese fa, e ci è piaciuto davvero tanto, per cui vi annunciamo con piacere che ha aperto i battenti ufficialmente il nostro Comitato di lettura!
In breve, brevissimo, di cosa stiamo parlando?
Di un gruppo di lettori esperti e accaniti di marchio Writer’s Dream che hanno deciso di voler dedicare un po’ di tempo alla propria attività preferita: leggere e scrivere recensioni sincere sui testi che transitano tra le loro mani.

A chi è destinato?: a tutti gli autori esordienti/emergenti che hanno pubblicato un libro con una delle case editrici presenti nella nostra lista free.
Avete letto bene: Editori. Per il momento i testi auto-pubblicati non sono compresi nella cernita per pure motivazioni organizzative. Ma non demordete, presto ci saranno novità anche in questo ambito.

In questo momento abbiamo già delle letture in corso, ma non preoccupatevi, con un po’ di pazienza, ci sarà lo spazio per tutti quanti!
Chi volesse saperne di più, trovate qui il regolamento dell’iniziativa, che vi consiglio sin d’ora di consultare!
Un paio di suggerimenti:
– Non facciamo recensioni a pagamento
– Non leviamo/cancelliamo le recensioni su richiesta: chi ce la chiede lo fa a suo rischio e pericolo di poter ricevere delle critiche

Inoltre, le più belle recensioni di quei libri che ci hanno convinto di più, verranno postate anche sul blog del WD.
Per cui, cosa aspettate? Fatevi avanti!
E con questo, dal forum, il vostro Frà vi saluta, alla prossima!

LeRecensioniCattive: Utente Anonimo


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cover Titolo: Utente anonimo

Autore: Veit Etzold

Editore: Sperling&Kupfer

N°Pagine: 396

Prezzo cartaceo: 9,90€

Prezzo ebook: 6,99€

 

 

Hai 438 amici su facebook. E 1 nemico. Gli amici sono virtuali. Il nemico reale. E sta venendo a cercarti. Dal giorno in cui sua sorella minore fu rapita e uccisa da un assassino rimasto ignoto, ogni anno, in quel funesto anniversario, Clara entra in chiesa a confessarsi. Soltanto là può alleggerirsi, anche solo per un istante, del terribile senso di colpa che la accompagna ovunque: fu lei, quel fatale pomeriggio, a dimenticare di andare a prendere la bambina a scuola, lasciandola sola, preda di chi voleva farle del male. È quel senso di colpa che l’ha spinta a entrare nella polizia di Berlino, nella sezione crimini efferati. Come quelli che stanno sconvolgendo la città: omicidi violentissimi, opera di un assassino silenzioso e invisibile come un virus informatico. È proprio su Internet che il killer, chiamato dai giornali il Senza nome, recluta le sue vittime, adescandole su Facebook. Dove, di volta in volta, ruba identità altrui, spesso addirittura quelle delle sue prede successive, dimostrandosi un abilissimo hacker: col risultato che Clara, e con lei l’intera polizia di Berlino, si ritrovano su piste sempre sbagliate. Ma la sfida solo all’inizio: le cose si complicano quando, tramite il web, il killer fa sapere di avere rapito Andira, la top model di un seguitissimo reality della televisione tedesca, e di volerla seviziare e uccidere come ha fatto con tutte le altre vittime. Per Clara, salvare Andira diventa una missione: se ci riuscirà, forse espierà la colpa di aver perso la sorellina. Ma non ha fatto i conti con la mente perversa del serial killer, e con un segreto che risale al proprio passato.

Ho approfittato di una promozione di qualche giorno fa su Bookrepublic per acquistare a 1,99€ questo ebook; forte del prezzo basso e incuriosita dalla trama me lo sono accaparrata e ho iniziato a leggerlo.
E mi sono pentita dell’acquisto.

I problemi, in questo libro, sono tanti, tanti, davvero TANTI. Sarà che ne è uscito ancora più male perché avevo appena finito una serie di letture bellissime – passando da Il cardellino della Tartt e finendo con Sofia si veste sempre di nero di Cognetti – ma la lettura mi ha lasciata non poco infastidita. Non so nemmeno da dove iniziare.

Partiamo dalla trama: è un’idea abbastanza intrigante, e in mano a un bravo autore probabilmente sarebbe uscito un bel libro.
Ma Etzold NON è un bravo autore. Gli sbrodolamenti di pensieri – banali, banalissimi – sono a ogni pagina, si sprecano su più e più pagine; infila in ogni dove frasi che vorrebbero essere ad effetto e invece non fanno altro che strappare una smorfia imbarazzata al lettore.
Etzold nomina a ogni pagina il male e l’odore del male, e alla fine quel che viene da pensare, imbattendosi in quei paragrafi, è che quel che trasuda è la banalità e l’odore della banalità. Il male non si evoca nominandolo, si evoca mostrandolo, facendolo vedere, raccontandolo.
Ci sono lunghi excursus che vorrebbero essere profondi e filosofici, e invece sono solamente banali e noiosi. E vengono ripetuti, costantemente, per tutto il libro.
Tagliandoli – io dalla metà in poi ho iniziato a saltarli, tanto erano diventati fastidiosi – il romanzo si sarebbe accorciato di una buona metà.

I protagonisti sono piatti. Sono delle macchiette che vorrebbero esprimere personalità ma non lo fanno minimamente; non sono nemmeno stereotipi, sono proprio dei cartonati di cartapesta che parlano raccontandosi cose che sanno già (molti dialoghi iniziando con “conosce il tal avvenimento X, non è vero?”; la risposta è “certo” e l’interlocutore inizia a spiegare TUTTA la vicenda. Ma se entrambi conoscono già la vicenda, perché spiegarla con dovizia di particolari e commentando e facendosi reciprocamente domande come se non ne sapessero nulla? Per spiegarlo al lettore, ovviamente, ma non è così che dovrebbe funzionare).

C’è un’altra cosa che mi è stata sullo stomaco per tutta la durata del libro.

L’autore è un evidente fan di Thomas Harris e di Hannibal Lecter. Nel romanzo vengono citati anche più e più volte, ma la cosa che mi ha dato fastidio è stato l’evidente intento di ricalcare malamente Il silenzio degli innocenti. 
La protagonista si chiama Clara ed è un commissario della omicidi. Vi ricorda una certa agente speciale Clarice?
C’è uno psichiatra esperto che riesce a capire alla perfezione l’assassino e tratta Clara con una certa freddezza, infischiandosene delle sue reazioni rabbiosi e mostrando quiete e pacatezza.
C’è il capo di Clara che è il suo mentore e ha un rapporto simile a quello di Clarice con Jack Crowford.
C’è l’assassino che scrive lettere a Clara e ha un legame con lei.
Ci sono serial killer che si chiamano Lupo Mannaro (ciao, Francis Dolarhyde), ci sono continui riferimenti al cannibalismo.
Persino l’assassino protagonista è un richiamo a Lecter: è diventato quel che è a causa di un trauma avuto da bambino con la sorella, e ha iniziato a uccidere giovanissimo.

