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La cultura che muore, ovvero la storia di una biblioteca che chiude


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La biblioteca in questione è quella della mia città – città d’adozione, ché io sono padovana – ovvero l’Accademia dei Concordi di Rovigo. La notizia (sebbene non del tutto inaspettata) mi ha causato un mix di stordimento, dolore, incredulità e rabbia.
Tanta rabbia.

 Sullo stato dell’Accademia dei Concordi e dei servizi che offre, a rischio per l’alta esposizione debitoria a causa dei contributi non elargiti dal Comune, il sindaco Bruno Piva aveva dichiarato ieri, venerdì 27 giugno: “Vogliamo modificare il contratto, passando dall’attuale contributo ad una posta di bilancio”.

Intanto che l’amministrazione pensa come fare il Consiglio direttivo dell’Accademia ha deliberato la chiusura del servizio pubblico di biblioteca, sala studenti e sala lettura dei giornali comprese, a partire dal prossimo 7 luglio e sino a quando il Comune di Rovigo non ottempererà a quanto contrattualmente previsto e legittimamente richiesto, ovvero l’assegnazione effettiva dell’importo sopra indicato, anche rateizzato;

Mancano i fondi, e la cosa si trascina da tanto, troppo tempo. Così, la biblioteca di Rovigo chiude. Una biblioteca con un numero altissimo di testi, di grande rilevanza sul territorio, è costretta a cessare il servizio.
Non ho parole per commentare la notizia, solo un’immensa amarezza e una rabbia altrettanto vasta. Su Facebook è nata una pagina di protesta, intitolata Accademia dei Concordi – La cultura non può morire che nel giro di 24 ore ha raccolto quasi 4000 like.

Non so quanto possa servire, ma voglio ugualmente unire la mia voce e quella di Writer’s Dream a quella della protesta per la chiusura della nostra biblioteca.

Intervista a Eugenio Saguatti con giveaway incluso


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Perché fare le cose a metà? Oggi si intervista Eugenio Saguatti in occasione dell’uscita dell’antologia Diari dal sottosuolo e in più si fa un giveaway.
Ma andiamo con ordine. Per cominciare: che diavolo è Diari dal sottosuolo?

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È disponibile da lunedì 28 aprile l’antologia collettiva Diari dal Sottosuolo, a cura di Diario di Pensieri Persi. La raccolta nasce come best of dei racconti Urban Fantasy che hanno partecipato al concorso Chrysalide indetto nel 2013 da Mondadori. La redazione di Diario di Pensieri Persi, sotto la guida di Alessandra Zengo, ha scelto cinque dei racconti migliori, a cui si uniscono i contributi di Laura MacLem (L’incanto di cenere, Asengard), di Gisella Laterza (Di me diranno che ho ucciso un angelo, Rizzoli) e di Stefania Auci, Giulia Marengo e Romina Casagrande. A impreziosire l’antologia la prefazione di Valeria David e la postfazione dedicata all’Urban Fantasy a cura di Luca Tarenzi. La cover del volume è stata realizzata dall’artista spagnolo di fama internazionale Mario S. Nevado dello studio Aégis.

L’agghiacciante nenia di una sirena assetata di sangue. Una giovane strega desiderosa di vendetta che invoca demoni oscuri. Un uomo disposto a tutto pur di ricordare il suo passato. Città immaginarie, portali che separano il quotidiano dall’incubo. Echi provenienti dall’abisso dell’animo umano e che affiorano minacciosi come ombre. Tra le pagine di questi racconti, tutto può accadere. Una straordinaria antologia che coglie con un unico sguardo il mondo del sovrannaturale. Diari dal Sottosuolo ci inizia al perturbante confronto con un universo dalle tinte cupe e dai labili confini, quello dello Urban Fantasy, nel quale risuonano le voci di dieci talentuosi autori italiani che credono nella suggestione del diverso e nel fascino dell’orrore.

E ora iniziamo con l’intervista a Eugenio. Poi parliamo del giveaway.

La prima domanda è d’obbligo: Chi è Eugenio, direttamente dalla sua penna e in cinque righe.

Mi metti in crisi. Diciamo che a 46 anni ancora mi chiedo cosa farò da grande. Uh, avevi detto cinque righe? Vabbè, me le tengo per dopo.

 

Il tuo racconto apre degli spiragli piuttosto interessanti perché riesce a proiettare il lettore nei mali della società moderna e nei danni che l’umanità perpetra nella natura e nella segregazione delle diversità, anche razziali. Da qui la domanda mi sorge spontanea: secondo te chi vincerà le elezioni europee?

No dai, scherzavo. Mi piacerebbe sapere però se il tuo intento narrativo con “Nati nel  buio” fosse quello di fare una disamina dei comportamenti umani e far sorgere nel lettore dei dubbi etici sull’umanità, proprio come è accaduto a me.

Quali elezioni europee? Scherzavo.

Mi tocca deluderti, almeno in parte. Il mio primo intento è raccontare una storia che sequestri il lettore e lo porti altrove. Per riuscirci, o almeno per provarci, è fondamentale metterci dentro argomenti che abbiano in sé forza sufficiente e che appassionino me per primo. Parto spesso da quel che mi sta attorno e che mi ha colpito.

Mi piace l’idea di non dare risposte precotte. Sono contento quando il lettore pensa “Cosa farei io al posto di quel personaggio?”

 

Di solito il genere fantastico viene concepito come un ambito di pura evasione, anche se invece esistono tanti esempi dove il romanzo fantasy diventa la metafora di una critica, a volte aspra, alla società moderna o ai mali della storia. Mi viene in mente per esempio, “Queste oscure materie” di Pullman. Quanto il desiderio di raccontare con la propria visione ciò che hai intorno influisce nella tua pratica di scrittore fantastico (di genere, oltre che come persona)?

