Category : Writeaholic

Sul diritto d’autore


copyright

Per legge, chiunque crei una qualsiasi opera di ingegno – un romanzo, un racconto, una poesia, una canzone, una traduzione etc. – acquisice, automaticamente – nel momento stesso della creazione ed anzi, addirittura durante la creazione stessa, si pensi ad es. alle opere incompiute – , il diritto ad essere considerato il solo autore della sua opera. Fin qui siamo tutti d’accordo. Sto parlando del diritto morale d’autore, che comprende anche altre facoltà. Il diritto morale d’autore è un diritto indisponibile. L’autore non può alienare, a titolo gratuito o oneroso, e neppure dismettere la sua qualità di autore a terzi. Oggi persino la Disney ha riconosciuto che non tutti i suoi disegni animati furono opera del fondatore Walt, ma di decine e decine di anonimi collaboratori sottopagati.

Ma il diritto d’autore ha anche un aspetto patrimoniale: il diritto di sfruttamento economico dell’opera. E si tratta di un diritto disponibile, come per tutti i diritti di natura patrimoniale. Sia in vita che per testamento. In genere, l’autore ha la titolarità fin da subito anche del diritto di sfruttamento economico delle sue opere. Non sempre. Salgari aveva firmato un contratto che cedeva i suoi romanzi futuri e una simile transazione è perfettamente legale anche al giorno d’oggi (che poi Salgari si sia suicidato (anche) per questo, è un’altra storia); si deve ritenere che, nella stragrande maggioranza dei casi, uno scrittore, soprattutto se alle prime armi, è il contraente cd. debole rispetto all’editore, nel senso che è disposto ad accettare di cedere il suo diritto economico d’autore sull’opera per il tempo massimo consentito dalla legge – vent’anni – senza praticamente nessuna vera contropartita o garanzia. So che questo problema, per molti di voi, sembrerà passare in secondo piano rispetto a quello di, innanzitutto, trovare uno straccio di editore, non eap, che vi pubblichi, ma non per questo è di poco conto. Firmare un contratto con, ammettiamo, una grande e seria casa editrice non vi assicurerà necessariamente soldi – ho visto Eco per strada due volte negli ultimi dieci anni e giuro che aveva sempre la stessa giacca – e diffusione dell’opera. La grande casa editrice vi farà firmare un contratto editoriale che vi vincolerà per vent’anni, dove non assume l’obbligo di un tot di edizioni e magari in seguito si disinteresserà dell’opera e dovrete ricorrere alla scappatoia prevista dal codice del diritto d’autore: chiedere all’editore, con raccomandata a/r, se ha intenzione di procedere ad una nuova pubblicazione da qui ad un anno e, in caso contrario, liberarsi dal contratto.

Il diritto patrimoniale d’autore si estende per tutta la vita dell’autore e per settant’anni dalla sua morte. Ovviamente, a beneficio dei suoi eredi, testamentari o legittimi che siano. Sembrerebbe – e lo è – una norma di civiltà. é giusto che l’autore e i suoi eredi beneficino dei proventi dell’opera. In realtà, il 90% o più dei proventi andranno all’intermediario, l’editore. Credete dunque che il diritto patrimoniale d’autore vi renderà ricchi? Allora siete senza speranza. Credete che il diritto patrimoniale d’autore non ostacolerà la diffusione della vostra opera – una cosa che dovrebbe starvi molto a cuore – , da vivi come, corna facendo, da morti? Datevi voi una riposta, ma se avete in corso vari download dai vs. muli e torrenti vari siate quantomeno coerenti. In un’epoca di scambi peer to peer, dove l’unico vero valore è il tempo e la scelta di cosa vedere/leggere/ascoltare, nuove forme di remunerazione, morali ed economiche, dovrebbero essere pensate. Hanno senso ancora il ruolo dell’editore e del distributore, intermediari che non solo fanno da diga ai proventi, ma che aumentano esponenzialmente i costi ed impongono dictat su cosa pubblicare e cosa no, quando i dati possono essere smaterializzati? Ed ha senso inquinare per produrre beni, i libri, bellissimi oggetti feticci, ma pur sempre, appunto, feticci? Leggere ebook è forse contrario alla vostra religione? Il codice del diritto d’autore – e relativo regolamento attuativo – sono del 1942, più antichi della Repubblica Italiana.  È stato scritto da un regime dittatoriale, alleato dei nazisti, mentre l’Italia era una monarchia e c’era una guerra in corso.
Non sto offrendo soluzioni e se sembra che stia parlando da un pulpito, chiedo venia, ma possibile che non siamo in grado di pensare a qualcosa di meglio, o almeno di più moderno? 70 anni dalla morte dell’autore. A chi giova veramente? é poco o è molto? Pensate che il Mein Kampft diventerà di pubblico dominio il 30 aprile 2015. Fino ad allora arricchirete gli eredi di Hitler, da qualche parte in Austria, e soprattutto i suoi editori. Dal 1 maggio 2015 sarà disponibile gratis. Anche se vi consiglio di leggere cose più interessanti.