Non è un plagio, sia chiaro: penso piuttosto che l’autore volesse fare un omaggio a Thomas Harris, ma ne è venuto fuori più che altro un insulto. I personaggi non hanno un briciolo di carisma o di personalità, sono sagome di cartone.

In più il romanzo è venato da una forte, spessa, corposa vena di sessismo e di maschilismo, cosa che mi ha veramente fatto incazzare.

Passi un brutto stile, passino dei personaggi tristissimi, passi una prosa meccanica e che non trasmette nulla; ma che oltretutto si debba fare i conti con del maschilismo proprio no.
C’è un passaggio chiarissimo ed esemplificativo:

«Evidentemente gli estremi fanno parte della natura maschile», sospirò Clara.
«Ragione per cui non esiste nemmeno un analogo femminile di Michelangelo o di Mozart.»
«È un complimento o un’insinuazione sull’inferiorità delle donne?»
«Lo interpreti come preferisce, ma è un dato di fatto».

A pronunciare questa frase è un uomo, il già citato super psichiatra.

Ma non sono solo frasi come questa: per buona parte del libro si parla di un programma televisivo, Shebay, dove le concorrenti vengono giudicate per il loro aspetto fisico. Non solo il conduttore le offende in maniera estremamente pesante, ma il premio per la vincitrice è la prostituzione: un bel po’ di soldi e l’obbligo di andare a letto con il vincitore maschile (scelto tra il pubblico votante) del programma.

Rivoltante a dir poco.

Più volte sono stata tentata di abbandonare la lettura, ma ho proseguito nella speranza che il libro si risollevasse e perché ero curiosa di vedere quale sarebbe stato il colpo di scena del serial killer a cui Clara e compagni danno la caccia.

Una delusione anche quella. L’unica consolazione è che ho pagato il libro poco meno di 2€.
Non sono solita fare recensioni negative, ma questo romanzo mi è piaciuto così poco – e mi ha infastidita così tanto – che ho sentito il bisogno di condividere con voi le mie impressioni.

Mi stupisce anche che in Germania l’autore sia considerato un grande autore di thriller: la trama in sé e ogni colpo di scena è prevedibilissimo sin dalla prima pagina, non c’è stata nemmeno un’occasione in cui abbia non dico avuto un’esclamazione di sorpresa, ma nemmeno inarcato un sopracciglio.

In definitiva, bocciato completamente. Anche solo per una lettura poco impegnativa e veloce.

 

LeRecensioniCattive: Bugie – L’essenza delle ombre


l'essenza delle ombre

Ormai è noto che il self publishing è diventato l’alternativa alla pubblicazione tradizionale, attraverso editore, e personalmente non ho niente in contrario; credo infatti che molti testi che sarebbero meritevoli vengano scartati, per ragioni che non c’entrano niente con la qualità, e mi fa sempre piacere dare una chance ad autori che hanno magari la ‘colpa’ di scrivere su argomenti poco commerciali, di avere uno stile particolare, di non avere accettato compromessi. Certo il rischio di trovare anche spazzatura è alto, ma quando ho trovato in cima alla classifica di Amazon l’intera trilogia di Elisa Gentile, ho pensato di fare un colpo sicuro.
In vetta alle classifiche, primo, secondo e terzo posto! Recensioni entusiastiche, a decine e decine! Sono così tante da farmi escludere che si trattasse delle solite marchette di amici. Ho quindi acquistato gli ebook, che hanno dalla loro il vantaggio di costare davvero poco (Il primo costa 1,96 euro, i seguenti 99 centesimi) e ho deciso di tuffarmi in una lettura estiva, leggera e piacevole.
L’esperienza si è purtroppo rivelata completamente negativa, sotto ogni punto di vista: che la guardi come esperienza letteraria, come esperienza emotiva, come esperienza didattica, come esperienza di evasione, non ho trovato assolutamente nessun lato positivo in questi ebook autoprodotti. A tratti mi sembrava di leggere il vademecum ‘tutto quello che uno scrittore non dovrebbe fare mai’, ma più spesso era puro trash, a tratti divertente, ma in linea di massima fastidioso. Non ho chiesto il rimborso su Amazon soltanto per correttezza, perché i files mi sono arrivati integri, e che la trilogia sia stata un’esperienza di lettura completamente negativa non è colpa dello store.
Ma analizziamo quest’opera più a fondo.
La vicenda ruota intorno alla storia d’amore tra Jayden Stewart, ricchissimo, bellissimo, dotatissimo eccetera eccetera, e Selvaggia Pirelli, ricchissima, bellissima, purissima, buonissima eccetera eccetera, e a tutte le avversità che i due dovranno superare per stare insieme. Bugie si propone come descrizione esauriente (a tratti estenuante) degli stati d’animo dei due protagonisti, sfruttando una narrazione alternata dei capitoli, che passano dal punto di vista di Jayden a quello di Selvaggia. La Gentile tratteggia i due personaggi come opposti, forse con l’intenzione di farli apparire complementari, ma il risultato è che la vicenda, da storia d’amore, diventa qualcosa di raggelante: andando avanti nella lettura appare chiaro che si tratta di una storia di abusi, violenza, priva di qualsiasi pretesa di verosimiglianza, nella quale la vittima e il carnefice convivono, e questo dovrebbe passare per amore.
Già dall’incipit ci si accorge che qualcosa non quadra: un prologo in media res, che si propone di aggiungere pathos a una vicenda che altrimenti avrebbe un avvio forse troppo tranquillo, per i gusti dell’autrice (incontro al parco dopo che lui l’ha stalkerata per un paio di settimane). Jayden è disperato, la sua amata è in coma, forse non si sveglierà mai più, ma anche se si svegliasse, sicuramente non vorrebbe più saperne di lui, che è un fallito, un disgraziato, aveva un tesoro e se l’è lasciato scappare, è pentito, ma è troppo tardi. È così pentito che, mentre si dispera in questo modo, fa sesso con una prostituta nella casa dove viveva con Selvaggia.
Sì, esatto: l’amata è in sospeso tra la vita e la morte e lui, a casa, fuma, beve, la tradisce. Però è tanto pentito di averla trattata male, eh. Vorrebbe uccidersi, ma è troppo codardo per farlo, quindi vai di alcol, droghe, prostitute. Una reazione normalissima, chi di noi non l’ha fatto, se per disgrazia la persona amata ha tentato il suicidio per colpa nostra?
Come non si può affezionarsi da subito a un eroe tragico di tale spessore e levatura morale?
Come dubitare che, alla fine, l’amore trionferà, Selvaggia si sveglierà dal coma, lo perdonerà per cose di poco conto come abusi e violenza, e vivranno sempre insieme felici e contenti?
Mi riesce difficile, se non impossibile, evitare giudizi di valore a riguardo. Le cronache sono piene di storie di ‘amore’ come questa, che sfociano in tragedie annunciate, e lanciare il messaggio che al proprio compagno si possa, anzi debba, perdonare tutto, lo trovo irresponsabile. Quindi ritengo più opportuno passare oltre. Basti dire che, in tutta la trilogia, Jayden si comporta da idiota quando va bene, da pazzo completo nella norma, è un alcolizzato e un tossicodipendente, ma sia chiaro, lui smette quando vuole. E tutti gli credono, perché non dovrebbero? Lui è bellissimo, ricchissimo, e ha un… vabè ci siamo capiti.
Selvaggia, dal canto suo, è una ragazzina di sedici anni, un’ereditiera della famiglia Pirelli (domanda: non è illegale utilizzare persone e parentele realmente esistenti, senza autorizzazione? La dicitura ‘questo romanzo è frutto di invenzione’, che compare su ogni seconda di copertina, cosa ci sta a fare?), bellissima, ricchissima, bravissima, buonissima oltre i limiti di demenza consentiti. Il suo tragico passato consiste nell’essere stata trascurata dai genitori e nell’avere avuto tutto tranne il loro affetto. A riguardo l’autrice ci regala perle di un’involontaria comicità che ha dell’irresistibile:

«Loro hanno divorziato quando io ero molto piccola, avevo appena sei anni. Ma hanno tenuto l’atto legale per loro, senza farlo sapere ai media.» la lascio continuare, corrugando però la fronte. «Mio padre non voleva perdere la stima dei soci, e mia madre teneva troppo alla sua facciata di donna d’affari, madre affettuosa e moglie perfetta. […] «Mia madre aveva molti amanti, qualcuno anche nella servitù. Molti soci di mio padre sono finiti nel suo letto.»

Non so che tipo di soci avesse mr. Pirelli, ma secondo me se avesse annunciato il divorzio l’avrebbero rispettato di più. Di certo ha contribuito a rendere molto allegri i suoi consigli di amministrazione, e spero che la sala avesse un soffitto molto alto, se capite cosa intendo.
Già che siamo in tema di analisi semantica, preferisco passare a quest’ultima, lasciando il resto dell’intreccio alla fine.
Dunque. La storia è ambientata a Manhattan, sono tutti milionari se non miliardari, Jayden può permettersi tutti i vizi che vuole – ma sia chiaro, smette quando gli pare – viene ribadito di continuo quante e quali griffe i personaggi indossino, i luoghi esotici che hanno visitato, la bella vita che fanno… salvo, durante la lettura, constatare che la Gentile è caduta nell’errore tipico dello scrittore che parla di cose che non conosce, solo perché ‘fa figo’.
Mi permetto di asserire senza tema di smentita che la Gentile non solo non è mai stata a Manhattan, ma nemmeno negli States, che non si è documentata minimamente su come sia la vita dell’alta società newyorkese, e che si sia limitata a trasporre la propria esperienza di vita italiana in un contesto patinato oltreoceano.
Gli esempi sarebbero infiniti, ne segnalo solo alcuni tratti dal primo libro: Selvaggia è minorenne, ha solo sedici anni, Jayden è trentenne. Devo forse ricordare io, come lettrice, quanto siano rigide le leggi statunitensi sull’adescamento dei minori? Devo forse andare avanti nella lettura chiedendomi perché nessuno dei personaggi coinvolti mai, neanche una volta, durante tutta l’agghiacciante relazione di abusi e violenza che vede coinvolta una minorenne circuita da un uomo adulto, pensi a sporgere denuncia? Selvaggia è minorenne. Minorenne. MINORENNE. Anche se Jayden la rispettasse e la trattasse come una regina, potrebbero sorgere dei problemi (ok, essendo sfondati di soldi li metterebbero a tacere subito, ma un pensiero andrebbe dedicato a questo fatto fondamentale). Per come si mettono le cose, il protagonista maschile dovrebbe finire in carcere.
Sempre su Selvaggia, che come detto è minorenne, ha sedici anni. Va ancora a scuola. Giusto. Ogni volta che lui la chiama, lei è a casa china sui libri. SBAGLIATO. A sedici anni, signora Gentile, le ragazze di famiglia ricca sono all’high school, nel campus. Non stanno a casa a studiare la sera per il giorno dopo. Selvaggia dovrebbe essere in un campus, di quelli che costano sessantamila dollari al mese, più le donazioni di cui questi college vivono. Ripeto: Selvaggia non può essere a casa sua, a quell’età. Se è ricca, si trova in qualche high school stradispendiosa, non certo a studiare da sola, come una qualsiasi liceale italiana che ha l’interrogazione il giorno dopo.
Altro esempio: nel loro primo appuntamento, Jayden la porta a fare colazione in un bar esclusivo di Manhattan. Leggiamo come lui ponderi bene dove portarla, e dopo tanto sforzo neurale, non trovaidi meglio che andare dove lavora una sua ex, ma tralasciamo. Si vede che a Manhattan ci sono pochi posti dove andare, occorre adattarsi. In questo bar esclusivo, forse per far vedere che lui è uomo di mondo e conosce tutti, la Gentile inscena uno scambio imbarazzante di battute con il gestore del locale, che conclude con ‘buon appetito, ragazzi!’ dopo avere portato loro muffin e caffelatte.
Ma stiamo scherzando, vero?
Un locale esclusivo di Manhattan dove la cameriera con cui hai fatto sesso ti si siede in braccio davanti alla nuova fiamma e il proprietario si comporta come il barista della piazza del paese?
Un supermercato di Manhattan che ha un CORRIDOIO dedicato alle scatole di pomodori pelati?
Signora Gentile, ma non faceva prima ad ambientare la storia in Italia, invece di piazzare nomi stranieri a casaccio su quello che è CHIARAMENTE un contesto di provincia italiana?
È l’errore basilare dell’aspirante scrittore, e questa trilogia lo rispecchia in pieno. Se volete trovare un minimo di senso, fate conto che sia ambientata a Ferrara, però non la Ferrara bene, la Ferrara dei liceali e dei fancazzisti dell’università. Credere che questa gente sia l’alta società newyorkese è, in una parola, impossibile.
Il lessico adottato non aiuta. La Gentile ha problemi con la consecutio, e nella stessa frase gli eventi sono narrati al presente e al passato – la forma basilare scelta è prima persona al presente – ma soprattutto risente dell’utilizzo di termini gergali e dialettali che stridono in maniera fastidiosa con il contesto. I capelli ‘ingellati’, il top ‘paillettato’, sono i primi che mi vengono in mente. Ma le cose sono un po’ più serie di così.
Tra una descrizione di guardaroba e uno sfiancante elenco dell’ennesimo locale in cui Jayden porta l’amata, ecco che troviamo svarioni inaccettabili. Non refusi, i refusi scappano, e soprattutto in un’autoproduzione, possono e devono essere perdonati, ma qui si parla di italiano. Si parla di un’autrice che non conosce le parole che usa, tanto da sbagliarle clamorosamente.