Secondo me il fantastico in generale (fantascienza, horror, fantasy e i possibili intrecci) è un punto d’osservazione privilegiato sulla realtà. Prendi un tema forte, cambi i termini di paragone, trasporti il tutto su un altro mondo e ti sei scrollato di dosso i pregiudizi che ti porteresti dietro se scrivessi un racconto realistico.

Per esempio: immaginiamo un pianeta dove si combatte da secoli una guerra tra uomini blu e uomini verdi. Entrambe le fazioni accusano gli avversari di crudeltà insopportabili e anche di aver dato inizio al conflitto. È l’ideale per mostrare l’assurdità della situazione, con la libertà che ci permette l’ambientazione di fantasia.

 

Momento pubblicità: ti va di dire ai nostri lettori perché devono leggere “Nati nel buio” della raccolta “Diari dal sottosuolo”?

Ahia. Sono pessimo nel marketing. Dunque… non è che DEVONO leggerlo. Potrebbero trovarlo interessante se amano la contaminazione tra i generi del fantastico. “Nati nel buio” è un misto di urban fantasy, dark, fantascienza. E forse qualcos’altro ancora che sfugge anche a me. C’è odore di I guardiani della notte di Luk’janenko e Bladerunner.

Facciamo un gioco, ti va? Io ti nomino 5 aspetti del mondo della letteratura e del web, tu mi rispondi a ciascuna con un flash, una definizione lampo a parole tue.

D’accordo. Vado eh?

Fantasy -> Un genere che ha dato tanto e potrebbe dare ancora se trattato con passione e rispetto.

EAP -> Cacca. Tempo e soldi buttati via.

Autopubblicazione -> Una via difficilissima, ma a volte l’unica percorribile.

Linda Rando -> Il primo aggettivo che mi viene in mente non è riferibile. Il secondo è “coraggiosa”. (Ciao Linda!)

Premio Letterario -> Uh. Ah. Oh. Questo è un campo minato. Mi gioco il jolly e spendo le righe risparmiate in apertura. Premi letterari in Italia ce n’è un bigoncio, dal Bagutta che è il più antico al Festival della Cipolla di Casestorte di Sotto. Quelli seri sono importantissimi, altri sono vere e proprie truffe. Consiglierei di informarsi bene prima di spedire un proprio scritto. C’è una quota di partecipazione? In cosa consiste il premio? Da chi è composta la giuria? I diritti sull’opera per quanto tempo vengono ceduti?

 

Anno 2014: Eugenio Saguatti vince il Premio Strega con il suo romanzo di genere: cosa provi e come festeggi?

Cosa proverei non ho idea, un premio di quella fama non so cosa mi scatenerebbe. Probabilmente un infarto. Festeggerei con bagordi a sfinimento, poi sotto con un altro romanzo, subito.

Vuoi dare qualche consiglio ai nostri lettori che vogliono cimentarsi nel mondo della scrittura di genere fantastico?

A costo di sembrare pedante, ne do due:

• documentarsi bene su tutto ciò che è possibile;

• creare un universo coerente e credibile.
La magia, o la tecnologia futura, o il soprannaturale non giustificano tutto. Il patto tra autore e lettore è fragile, basta poco per spezzarlo.

 

Com’è nata la collaborazione con Diario dei Pensieri persi e finora, (in confidenza, promettiamo che non lo riferiamo alla redazione!) come ti è sembrata l’esperienza?

Quei gran cialtro… bravi ragazzi. Anzi, ragazze, visto che sono quasi tutte donne.

Questa antologia doveva uscire in origine con Mondadori. Non so cosa sia andato storto, ma non se n’è più fatto nulla. La redazione di Diario dei pensieri persi, che aveva curato anche la pre-selezione dei racconti, ha recuperato il malloppo, ci ha lavorato su e l’ha portato a forma compiuta.

La mia editor è stata Emanuela Taylor, che si è rivelata qualcosa di simile a una stalker (ciao Taylor!). Attenta, puntigliosa, ma anche aperta all’ascolto e rispettosa. Una rarità. Lavorare in questo modo non è nemmeno lavorare, è un piacere. Mi auguro si possa fare altro insieme. Senza doppi sensi. Mmmh… be’, un po’ sì.

 

Grazie Eugenio per la tua collaborazione!

Grazie a voi per l’ospitalità. Buona lettura.

E il giveaway?

Facile.
Per partecipare vi basterà lasciare condividere il post su Facebook o Twitter; dopodiché, lasciate qui un commento qui sotto che abbia a che fare con l’intervista o l’antologia; potete essere seri o simpatici, carini e gentili oppure antipatici e bastardi, fate quel che vi pare. Il commento lo potete riportare anche sul social, ma è fondamentale che lo scriviate qui, nello spazio commenti.

Avete sette giorni a partire da oggi, quindi la partecipazione si chiuderà il 5 giugno a mezzanotte.
Il vincitore, che verrà scelto secondo il commento giudicato più brillante, riceverà una copia digitale dell’antologia. E non pensiate che sia un premio di poco conto: i ricavati dell’antologia vanno tutti ad Emergency, quindi è un vero e proprio regalo quello che riceverete.

E ora… via libera ai commenti! 😀

Intervista ad Andrea Cascioli


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Oggi è una splendida giornata. Di quelle che apri le finestre e ti accorgi che un sole così non l’avevi mai visto, che respiri l’aria e sembra più pulita, che senti il sole sulla pelle e ti piace la sensazione di caldo. In una giornata così, decido di scegliere una buona compagnia e prendere un caffè. Ho voglia di fare quattro chiacchiere che riempiano questa splendida cornice che è il WD. Perciò, chiamo Andrea Cascioli.