“La grande camera per gli ospiti si apre su un piccolo angolo di Manhattan, dove si può
ammirare uno squarcio di Central Park.”

Squarcio? Ho proprio letto squarcio? È caduto un meteorite a Central Park mentre la Gentile descriveva nei dettagli l’arredamento della casa di Jayden e ce lo dice così? D’accordo che tutte le invasioni aliene partono da lì, ma penso che dopo ogni contrattacco dei supereroi, ci siano degli addetti che aggiustano tutto. Non penso lascino squarci aperti sulle piste da jogging.
Forse, ma non sono sicura, la Gentile intendeva dire ‘scorcio’. Che non è uno squarcio, sono due parole diverse che esprimono concetti profondamente diversi. Scrivere squarcio per scorcio vuol dire non sapere cosa si sta scrivendo.
Insomma, come esperienza letteraria, Bugie – l’essenza delle ombre è stata completamente fallimentare. L’intera trilogia risente di errori marchiani di questo tipo, non c’è una sola pagina che ne sia esente.
Come esperienza didattica, anche peggio. Apro un breve inciso: un lettore è, per definizione, una persona che sta imparando. Anche quando legge un romanzo d’evasione, lo stato mentale del lettore è di apertura e assimilazione, sta apprendendo qualcosa, che è diverso per ciascuno, ma sfido chiunque a chiudere un libro e dire di non averne ritenuto niente, fosse soltanto la sensazione di avere sprecato il proprio tempo. Non è possibile leggere un libro senza questa predisposizione mentale, e la Gentile spreca completamente l’occasione di creare un’esperienza di questo tipo, dimostrando di essere, nei fatti, meno acculturata del lettore medio. Non ci siamo, per niente.
Chiuso l’inciso.
Passiamo all’intreccio, vera nota dolente di una trilogia che, ahimè, già a questo punto ha parecchie ossa rotte e il resto a scricchiolare. Dunque, Jayden e Selvaggia si amano tanto, lui è un disgraziato che si redimerà per amore di lei (ovvero, smetterà di tradirla, non aspettatevi chissà che cambiamento), lei è l’angelo che lo salverà, e come finirà lo sappiamo tutti.
Questo non è un punto debole in linea generale. Si tratta di un romance, e in fondo quello che ci aspettiamo è proprio che l’amore vinca ogni ostacolo e si imponga sulle brutture che vorrebbero estinguerlo. Va bene.
Quello che non va bene, per niente, è volere far passare il messaggio che una persona che subisce abusi gravissimi debba tornare con il suo carnefice. Questo, mi spiace, non è ammissibile. Non è ammissibile che passi il messaggio che tante rose e tante promesse possano aggiustare cose inaccettabili come il tradimento, la violenza, l’aborto. Se il messaggio era ‘l’amore vince tutto’, mi spiace signora Gentile, quello che ha trasmesso è invece ‘non importa se lui è un delinquente, tu devi rimanere con lui e redimerlo’.
Ma anche no, ma anche no, ma anche no assolutamente.
Non si pretendono chissà che analisi sociologiche da un romance d’evasione, e tuttavia questa è una mancanza di rispetto imperdonabile, nei confronti di tutte le donne che si trovano davvero intrappolate in simili relazioni, che vivono nella paura del loro compagno, e che magari gli abusi spaventosi subiti da Selvaggia li hanno vissuti sul serio.
Questo non è un amore tormentato, è una storia di violenza che doveva concludersi con una denuncia.
Gli ostacoli posti sul cammino dei due innamorati sono risibili. Poteva essere una storia effettivamente tormentata, per via della differenza di età e delle leggi americane, ma la scelta della Gentile è stata di far tornare alla carica l’ex di Jayden, che si presenta come una persona infida e sgradevole (ma, naturalmente, figa da paura), che mette in atto teatrini e commedie che, nella vita reale, susciterebbero ilarità, ma che da Jayden vengono presi così sul serio da indurlo a rinnegare la figlia che Selvaggia – ribadisco, una minorenne – attende. Selvaggia, invece di rifilargli il calcio nel culo che meriterebbe e la denuncia che sarebbe sano fargli recapitare, tenta il suicidio. D’altra parte, parliamo della persona che, visto un tatuaggio enorme e tamarissimo sul braccio dell’amato, e chiestogli quando se l’è fatto, ride come un’oca alla sua spiegazione di non ricordare niente, perché troppo ubriaco e strafatto per averne ricordi.
Ragazze, la Gentile non ve l’ha detto, ve lo dico io: se un uomo vi dice che si è tatuato in stato di coscienza alterata da droghe e alcol, non ridete. Non fate come Selvaggia. Scappate come fulmini. Soprattutto se siete belle e ricche, troverete di meglio, ma anche se siete bruttine e squattrinate, tranquille che avrete di meglio, rispetto a questo essere agghiacciante, che crede a tradimenti basati su fotografie fatte su controfigure.
Sono cose che ho letto nei manga quando avevo quindici anni, solo che nei manga il personaggio maschile, assorbito un attimo lo choc della sorpresa, si riprende, si rende conto che l’amata non è quel tipo di persona, si accorge che qualcosa non quadra, e torna subito sui suoi passi, prima che l’amata decida che lui è troppo idiota per meritarla. Jayden, intellettualmente, si colloca al di sotto del personaggio medio di manga per liceali.
Gli altri personaggi sono cliché da telenovela: il padre e la madre troppo presi da se stessi per ricordarsi della figlia, l’ex che insidia la felicità della coppia (mi verrebbe da dire, ci vuol poco), l’amica perfida dell’ex che fa da supporto, il nuovo possibile amore che Selvaggia rifiuta perché il suo cuore è tutto per il carnefice, amici e parenti vari, tutti bellissimi, tutti . Non sono precisamente il punto debole della trilogia, come già detto, leggendo questo tipo di romanzi, ci si aspetta di avere a che fare con dei cliché. Certo, non aiutano a sollevare le sorti.
L’erotismo presente non merita che qualche riga: monotono, meccanico, descritto sempre con gli stessi termini. A tratti, piuttosto disgustoso – per la scelta dei termini adottati, le copule in sé sono tutte uguali – quando non si tratta di violenza vera e propria, fatta passare come atto d’amore, da parte di un uomo talmente passionale che non può fermarsi di fronte alla ritrosia dell’amata. L’erotismo è un’altra cosa.
Passaggi come questo:

“[Jayden] Mi trafigge e mi impedisce di muovermi senza provare dolore. I suoi testicoli sono schiantati contro le mie natiche, tendo i piedi e li metto sulle punte, cercando così di alleviare il dolore e magari spostarlo su altro.”

Non sono erotici, sono trash. E schiantare i testicoli deve fare un gran male, suggerisco ai lettori all’ascolto di non provarci a casa. Leggere:

“Esce da me con uno scatto veloce, lasciandomi vuota e dolorante. Ancora in mezzo alle mie gambe si afferra l’asta, schizzando il proprio piacere lungo le lenzuola di raso.”

È la morte di qualsiasi erotismo possa essere sopravvissuto ai vari ‘cazzo’, ‘piccola’, ‘bambola’ con cui Jayden infarcisce puntualmente ogni suo discorso rivolto alla compagna.
Infine, un appunto sulla struttura stessa di questa trilogia: l’incipit del primo volume anticipa una situazione che viene chiarita solo nel secondo, e che si scioglie nel terzo. Parrebbero essere un libro unico, suddiviso per ragioni di praticità. Può starci. Il problema è che, così facendo, quell’incipit non ha nessun senso, l’arco narrativo si interrompe senza dare compiutezza alla vicenda, e il lettore arriva all’ultima pagina del primo libro senza avere, di fatto, completato la lettura. Sì, qualcosa si immagina, ci sono continui salti temporali che fanno capire più o meno tutto, ma un romanzo non è strutturato così. Il fatto che molte case editrici seguano questa linea, per assicurarsi i lettori anche dei volumi successivi, non rende giusta una scelta sbagliata.
Insomma, credevo di andare a colpo sicuro con Bugie, dato che si trova sul podio di Amazon e a quanto pare è una storia molto amata, ma ho trovato qualcosa di molto diverso da quello che mi aspettavo.
Purtroppo, non in meglio.
Il self publishing può e deve offrire prodotti qualitativamente migliori di questo, se vuole uscire dal ghetto dei romanzi scartati dalle case editrici perché troppo scadenti per essere pubblicati.

 

EDIT: Per gentile segnalazione ho corretto ‘college’ con ‘high school’.

Col nostro sangue hanno dipinto il cielo


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Un altro mondo


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Titolo: Un altro mondo
Autore: Jo Walton
Editore: Gargoyle Books
Prezzo: 18,00 euro
N. Pagine: 344

 

Allevata da una madre mezza matta che si diletta di magia, Morwenna Phelps trova rifugio in due mondi: tra gli spiriti che dimorano nei siti industriali abbandonati, nella sua città natale in Galles, e nei romanzi di fantascienza, suoi fedeli compagni, grazie ai quali la sua mente viaggia libera. Quando sua madre proverà a corrompere quegli spiriti per fini oscuri, la ragazza sarà costretta a confrontarsi con lei in una battaglia magica, che ucciderà la sua gemella e lascerà lei menomata. Fuggita in Inghilterra dal padre che conosce appena, Morwenna finisce in un collegio, dove, emarginata e sola, comincerà a dedicarsi alla magia a sua volta, in cerca di una cerchia di amici a lei più affini. Ma la sua magia attirerà anche l’attenzione della madre, trascinandola verso una resa dei conti che non può più essere rimandata…

Sorprendente, insolito e irresistibile, Un altro mondo è allo stesso tempo la storia di una ragazza che lotta per fuggire da un’infanzia difficile, un eccezionale diario dei primi incontri con i grandi romanzi del fantasy e della fantascienza moderni, e infine l’avvincente cronaca della fuga da un antico incantesimo.

Vincitore del Nebula Award e dell’Hugo Award come miglior romanzo fantastico.

Togliamoci subito il dente: questo è un bel libro. Lo dico subito perché si tratta di un libro piuttosto particolare (autoconclusivo, specifichiamolo subito), che ho letto in un paio di giorni. Non è il classico libro che si divora: lo leggi in fretta perché sì, sei curioso, ma non c’è il fiato sospeso per sapere cosa succederà. In realtà è già successo tutto prima.
Ho aspettato una settimana prima di recensirlo perché sto ancora cercando di capire fino in fondo il mio giudizio.

Come promette la quarta – per una volta non a caso – e come avrete intuito dalla mia introduzione, il libro è davvero insolito. È un romanzo fantastico, con componenti magiche tutt’altro che indifferenti o di poco spessore; eppure le dimensioni coinvolte in questo libro sono tante. Sotto un certo punto di vista è un romanzo di formazione, un cammino che Mori – la protagonista, Morwenna – percorre.
È una protagonista insolita, Mori. Si innamora, anche, ma è una cosa che succede, non la cosa. Lo scopo della storia non è far vedere la sua storia d’amore: è solo un tassello, né più né meno importante rispetto agli altri. Anzi, in realtà di importanza ne ha davvero di meno rispetto a tutto quel che succede intorno alla ragazza: ha il suo peso, ma rimane marginale.

Il libro è narrato in prima persona e sotto forma di diario, stile che non ho mai amato (al contrario, ho sempre avuto un netto rifiuto per questo tipo di narrazione); Jo Walton però lo gestisce molto bene. Abbiamo a che fare, come dicevo, con una protagonista insolita: è una ragazza di quattordici anni estremamente matura per la sua età, molto consapevole e molto lucida. Inoltre ha una passione sconfinata per la lettura, soprattutto per la fantascienza: l’intero romanzo è infarcito di riferimenti a ciò che Mori legge, corredato da commenti talvolta approfonditi sui libri letti. È una cosa interessante, anche se in alcuni momenti, se non si ha letto alcuni dei libri citati, si può far fatica a comprendere a cosa Mori si riferisce: infatti la ragazza commenta avvenimenti specifici di un libro, senza contestualizzare. Ed è giusto così, perché se andasse a spiegare il perché e il percosa di ciò che legge non avrebbe il minimo senso (e appesantirebbe in maniera insostenibile la lettura).

La magia in Un altro mondo non è la magia dell’high fantasy, né quella di Harry Potter: assomiglia molto di più alla magia delle streghe degli antichi culti, è legata alla natura in maniera molto profonda; è complessa e sfaccettata, e agisce sulla realtà in modi che non ci si aspetta. Non ultimo, è potente e controllarla non è facile: un incantesimo apparentemente banale può scatenare un butterfly effect, e creare una situazione, far nascere delle persone appositamente perché siano lì, in quel preciso momento, a fare quello che speravi tu. È ricca di risvolti etici e morali, che Mori non manca di porsi.