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Siamo di fronte alle tazzine fumanti. E anche il caffè per Andrea può essere un pretesto per creare. Guardate qui che cosa ha fatto con inchiostro e un tovagliolo inzuppato di caffè. image

Come il Dylan Dog che avevamo pubblicato nell’articolo precedente. Questo Nathan mi ha tenuto incollata allo schermo tanto che adesso è diventato lo sfondo del mio desktop. Ogni tanto ci parlo, quando mi blocco e non so più che scrivere. Lui non mi risponde, o forse sì: mi guarda e sembra leggermi dentro. Ma adesso, riprendo da dove ero rimasta: tazzine di caffè, stop al tempo e chiacchiero un po’ con Andrea.

D. La prima domanda è di rito: come hai iniziato, come hai scoperto la tua passione e come si sia impossessata di te? Andrea, con i suoi sogni iniziali e con tutta la forza che c’è voluta per arrivare a entrare nell’Olimpo degli dèi disegnatori.

R. È cominciato a dieci anni. È cominciato per scappare da una famiglia brutta e violenta. Disegnare è stata una porta che i miei genitori non potevano aprire per inseguirmi. Io mi sentivo al sicuro ed in quel modo provavo meno dolore e meno solitudine. Sostanzialmente io sono un narratore, Anna. Racconto per immagini come prima raccontavo con il microfono delle Radio italiane. Non l’ho fatto perchè mi piacesse, ma principalmente perché ne avevo bisogno.

D. Hai puntato il riflettore su un termine che ricorre spesso in campo artistico: bisogno. Spesso chi scrive, disegna, compone musica obbedisce proprio al bisogno di entrare in contatto con se stessi e trovare quell’equilibrio che permetta di vivere senza filtri. Qual è il bisogno che racconti?

R. Oggi racconto attraverso Facebook per esempio, del mio privato. Avrai notato che su internet non posto quasi mai cose di lavoro. Non lo uso come vetrina per far vedere che disegno bene: lo uso per raccontare le mie storie personali. Che siano storie vere, rispetto a quelle di fantascienza che disegno, fa poca differenza: narrare è un bisogno per sentirsi meno soli.

D. Anche scrivere non è semplice. Eppure riesci a essere presente e sempre molto sensibile nei confronti delle persone che ti circondano. Tra le foto che condividi con gli amici ce n’è una (la mia preferita!) che ti ritrae con una gattina di cui ho seguito le vicende. Ho sofferto con te perché hai reso possibile entrare nel tuo dolore, proprio attraverso le tue storie. Ecco, non voglio riaprire vecchie ferite, perciò ti chiedo una curiosità: sei il papà di Nathan Never. Ti è mai venuta voglia di disegnare in una sua storia dei gatti?

R. No, non vorrei disegnare gatti nelle storie di Nathan. Non ne sento il bisogno. Nella mia vita i gatti (fino ad oggi ne ho avuti 54) sono stati una soluzione per i miei problemi affettivi. Artisticamente, potendo scegliere, per il mio bisogno di raccontare (per immagini) mi soffermerei sulle problematiche, non sulle soluzioni. Narrativamente è molto più interessante un uomo senza ombrello sotto un temporale anziché con un banale ombrello piazzato opportunamente al momento giusto. Nella mia vita i gatti sono stati il mio ombrello, la mia soluzione. Disegnarli non mi darebbe stimolo. Narrativamente mi trovo più a mio agio a disegnare drammi umani e cupezze, come a denunciarli. Nella vita reale, trovo appagamento a ribaltare i destini brutti: anche in questo i gatti sono stati funzionali, mi hanno permesso di sentimi capace di fare la differenza. Da qualche anno lo faccio anche con gli umani. Questo dipende, credo, dal fatto che da bambino non sono riuscito ad oppormi a certi torti subiti. Da bambino e poi ragazzo il disegno è stato una fuga, poi è diventato uno strumento. Ma il nocciolo della questione rimangono quei torti e quel periodo.

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D. So che sei autodidatta e questa è una cosa che mi ha spiazzato. Credevo che tu avessi fatto un percorso specialistico e invece sei una di quelle rare persone che hanno un talento e riescono a coltivarlo fino a viverlo come professione. Ciò che mi incuriosisce riguarda la scelta, se vogliamo, della tua espressione, del tuo bisogno. Vorrei capirti, forse per capirmi, e offrire una chiave interpretativa ad altri. A me capita di disegnare quando ho emozioni forti da esprimere, di scrivere quando sento il bisogno di… leggermi. Tu hai lavorato nelle Radio italiane, potresti usare la scrittura per narrare ciò che hai dentro, eppure hai scelto come mezzo espressivo il disegno. Emozioni forti da incidere sul foglio o semplicemente attitudine? Sei stato tu a scegliere questo mezzo meraviglioso o si tratta di una propensione innata?

R. Da bambino non avevo la padronanza dell’italiano che ho oggi, e nemmeno le esperienze e le conoscenze per poter scrivere qualcosa di diverso dallo scimmiottare i romanzi di Asimov o di Salgari. La scelta del disegno era scontata, perché gestuale e non necessariamente aveva bisogno di una preparazione tecnica. Ovviamente dopo ho studiato molto. Negli ultimi quarant’anni posso contare decine di migliaia di ore al tavolo da disegno: non frequentare Scuole d’Arte non significa necessariamente non aver studiato. Lo stesso posso dire della Radio o dell’italiano: anche riguardo a questi non ho frequentato Scuole: ma ho passato una vita a studiare l’una e l’altro.