Concludendo? È un bel romanzo, leggetelo. E fate come non ho fatto io ma avrei dovuto fare: man mano che leggete tiratevi giù i titoli citati da Mori, così potete andarveli a ripescare o a cercare qualora non li conosceste. A me tocca ripassarmi daccapo tutto il libro…
(Piccola critica alla casa editrice: la copertina originale era MOLTO più bella!)

Di me diranno che ho ucciso un angelo


Gisella

Ci sono dei libri che sono capaci di toccare il cuore del lettore con un dito invisibile. Che trascinano, semplicemente trascinano dentro il testo e tutti i suoi messaggi. È   questo l’effetto che mi ha fatto Gisella con il suo esordio, e proprio per tale motivo, non finirò mai di ringraziarla per avermelo mandato.

Gisella

Titolo: Di me diranno che ho ucciso un angelo
Autore: Gisella Laterza
Editore: Rizzoli
Prezzo: 15 euro
N. Pagine: 192

Trama: dopo una notte dove, di sicuro, nulla è andato come avrebbe voluto, Aurora, giovane ragazza triste, si ritrova in un tram. Sola. In quell’occasione incontrerà un angelo che, con pazienza, le racconterà la storia della sua caduta dal cielo, e la costante rincorsa della persona, la demone Sera, di cui si è perdutamente innamorato. Tra racconti di aneddoti della vita dell’angelo e della ricerca di Sera, la trama si sviluppa verso il suo epilogo dove l’amore, in modo dolce e amaro, alla fine vince. A ogni sacrosanto costo.

Contenuti: Pur presentandosi come fiaba moderna, i contenuti del testo che si evincono nell’immediato sono di ampia portata. Si parla di passione, ma non un amore comune: si tratta di quello che unisce due persone, un angelo e una demone, talmente diverse tra loro da richiedere a entrambi un percorso di cambiamento che possa in qualche modo andare incontro a entrambi, nel mezzo. A parte tutte le riflessioni a corredo, dove il lettore si ritrova a pensare che forse la diversità non va mai giudicata ma, nel caso, scavalcata per incontrare l’altro, in questa storia toccante ci ho ritrovato  la metafora della vita stessa, intesa come un percorso unico e irripetibile da affrontare senza remore per essere felici, qualsiasi siano le conseguenze. E in questo senso, ritengo che il concetto si esprima con vigore e che sia positivo che il target di lettura individuato sia anche nella gioventù, laddove proprio il senso della vita si disperde quando si fanno i conti con la società moderna. Vita, amore e intenti si mischiano, corrompendosi, parlandoci di esistenza spirituale e carnale nel contempo.
Pur richiamando, nella sua espressione attraverso incontri con personaggi nitidi e nel contempo sfuggenti, il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, il libro di Gisella Laterza fa un ulteriore passo in avanti, differenziandosi da quel tipo di storia a morale per diventare, nella sua stesura, essa stessa principio guida, da tenere a mente nei momenti di sconforto. Un altro contenuto sul quale ho riflettuto è l’avanzare della spersonalizzazione della società moderna, dove la tecnologia, la società e l’organizzazione aggregativa dei pari (e in questo è calzante l’intero vissuto inespresso di Aurora), così come la rincorsa del tempo da non perdere, i soldi o il sesso offuscano i piccoli valori quotidiani, facendo tendere l’animo a raggiungere un concetto mitizzato di felicità che poi, invece, si perde per strada proprio perché i valori e i piccoli obiettivi vengono dimenticati. Tutti i personaggi che compaiono nella storia definiscono questo concetto, lo sviscerano, ci propongono il prima e il dopo con immediatezza. Ci ricordano cosa sia l’eroismo, che parte nei gesti quotidiani, quanto sia importante l’innocenza nell’affrontare l’altro e, soprattutto, che il calore del cuore non è meno importante di altre cose effimere per farci stare bene con noi stessi e nel mondo.

Stile e forma: lo stile è immediato, carico e particolarmente emotivo. La forma, in questo frangente, è quasi sempre azzeccata, a parte qualche ripetizione di termine che anziché rinforzare il concetto emozionale, fa storcere il naso. Il quadro della trama, organizzata in comparti tra racconto dell’angelo/incontro e riflessione di Aurora/percorso di Sera, risulta alla fine essere funzionale e senza forzature. Sicuramente la dote maggiore è il riuscire, con la scrittura delicata ma non edulcorata, a rendere forti e vivide le passioni e i sentimenti, a volte senza nemmeno doverli esplicitare direttamente.

Ambientazione e personaggi: Una caratteristica che risulta chiara dalla narrazione è una predilezione per un ambiente buio, scuro o grigio, che si fonde nel substrato caldo della storia, quasi a creare un piccolo e piacevole contrasto che da un lato stempera i sentimenti forti, rinforzandoli. Piove, nella foresta fa buio, fuori fa freddo, si sente la brezza del mare, il sole sorge… tanti piccoli dettagli tristi che vengono gestiti con maestria consentendo alla storia di emergere sul resto e catturare il lettore. Non ci sono descrizioni approfondite, esse scivolano con semplicità all’interno dei gesti, senza mai ostacolare lo svolgersi delle vicende.
I personaggi sono di diverso grado e intensità. Alcuni, come Sera, Aurora e l’angelo, appaiono in tutta la loro drammaticità, in tutto il loro potenziale. Altri invece, per quanto intessuti tra loro in modo efficace, senza lasciare nulla al caso o alla comparsa del momento, compaiono più come delle macchie, evanescenti ma comunque indelebili nel ricordo che l’Angelo o Sera trasmettono e lasciano sulla carta. L’unico che appare fuori schema è Argento, proprio perché la natura del suo desiderio e delle sue motivazioni appaiono piuttosto oscure: compare, un breve attimo appena, nella narrazione, per poi farvi ritorno e contribuire all’epilogo. Forse, se fosse stato concesso al lettore qualche altro dettaglio della sua storia e del suo agire, apparirebbe meno forzato, meno legato al ruolo di fautore del destino dei due amanti.