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Da adulto, padrone della lingua, per comunicare ho scelto il medium più adatto all’epoca: nella Radio girava molto denaro, grazie alla pubblicità ed al consumismo più sfrenato. Raccontare le mie storie e le mie emozioni (anche musicali) mi veniva naturale e il fatto di essere molto perfezionista tranquillizzava i miei Editori radiofonici. Mi pagavano benissimo per fare quello che avrei fatto anche gratis. Ma un Artista questo non deve mai dirlo, e per questo io mi sono sempre posto come un artigiano: perché gli artigiani sono pagati sempre, gli Artisti si vendono malissimo. Grazie alla Radio ho superato le mie timidezze, ho conosciuto l’applauso e la carezza di un pubblico affettuoso. Inoltre il mio parlare risultava “vero” e spontaneo, e questo in Radio era rarissimo. Fino al 1990 ho lavorato in 23 emittenti radiofoniche, sono stato Direttore Artistico in 12, ne ho comprata una. Poi dal 1990 al 1992 ho aperto uno studio di registrazione, l’ho gestito per 2 anni, ho scritto spot pubblicitari, musiche, lavorato con cantanti e imparato molto su come narrare le emozioni, parlate, musicali, e di altro tipo. Intanto disegnavo sempre, privatamente, e senza saperlo studiavo sempre come raccontare anche per immagini. Nel 1993 ho deciso che sarebbe stato il caso di investire nel fumetto: stava diventando un medium ricco e importante e mi misi a studiarlo seriamente: mi sono chiuso in casa per un anno e mezzo e mi sono dedicato solo allo studio dell’anatomia e della prospettiva. Poi nel 1994 ho presentato il mio portfolio a Stan Lee e a Bepi Vigna. Ho fatto le prove in Bonelli e sono stato preso. Contemporaneamente Stan mi organizzò un appuntamento con Tom De Falco (che all’epoca era il Direttore Generale della Marvel) e mi presero anche in Marvel.

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All’epoca la Bonelli voleva l’esclusiva, e dovetti scegliere. Per i successivi vent’anni ho disegnato Nathan Never e non sono pentito della mia scelta. Sostanzialmente il fatto di non scrivere non è stata una mia scelta, ma una scelta dell’Editore: evidentemente mi trova più adatto come disegnatore ed in quel ruolo non mi ha mai fatto mancare il lavoro. Personalmente scrivere sceneggiature mi costerebbe anche meno fatica, ma ho trovato un equilibrio nella Casa Editrice e non voglio andare a turbarlo con cambi di ruolo destabilizzanti. La mia scelta rispetta una politica aziendale che è certamente più grande di me, del concetto di talento e delle potenzialità inespresse che sicuramente sono in ognuno di noi. Lo storytelling è il mio forte. La narrazione. Oggi, dopo quarant’anni che disegno (20 da professionista) e trentatré che comunico, ti posso dire che in realtà non ho mai cambiato mestiere: io sono un narratore. Tutto il resto è solo un accessorio, il medium di moda del momento. Negli anni ’80 la Radio.

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Negli anni ’90 il Fumetto. Forse, oggi, il medium sono i Social Network. Mi sono affacciato anche a quelli. E vedo che la mia propensione è di interfacciarmi con essi in modo autonomo dal disegno. Avrai notato che in un mondo virtuale di gente che non perde occasione per far vedere quant’è brava, io non posto quasi mai i miei disegni, preferisco scrivere i miei pensieri etici e le mie sensazioni, tra animo umano e vicende feline. Sì, forse i Social Network sono il nuovo medium attraverso il quale comunicare ancora: ma devo trovare ennesimamente il modo di concretizzare la cosa monetariamente, altrimenti non mi interessa: sono pur sempre un artigiano, mica un Artista. Devo pagare il mio pensiero. Io sono un mercenario. Se aprirò un blog lo chiamerò “Cogito, ergo spam.” Lo vedi? Resto un creativo.

D. Sei un creativo, c’è poco da dire: il titolo del blog mi pare azzeccatissimo. Tutto quello che hai detto finora mi porta alla seconda domanda che mi era venuta in mente prima e che riguarda proprio i tuoi pensieri etici. È vero, usi i Social non per pubblicizzarti ma per esprimere ciò che pensi, senza veli e senza filtri. Ho seguito con interesse le ragioni per cui non intendi andare a Lucca Comics e ho apprezzato, come sempre, la tua onestà artistica. Cosa pensi si possa fare in Italia nel campo della promozione del fumetto, cosa è stato fatto male finora e cosa manca?

R. La cosa peggiore è stato fare gli Artisti. L’errore di disegnatori e sceneggiatori è stato di non avere una coscienza sindacale, di porsi individualmente, di non considerarsi parte di un tutto, di non aver saputo costruire una categoria compatta e che avesse un peso contrattuale. Ognuno disposto più o meno a lavorare gratis o quasi pur di pubblicare. Provassimo a chiedere ad un idraulico di sturarci il lavandino gratis pur di poter dire ai suoi amici “sono un vero idraulico, ecco le prove!” riceveremmo un gran pernacchione. Con gli Artisti questo purtroppo non accade. Queste persone hanno contribuito al proliferare di piccoli falsi Editori che non sono nemmeno degni di questo nome, poveri di mezzi economici e di idee. E privi totalmente di gusto e di coraggio. In altri Paesi, un Editore senza soldi e senza idee viene considerato dagli Autori come spazzatura, in grado di inquinare la categoria, e non certo un’occasione. Quegli Editori italiani incapaci negli ultimi anni hanno devastato un mercato che forse poteva offrire potenzialità interessanti. Anche a quegli stessi Autori che non sapevano contrattare. Queste oggettive responsabilità hanno reso il mercato piatto, e la categoria oggi sembra non avere più tanta dignità. Inoltre sarei favorevole a limitare quella parola orribile che è “fumettaro”. Già il termine “fumetto” sembra essere un “lavoretto”, una “cosetta”. Preferirei si cominciasse a parlare di “narrativa disegnata”. “Fumettaro” è una parola orripilante, alcuni miei colleghi se ne pregiano, in nome del fatto che lo disse Pratt. Ma Pratt lo disse in un periodo ed una condizione in cui apparire anticonformista pagava assai; oggi gli Autori che si autocertificano “fumettari” non guadagnano nemmeno un decimo di quello che guadagnava lui.

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In un panorama del genere preferisco definirmi “artigiano” e parlare del mio mestiere come di “narrativa disegnata”. In concreto le Case Editrici italiane degne di questo nome sono pochissime. La Bonelli, che è forse la più famosa di queste, da sessant’anni paga bene e puntualmente, sperimenta e rinnova i propri prodotti inediti e se li auto produce. Ma che sia praticamente ormai una delle pochissime realtà serie non fa onore alla categoria. Ci vorrebbe un cambiamento. Il degrado culturale e la sempre minore attitudine alla lettura non aiutano.

È sempre un immenso piacere parlare con te, Andrea. Non ti trattengo oltre, ma fornisco ancora il link ai nostri lettori il link della tua pagina Facebook e una data: 6 novembre 2013. Ho partecipato anche io alla discussione molto interessante, nella quale è intervenuto anche Cladio Villa. Leggerti, oltre a vedere ciò che esprimi attraverso le tue tavole, credo che sia il modo migliore per comprendere il magnifico mondo che hai dentro. Io ti ringrazio a nome di tutto lo staff e degli utenti che si fermeranno a leggere. E per questa fantastica tua dedica… sono senza parole. Grazie di cuore.

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Narrativa a fumetti – Andrea Cascioli


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Mettetevi comodi e godetevi un viaggio, in mia compagnia, tra i continenti del talento nostrano.

La prima terra in cui mi fermo, appartiene ad Andrea Cascioli. Dubito che qualcuno non lo conosca ma se così fosse basterà dire che si tratta di uno dei personaggi più noti del fumetto made in Italy: sto parlando del papà di Nathan Never. Diversi sono i link su cui cliccare per saperne di più. Basterà usare l’intramontabile Wikipedia e andare a curiosare nella pagina della Bonelli.

Ciò che più mi ha affascinato di lui è stato scoprire come abbia saputo coltivare il suo talento. Da autodidatta questo Artista è riuscito a prendere posto nell’Olimpo della narrativa a fumetti (termine squisitamente preciso che prendo in prestito proprio da lui). Ma non ditegli che è un Artista, eh? Perché altrimenti vi spiegherà come si senta invece “artigiano” e io inizierò ad ammorbarvi con i miei improbabili acrostici sull’A.R.T.E. Nella sua pagina facebook ufficiale potrete leggere una interessante discussione su chi decida cosa sia l’arte e l’artigianato.
Sempre sulla sua pagina ufficiale,  vi consiglio di leggere le motivazioni per cui anche quest’anno ha deciso di non partecipare a Lucca Comics. Ragioni che poi sono identiche a molti anni prima quando decideva con fermezza che non avrebbe partecipato a eventi che non tenessero conto dei numerosi fan che vi partecipano.

Un vero Artista a 360 gradi, per me, senza nulla togliere alla sua definizione di “artigiano”. Se un talento può essere riconosciuto, e in questo caso non credo ci siano dubbi, un Artista lo si individua dal grado di umiltà, e umanità, che guida ogni sua azione. L’umanità di Andrea è ciò che lo rende un grande personaggio della nostra narrativa a fumetti. Non mi riferisco solo al panorama italiano. Perché osservate questo Spiderman Vs Spawn del 1993.

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E dopo il “saluto dal vostro amichevole Spiderman di quartiere” [CIT.] ditemi qualunque cosa, ma se scopro che Andrea Cascioli si trova a cena con amici, e d’un tratto gli viene in mente di fare uno schizzo mentre beve il caffè e produce questo disegno… beh… non so voi, ma io riconosco quel guizzo geniale di cui pochi sono dotati. Ah, prima di lasciarvi: il disegno qui sotto è stato fatto su un tovagliolo di carta, con inchiostro e caffè. Quasi quasi andrei a prendere un caffè anche io in compagnia di Andrea. Può essere che decida di farvi una sorpresa, cari utenti e amici del Wd. Tenete d’occhio il nostro blog… chissà quante sorprese ci saranno per voi 😉

Buona vita ai sognatori :)

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Della crisi editoriale


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Sabato sera sono stata in libreria con un’amica, una a cui piace leggere ma che dell’editoria se ne sbatte – giustamente – alla grande. Una lettrice a cui interessano i libri che vengono pubblicati, che va in libreria per comprarli, che si dispiace della chiusura delle librerie, che ne vorrebbe di più.

Mi ha detto che fatica a trovare bei libri. Troppa confusione, troppi titoli tutti uguali, mi dice. Non sa dove orientarsi e come farlo, perché tra strilli di fascette, passaparola ambigui e marketing selvaggio i libri belli, quelli con una trama e un titolo diverso da “I magici segreti dei profumi perduti della cannella e del cioccolato fuso nella cucina segreta chiusa nella biblioteca misteriosa”  non sono proprio facilissimi da trovare. Devi scavare tra gli scaffali, per poter recuperare qualcosa di interessante.
Per dire, persino i librai lo fanno: quando chiedo un determinato titolo – narrativa contemporanea, niente cose astruse che giustifichino una ricerca complessa – si devono praticamente tuffare in apnea e cercare per mezz’ora. Ormai, andare in libreria è un passatempo da archeologi.