Giudizio Finale: Per me, per noi, leggere è in primo luogo un’esperienza di vita. Di rado mi capita di incontrare dei testi che siano in grado appieno di strisciare dentro l’animo e apportare dei messaggi importanti anche per situazioni reali che, all’apparenza, non sono pertinenti con la storia. Questo per me è uno dei casi. Un bel libro, che Gisella ha saputo regalare alla comunità dei lettori e a cui auguriamo ogni bene di questo mondo. È consigliato a tutti coloro che vogliono leggere una bella storia su cui vogliono meditare, e a me e a tutti coloro che in questo momento stanno cercando risposte dalla vita

Il Rosa Nudo


LOCANDINA ROSA NUDO III

Descrivere le atrocità perpetrate dal regime nazista è un esercizio nel quale in molti si sono cimentati. E’ altrettanto difficile ancora oggi, tuttavia, parlare di Omocausto, neologismo che identifica l’olocausto vissuto dalla popolazione omosessuale europea a seguito della promulgazione del paragrafo 375, così come il Reich lo modifica nella versione del 28 giugno 1935 nel codice penale tedesco:

§  175 StGB. Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft. Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen.
Paragrafo 175:  “Un uomo che commette con un altro uomo atti licenziosi e lascivi o si presta a subire tali atti è punito con la reclusione. Se una delle due persone coinvolte ha meno di  ventun’anni al momento del reato, il tribunale può, in casi eccezionali di minore gravità, astenersi dall’infliggere la pena.”
Da questo assunto partiamo, oggi, per descrivere le emozioni di un’opera cinematografica al suo debutto nei botteghini, il “Rosa Nudo” del regista cagliaritano Giovanni Coda.

Sinossi: Il Rosa Nudo è un lavoro di cinematografia sperimentale ispirato alla  autobiografia di Pierre Seel, scritta in collaborazione con Jean Le Bitoux, che a sua volta è stato uno dei più  importanti attivisti per i diritti GLBT in Francia e in Europa. Questo toccante testo letterario non è stato mai tradotto in italiano.
Parlare della vicenda traumatica di Seel, significa rimarcare gli orrori compiuti dai nazisti anche nei confronti di chi veniva schedato come omosessuale. Il Rosa Nudo si concentra soprattutto su un episodio doloroso e terribile che segnerà per tutta la vita l’emotività di Seel che, all’epoca dell’internamento, aveva solo 17 anni. Deportato nel campo di Schimerck, assisterà all’atroce morte del suo compagno.

Trailerhttp://www.youtube.com/watch?v=kzy2V-pMo7U

L’esperienza visiva: Il tratto caratterizzante di tutta la visione, che dura 70 minuti circa, è il peculiare accostamento della musica al vissuto emozionale delle immagini e alle parole che tratteggiano in maniera chiara e inequivocabile il dolore, l’orrore in alcuni punti, dove la persona omosessuale, per il solo fatto di essere tale, viene vessato e trucidato con supplizi inenarrabili e che oggi fanno storcere le viscere all’uomo comune, di ogni estrazione. Eppure di questo si tratta, un pugno nello stomaco, che vuole ricordarci a che cosa possa portare la follia umana, soprattutto quando è legata al Potere. L’esperienza è forte, dolorosa, fa un male enorme, ma aiuta a ricreare una stasi catartica in cui lo spettatore ricorda che gli orrori sono sempre a un passo da noi, non solo nei momenti più bui della storia, e che comunque bisogna fare un passo verso l’altro per evitare che la paura del diverso scateni dei genocidi per motivi del genere.

Le riflessioni a margine: Il film, che assurge ai tratti di un’opera che difficilmente lascia indifferenti, è tratta dalle memorie di Pierre Seel, un uomo che ha avuto il coraggio di far luce sul fenomeno, trascurato e taciuto dalle autorità, della deportazione delle persone omosessuali nei campi di concentramento, e che ha lottato fino alla fine per vedersi riconoscere lo status di vittima in quanto deportato omosessuale. Un percorso difficile e che ancora oggi fatica a riscattarsi dalla memoria che tende a non voler ridare legittimità alla sofferenza patita da tante persone che, per il solo fatto di essere omosessuali, hanno subito efferatezze di ogni tipo. Al di là delle polemiche, per le quali l’opera non ha la stessa visibilità di tante altre sia per l’argomento trattato e, soprattutto, perché direttamente connesso all’omosessualità, ci fa riflettere su come, forse, l’ambito cinematografico abbia delle caratteristiche in comune a quello letterario (di cui di solito ci occupiamo), proprio perché anche i libri LGBT e, spesso, anche delle proposte letterarie di questo tipo, fatichino a emergere “per le dure regole di mercato”. Noi oggi, anche perché ci troviamo nella settimana di lotta contro l’omofobia, consigliamo a chiunque di vederlo. Non solo perché racconta la storia di persone a cui per tanti anni è stato imposto il silenzio, ma per il messaggio veicolato, al di là del nudo integrale, al di là del dolore soffocato, al di là della testimonianza. Il messaggio che ci impone di non dimenticare mai, e di fare in modo che l’odio, anche ai giorni nostri, non porti estreme conseguenze, le cui eco, ancora oggi, sentiamo graffiare nell’animo.

Per qualsiasi informazione sul film e sulla programmazione nazionale, il profilo ufficiale: https://www.facebook.com/pages/IL-ROSA-NUDO-un-film-di-Giovanni-Coda/399338403459305

La bambina senza cuore


COVER

Titolo: La bambina senza cuore
Autore: Emanuela Valentini
Editore: Speechless Books
Prezzo: Gratuito, scaricabile qui: http://labambinasenzacuore.altervista.org/download/
Pagine: 295

Trama: Sullo sfondo di un borgo inglese, Whisperwood, circondato un bosco ricco di leggende e regolato da strane leggi che impongono alla cittadinanza il coprifuoco, la piccola Lola incontrerà l’adolescente Nathan. Nonostante i 100 anni di differenza che li separano, tra i due si svilupperà un sodalizio importante, che permetterà a Lola di recuperare la memoria sul suo tempo e la sua storia e nel contempo a Nathan di rimediare agli errori dei suoi avi una volta per tutte.

Contenuti: In 295 pagine si parla di amicizia, di dolore e di elaborazione del lutto, ma anche di famiglia e del valore dell’affetto e dell’onore. Tutte i personaggi si muovono nella scacchiera dell’ambientazione esprimendo, aldilà degli stravolgimenti e dei colpi di scena, dei sentimenti basilari comuni al vissuto degli esseri umani. Un aspetto di rilievo, espresso prioritariamente con gli usi e le etichette del 1890 (me che comunque poi si ripercuotono e passano attraverso anche gli atteggiamenti del 1990) è la concezione della donna “inconsueta” identificata come strega e, in quanto tale, da evitare/etichettare/isolare se non proprio punire. Aldilà dell’effettivo possesso di poteri paranormali, l’idea che transita al lettore è comunque un valore positivo della diversità che si deve affrancare agli occhi della collettività non con la tolleranza, ma con l’accettazione. ( – Non aver paura di quel che non conosci). I temi universali pertanto acquisiscono spessore all’interno della trama, restituendo nella lettura tanti piccoli messaggi sui quali riflettere, apprendere la lezione, proprio come nelle fiabe.