Tornando a noi, la discussione con la mia amica mi ha fatto riflettere. Pochi giorni fa c’è stata la Buchmesse, la Fiera del libro di Francoforte, da cui sono arrivati sconfortantissimi dati sullo status dell’editoria italiana (intendiamoci, nulla che già non sapessimo; però vedere che hanno finito di ficcare la testa sotto la sabbia e dire “siamo ottimisti” fa capire che ormai siamo arrivati a destinazione): il calo delle vendite è spaventoso, si parla di -14% nel giro di due anni.
Si è attribuito questo crollo alla crisi che sta attanagliando non solo l’Italia, ma tutto il mondo; si faceva anche notare, però, come l’editoria abbia sempre dimostrato di essere anticiclica, di crescere nei momenti di crisi e di stagnare nei momenti buoni.

Si diceva, fino a qualche tempo fa, che la crisi dell’editoria poteva essere attribuita al costo “folle” dei libri; poi, però, siamo stati invasi da edizioni iper economiche: 14,90€, 9,90€, 5,90€. Siamo arrivati a 0,99€ con la collana Live della Newton Compton. Dispiace, ai lettori? In teoria no: una marea di libri, prezzi più basse, edizioni cartonate. Evviva, una festa! O no?
No. Perché questi libri così economici, con le copertine cartonate, con le sovraccoperte patinate dai colori brillanti e le immagini e i font tutti uguali (le distinguete più le case editrici una dall’altra? Dove diavolo sono finite le linee editoriali?) sono tutti assolutamente identici.
Tutte le fascette strillano al caso editoriale dell’anno, del mese, della settimana, o acclamano l’autore come l’erede di qualsiasi grande autore possibile. Ormai tutti i grandi autori hanno, stando alle fascette e al marketing, almeno una dozzina di eredi a testa. Accidenti, siamo invasi dai Grandi Narratori!

In realtà siamo solo invasi dai cloni. Centinaia di libri tutti dannatamente uguali, fotocopie l’uno dell’altro su titoli, temi, trama (quando va bene e una trama c’è); gli editori cercano di sfruttare i filoni d’oro, prima col paranormal romance, poi col giallo svedese – cos’è, se un thriller o un giallo non lo scrive uno svedese o un nordico non va più bene? – poi con la narrativa erotica, poi… Poi non importa.
Le case editrici hanno cercato la gallina delle uova d’oro, hanno considerato i lettori un po’ dei mentecatti, credendo che non si accorgessero che stavano propinando l’oro porcheria riciclata di volta in volta.
Si sono dimenticati, in breve, che a reggere il mercato editoriale, in Italia, sono i lettori forti. E i lettori forti non sono quelli che comprano il libro della conduttrice o del conduttore del momento, o l’ennesimo “caso editoriale”.

E giusto per rendere il tutto più grottesco, i libri che non sono figli del marketing, quelli con una loro dignità, quelli che puoi davvero trovare belli e interessanti, continuano a costare 17, 18, 20€ in edizione brossurata.

Diritto di critica e dovere di recensire


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Perché fare una recensione è un dovere, ma è anche un diritto.
Al suo interno bisogna essere capaci di dosare tutti gli elementi oggettivi e soggettivi della tua lettura, di quello che pensi, dei confronti con argomenti simili e, soprattutto, di ciò che l’esperienza con quel dato libro ti ha dato.
I requisiti minimi per recensire un testo senza ridicolizzarsi agli occhi di chi ti leggerà (ed è il più grande inganno in cui tutti cascano, soprattutto quando si è insolenti o supponenti) sono pochi, ma irrinunciabili:

Sincerità: non puoi dire b per a. Non puoi valutare bene qualcosa che non ti è piaciuto, o non leggere per intero un libro (anche se ne estrapoli gli estratti, tutti delle prime 40 pagine) e poi raccontare di quanto è pessimo tutto il prodotto. I lettori non sono scemi, e nemmeno quelli che cercano consigli. Se ne accorgono quando dici le bugie, e rischi di essere svergognato.

Lettura: Sì. Perché tutti sanno leggere, ma non tutti sono in grado di raccontare e analizzare la loro esperienza. Se non te la senti, non sei obbligato a farlo. Leggere è in primo luogo un’esperienza intima, totalizzante. Rimane a te. Per trasferire quello che senti agli altri, devi essere capace di trasmettere.

Oggettività: Devi scordare che stai leggendo qualcosa di qualcuno che conosci. Che ami o che odi. Devi dimostrare che non ti sei fatto condizionare da quello che pensavi prima di leggere. Il gusto personale deve incidere, è ovvio, ma non può diventare il tuo unico metro di giudizio. Proprio perché alla fine rischi di non giudicare un testo sul bene e sul male, ma solo sul mi piace/non mi piace. Mi spiego: non è che se l’autore non traveste i propri protagonisti di glitter e swarosky e non li fa vivere nella società americana, un testo non vale la pena di esistere. Chiediamoci sempre perché sono d’accordo o in disaccordo con il contenuto di quello che leggo. Sono io… o realmente non va?

L’opera: Mai, in alcun modo, devi giudicare l’autore nel personale e nel suo complesso da un testo. Sia che lo faccia in maniera sottile o in modo palese. È una prassi squallida, che mostra soltanto agli altri quanto tu sia invidioso.

Critica Costruttiva: Quello che dici, anche se negativo, va sempre inserito in un’ottica di miglioramento, di suggerimento, di dimostrare gli ostacoli che l’autore deve superare. Fai attenzione a non travalicare il limite, perché rischi che alla fine non stai recensendo, ma dileggiando qualcuno e il suo lavoro. E sono pochi quelli che possono permettersi un lusso del genere, soprattutto se consideri che, ahinoi, tanti autori hanno l’ego di cristallo.

Ma, infine, il mio preferito è sempre uno:

L’autorevolezza. Perché, se non fosse chiaro a chi scrive e a chi legge, il primo punto su cui non discutere (e non fare sconti) è la sovranità del lettore, il cui potere di giudizio non va patteggiato. Può essere mediato, oggetto di confronto se possibile, ma non contestato. Mettiamoci in testa una buona volta che il parere del lettore è sacrosanto, e che è autorevole in quanto tale. Per cui piantiamola di schermarci dietro ai titoli, o dietro a presunte esperienze sul campo che di fatto possono essere smentite dal primo che sta a un gradino sopra di te. Il lettore è autorevole perché legge, va rispettato perché si dedica a te, ti regala il suo tempo e ha diritto di poter dire se questo tempo lo ha usato bene o male con il tuo libro, senza che tu, autore, lo attacchi.  Così come, quando recensisci, non spacciarti per chi non sei. Rischi di diventare lo zimbello per chi magari scopre che non è vero nulla, anche quando il tuo branco osanna le tue esperienze. Perché prima o poi qualcuno ti rimette al posto tuo, sollevando il velo su quello che non sei.

Non è chiaro?
È un po’ come dire di essere esperti in tematica letteraria LGBT e di aver addirittura fatto attivismo, e poi dimenticarsi di aver dichiarato in precedenza di  non sapere nemmeno chi sia Genet, o di non aver letto il De Profundis, di non vedere gli albori della tematica in Alice nel paese delle meraviglie, di non conoscere ma disprezzare Tondelli o ancora di parlar male di un Gastaldi o un Carrino che coi loro esordi hanno segnato indelebilmente l’evoluzione della narrativa post gay nel nostro paese.
È lo stesso principio, che io sostengo da anni, che vale per gli scrittori o presunti tali: pubblicare non ti dà un titolo. Quello te lo devi guadagnare con impegno, umiltà e sudore. Scrivere piace a tanti, ma non tutti lo sanno fare, e non tutti quelli che riescono ad avere un marchio su una copertina a proprio nome, possono sentirsi scrittori (e magari guardare gli altri dall’alto in basso).

Ah. Io ora mi preparo per andare al mare, in compagnia di un buon libro.
Auguro “Buon relax” anche a tutti voi. 😀

 

Call Center Book


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– Pronto, buongiorno, sono Christian e la chiamo dalla VendiamoLibriDiEsordienti. Volevo chiederle, lei legge?

– Sì, beh, insomma, qualche volta… Ma guardi, non sono interessato…

– Un attimo solo, volevo informarla dell’uscita del nostro nuovissimo libro, Un tramonto sul mare. Guardi, a soli 9,90€ potrà godere di un libro potente, sconvolgente, profondo.

– Ma no, insomma… Poi mi chiamate tutti i giorni, di libri ne escono fin dalle pareti…

– Certo, la capisco. Però, mi creda: si tratta di un libro che la conquisterà. Ha già  conquistato milioni di lettori, siamo alla ventesima ristampa nel giro di una settimana!

– Sì, però vede… Deve capirmi. Tanta gente mi dice che ha comprato libri da voi e non si è trovata bene.

– Ma non si preoccupi! Ha il diritto di recesso, entro trenta giorni se ha qualsiasi tipo di problema la rimborsiamo e la facciamo tornare al suo vecchio libraio a nostre spese. E le mandiamo il contratto a casa!

– Mah, non so… Devo parlarne in casa… E comunque, se dopo il libro non mi piace?

– …Perché, intende anche leggerlo?

 

Non è così inverosimile, no?

La gente si lamenta di essere bersagliata dalle telefonate a casa (e io sono una di quelle che vi scoccia per offrirvi un nuovo piano telefonico, quindi vedete di non insultarmi la categoria, oh). Però, se per quanto riguarda telefono, televisore, olio e forex online – sì, hanno iniziato a chiamare anche per chiedere se si è interessati a fare trading – si può anche capire il marketing battente, quando si parla di libri la questione è un po’ più delicata.

I libri non sono un prodotto di largo consumo e, soprattutto, oltre a essere semplici “prodotti” hanno un valore culturale. Ed è un valore intrinseco, al di là del fatto che sia un libro bello o un libro brutto, non è di questo che voglio parlare.

Stamattina la casa editrice Chiarelettere lanciava l’hashtag #fascetta su Twitter, per discutere sull’ormai immancabile fascetta che accompagna quasi sempre le novità della medie e grandi case editrici.

E a tal proposito: possibile che ogni libro che esce sia un grandissimo successo editoriale, nato dal passaparola, creato dai librai, da internet, dalla popolazione tutta e che ha avuto quattordici ristampe nel giro di tre giorni?

Di come la Francia vuol salvare le librerie


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(Sottotitolo: Ma funzionerà?)

Leggo su Liberos la notizia di come la ministra della cultura francese, Aurélie Filippetti, intenda agire per salvare le librerie del suo Paese:

Le ha illustrate un mese fa al Salone del Libro di Parigi, annunciando un piano di aiuti e correttivi legislativi che in Italia suonano come pura fantascienza: subito 9 milioni di euro destinati ai librai indipendenti, un fondo di sostegno, limiti all’azione dei colossi digitali e la nomina di un mediatore del libro.