Personaggi: Tutti i personaggi della storia, che siano secondari o principali, hanno un ruolo ben definito e costruito sul piano narrativo. Al di là di alcuni cliché di massima (il padre scomparso di Maud, la madre di Lola che si sacrifica per lei e che la sorveglia sotto mentite spoglie, tanto per esemplificare) si acquisisce nella lettura un quadro dinamico e variegato che rende bene l’effetto di coralità della narrazione, concedendole il giusto brio. L’assenza di spessore di alcune comparse è comunque funzionale alla resa cinematografica (e ci torneremo a breve) del romanzo, consentendole un buon ritmo di lettura e assimilazione proprio con l’impatto visivo della scena raccontata.
Un altro aspetto sul quale è doveroso esprimersi è di sicuro la dimensione emotiva del vissuto e dei pensieri dei personaggi: le percezioni e il trasporto nel vissuto e nei sentimenti provati permeano il testo, consentendogli di coinvolgere oltre che di apparire verosimile, mediando l’aderenza tra ciò che i personaggi provano e quello che i lettori, secondo il proprio bagaglio esperienziale, riconoscono.

Ambientazione: E’ il vero punto di forza del testo. Nell’esperienza di lettura si percepisce con notevole forza la presenza fisica dell’ambiente dove le scene si svolgono: gli odori, i rumori, il clima ma soprattutto le tinte, estremamente cupe tanto da ricordare le atmosfere proprie di una corrente cinematografica espressa al meglio da Tim Burton. Le scene sono buie, brulle, desolate, ogni rumore si amplifica, ha delle eco che si ripercuotono tra le righe. L’effetto cinematografico, dove tutti gli elementi spazio temporali si amalgamano con prepotenza ai dialoghi e ai gesti dei personaggi, consente al lettore di visualizzare con semplicità il narrato e l’implicito dei protagonisti. Una tecnica ambiziosa e che non è facile da gestire, ma il risultato ottenuto dalla scrittura di questo testo non sfugge comunque al lettore, rilevando quasi mai incongruenze o sviste di alcun tipo. L’unico difetto plausibile è quello degli elementi atmosferici, che condiscono (forse troppo soprattutto quando vengono ripetuti più volte a poca distanza nel testo) l’ambientazione cupa, appesantendo, in alcuni momenti, la scena che dovrebbe magari acquisire un maggior dinamismo.

Stile: Il romanzo è strutturato con un rimando tra le vicissitudini dell’oggi (1990) e quelle accadute nel passato (1890), su diversi piani temporali non sistematici, ovvero le due narrazioni non hanno, a prima vista, un ritmo comune o una ripetitività. Aspetto che potrebbe trarre in inganno un lettore poco attento, nel dare la giusta collocazione alle vicende. La prosa si sviluppa con uno stile espositivo non semplice, ricco di sfumature sia emozionali che di periodi medio brevi, ma nel complesso la lettura non viene disturbata in quanto gli elementi trovano arricchimento dall’esposizione evitando la pesantezza.

Recensione e Considerazioni Finali: A metà strada tra la novella horror e la fiaba fantasy in chiave moderna (sempre a tinte dark, ma con una buona intenzione di morale) “La bambina senza cuore” è una scommessa narrativa sulla quale vale la pena investire il proprio tempo. Nonostante alcune piccole ingenuità di fondo relative alla costruzione della trama e soprattutto ad alcune prevedibilità nelle vicende, l’esperienza di lettura è positiva, il testo appare curato, si coglie la morale e soprattutto si riesce a immaginare una trasposizione cinematografica della storia, che acquisisce comunque un buon ritmo mediante la capacità di cogliere e utilizzare i colpi di scena per ravvivare le dinamiche della storia.
Il libro è godibile e si coglie appieno che si tratta di un lavoro appassionato ed entusiasta in grado di regalare al lettore, anche a quello più perplesso e non estimatore del genere, un buon ricordo. L’augurio è quello di vedere questa storia non soltanto evolversi in sento letterario, in quanto l’autrice di sicuro possiede le carte in regola per poter regalare tante altre belle esperienze letterarie, quanto quella di rendergli ancora maggiore giustizia con una buona trasposizione cinematografica.
Consigliato a chi ha bisogno di ritrovare la propria strada, di riprendere in mano i propri affetti e i valori irrinunciabili. Al di là del genere, la storia ha il potere magico di restituire un sorriso e di ricordarci che l’eroismo fa parte delle piccole cose di tutti i giorni.

Dissonanze: Quel verso a metà tra un ruggito e un barrito, di Massimo Junior D’Auria #TrUr


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Il nuovo racconto di cui andremo a parlare è “Quel verso a metà tra un ruggito e un barrito” sempre dell’antologia Dissonanze, di Massimo Junior D’Auria.

La prefazione di Luca Filippi ce lo presenta come un racconto attento alle tematiche sociali che, in questo caso, riguardano la situazione “lavorativa” delle comunità extra-comunitarie.
Questo è in parte vero ma anche un po’ fuorviante: l’elemento sociale serve principalmente da motivazione e motore all’avvio della storia, all’escalation che porterà il nostro nuovo protagonista, Amadou, a fare la scelta che gli cambierà la vita.

Ma andiamo con ordine: Amadou è un lavoratore extra-comunitario, africano, che pur di non morire di fame e di guadagnare in maniera onesta i (sempre troppo pochi) soldi necessari a sopravvivere, accetta lavori di ogni genere e tipo, lavori accoumunati tutti dalle stesse dinamiche: troppo lunghi, mal pagati e senza nessun tipo di attenzione alla vita del lavoratore.

“Un giorno muratore, l’altro contadino, un altro scaricatore.

Questa è la vita multiforme di Amadou.

La vita che odia, ma che sicuramente è meglio della morte. “

Dopo l’ennesimo giorno di lavoro massacrante eseguito per pochi euro, Amadou e gli altri lavoratori (conoscenti, più che amici) si preparano a tornare ognuno a casa quando invece la loro routine viene cambiata: un furgone bianco e anonimo si presenta sullo spiazzo dove si preparano ad andarsene e il guidatore offre loro un nuovo lavoro.
Qualcosa per guadagnare una manciata d’euro in più, quel giorno.
Dopo qualche momento di titubanza alcuni se ne vanno, altri accettano.
Accetta anche Amadou.

“Qualche euro in più fa comodo anche a lui, come a tutti del resto.”

Insieme al racconto precedente questo rientra tra i miei preferiti e rispetto agli altri due racconti di cui abbiamo già parlato questo non presenta nessuno dei problemi degli altri: lo sviluppo non è affrettato, non ci sono sbavature psicologiche, il tutto scorre perfettamente senza inciampare.

Non ho molto altro da aggiungere su questo piccolo racconto se non che funziona e che mostra come l’antologia, pian piano, ingrani la marcia e parta, trasportandoci tra le dissonanze della vita.

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Twitter dell’autore: @MassimoJDAuria

Pagina facebook del libro: Dissonanze

 

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