Si parla di eliminare anche il 5% di sconto massimo finora consentito e di rendere a pagamento la consegna a domicilio da parte dei venditori online. Sono misure ancora teoriche di cui si dovrà ancora decidere.

Tuttavia, pensare a un provvedimento come la rimozione della consegna gratuita – anche al di sopra di una determinata soglia di spesa – per quanto riguarda gli acquisti di libri online appare un azzardo.

E non appare nemmeno particolarmente sensato: se, da un lato, è comprensibilissimo l’intento di arginare lo strapotere e le agevolazioni date dai colossi online (basti pensare ad Amazon Prime, che con 9,90€ l’anno dà la possibilità di avere spedizioni gratuite con qualsiasi spesa, anche minima), dall’altro non è chiaro per quale ragione si voglia andare a colpire quella che è un’agevolazione che esiste da anni per quanto riguarda la vendita online.

La domanda di fondo rimane una: penalizzare l’acquisto online per salvaguardare la vita delle librerie è la strada giusta?

Si scrive ‘Speechless’ si legge ‘perfect’.


speechless

Buonasera, buongiorno e buonanotte, mie adorate bestioline!
A distanza di due giorni – o tre, dipende da quando leggerete questo post (o da quando lo posterò io) – sono tornata su questi lidi, anche stavolta per una pseudo-recensione.
*Non hai qualcosa da fare? Come morsicarti le dita? Tagliarti una gamba? Studiare?*
… siete pessimi, lasciatevelo dire.

Anyway, suppongo vi stiate chiedendo cosa ci faccio di nuovo qui, perché e a portarvi cosa.
Beh, spero che il titolo dica abbastanza, ma per essere più espliciti, siamo qui per festeggiare (perché io e centinaia di altre persone, aspettavamo con assoluta impazienza!) l’uscita del nuovo numero di Speechless.
Suppongo vi ricordiate di cosa sto parlando (nella fattispecie, di questo qui, bestioline).
Prendete biscottini, thè caldo e mettetevi comodi, gente, the game is on!

 

Lo sapete, ormai, la prima cosa che io guardo è – ovvio – la copertina (sì, se ve lo state chiedendo, sono rimasta a guardarla per un periodo indefinito).

La cover artist di questo numero, è nientepopodimenoche Yuko Rabbit (qui, il suo sito), che ci delizia con un’intervista heart to heart (e una serie di lavori spettacolari dai colori morbidi e caldi) dove ci rivela il suo essere “autodidatta” e permettendoci di far diventare i suoi sogni, anche un po’ anche i nostri – e dandoci quel filo di speranza che in questo periodo manca, vé -.
(Se pensate che l’inizio sia col botto, immaginate il resto!)
Speechless tratta di argomenti attuali – come già ho avuto modo dirvi -, ma anche alcuni che spesso vengono lasciati in disparte e che costituiscono invece una nuova realtà editoriale (bellissima, a questo proposito, l’intervista a Emons Audiolibri) e, sempre sulla stessa linea, l’articolo editor-scrittore e sul self publishing (ho personalmente apprezzato le pagine dedicate a Bao Publishing, editore di fumetti perché… beh, perché amo i fumetti).
In realtà, Speechless – in questo numero come negli altri – ci omaggia di tantissimo materiale, curato, professionale, ma non per questo meno ironico e interessante, che ti permette di leggere oltre duecento pagine con la leggerezza e la voglia di scoprire che cosa ci sia come prossimo articolo, non accorgendoti di rimanere ore e ore incollato allo schermo senza mangiare, senza bere, senza cucinare (… non sto assolutamente parlando di me, che cosa vi viene in mente?).

Merito al merito, su questo punto, bisogna dire che questo è permesso anche dalla grafica ordinata e spaziale, che ti permette di sfogliare un’editoriale di questo livello, in assoluta tranquillità e benessere.

Per questo – e per altro – potrei stare ore a elencare tutti i vari passaggi di questo meraviglioso nuovo numero (come per esempio, il “capitolo” dedicato alla nuova grapich novel di Victoria Francés, quello dedicato al duecentennale di Orgoglio e Pregiudizio, l’intervista a Vicolo Cannery, oppure tutti i racconti presenti che s’incastrano alla perfezione con il resto) ma poi vi toglierei il divertimento di andare a leggerlo, e non voglio certo farvi un tale sgarbo, bestioline.

Quello che so – ed è un po’ personale come considerazione, ma anche assolutamente oggettiva e su cui vorrei rifletteste – è che (visto il risultato finale) può sembrare facile creare una rivista di questo genere (che sembrava così ben avviata fin dal principio) ma, in realtà, si va avanti, sì, con la professionalità – perché senza quella dove vai? – ma anche e specialmente con la voglia di fare bene il proprio lavoro, con l’essere innamorati della propria creatura, e con la consapevolezza (e la speranza) di riuscire dove molti hanno fallito.
Siamo passati da “svicolare i muri precocenttuali” (come avevo detto la scorsa volta) a “cambiamo le cose, perché possiamo farlo” e, in soli quattro numeri, penso sia un traguardo enorme, ed è anche per questo che considero Speechless la miglior rivista sul mercato (per modo di dire, considerando che è assolutamente gratuita) in questo momento.

By the way, in attesa della prossima uscita (… adesso? Dai, dai!) ci tengo a segnalare l’iniziativa che Diario porta avanti. Parlo di What woman (don’t) want, contro la violenza sulle donne. Il progetto completo uscirà a breve (e magari ci faremo un articolo particolare anche qui sul WD), ma nel frattempo vi lascio più che volentieri con la preview dei racconti.
Live long and prosper, bestioline (c’ho attaccato il morbo con Star Trek, che volete? Tzè!) e al prossimo post!

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