Articolo scritto da Avvocatospadaccino.
Dice di sé: tempo fa persi tutti i miei ideali, come Secco dei Simpson e mi iscrissi a giurisprudenza. Forse a qualcosa è servito. Di certo sono servite le lezioni di scherma!  

Impaginazione: alcuni consigli


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Se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, è altrettanto vero che nel momento in cui vogliamo autopubblicare il nostro romanzo, questo debba essere il più possibile piacevole per l’occhio e agevole per la lettura.

Tutto sta a gestire bene pochi parametri: pagina, margini e caratteri.

Innanzitutto teniamo presente che il print on demand a cui ci rivolgiamo potrebbe avere degli standard o delle richieste particolari, quindi prima di tutto informiamoci presso di loro su quali siano i requisiti per l’impaginazione o meglio ancora, se forniscono un modello già impaginato, atteniamoci a quello.

Il punto principale di cui tenere conto è la dimensione della pagina. Nella maggioranza dei casi i POD stampano in formato A5 (15x21cm). Convertire il foglio in questa dimensione è questione di pochi click. Ad esempio da Word 2007 basta andare alla scheda “Layout di Pagina” > “Dimensioni”.

Nella stessa scheda troverete anche l’opzione “Margini” che vi permetterà di regolare lo spazio attorno al foglio. Se non specificato diversamente, per evitare problemi di sorta la dimensione ottimale è quella predefinita: 2 cm a destra e sinistra, 2,5 cm il superiore e 2 cm l’inferiore.

Un’altra cosa da definire è l’interlinea, che per un formato A5 è meglio singola (l’interlinea 1,5 va bene per le cartelle in A4 ma in una pagina così piccola renderebbe la lettura fastidiosa), facendo attenzione che non ci sia spaziatura tra i paragrafi (settate il valore a 0) in modo che la distanza tra le righe sia sempre uguale.

Un tocco in più, che dà un aspetto più professionale, è quello di inserire il rientro della prima riga di ciascun paragrafo, attenzione però, questo non va fatto premendo lo spazio o con il tasto tab, ma utilizzando l’apposito comando dal menu “Paragrafo” alla voce Rientri > Speciale > Prima riga, impostando un valore a vostro piacimento (già 0,5 cm è sufficiente).

Per quanto riguarda la scelta del carattere, se il testo è per la stampa, meglio optare per un carattere “con grazie” (ossia gli abbellimenti alle estremità delle linee) che sia chiaro, leggibile e non troppo inusuale. Dei buoni esempi possono essere il Book Antiqua, il Garamond o il Georgia. Alcuni usano il sempreverde Times New Roman, ma secondo me non rende molto bene perché è troppo stretto e a molti non piace.

La dimensione del carattere ideale potrebbe essere 11, il 10 è piccolo ma può andare se il testo è lungo e volete risparmiare spazio (sconsigliato per il Garamond che è un carattere già piccolo di per sé) oppure il 12 se volete un carattere chiaro e bello grosso, comunque non più di 12 e non meno di 10 altrimenti la lettura potrebbe diventare fastidiosa.

Un altro piccolo accorgimento è quello di dare “ariosità” alla pagina, ciò significa non presentare un muro di testo compatto, ma andare a capo quando necessario e lasciare il giusto spazio tra un capitolo e l’altro o tra una scena e l’altra.

Fate attenzione anche a inserire le interruzioni di pagina (con l’apposito comando Inserisci > Interruzione di pagina, oppure Ctrl+invio) alla fine di ogni capitolo in modo che il testo vada nella pagina successiva nel modo giusto. Premere ripetutamente invio provoca solo disallineamenti e spaziature anomale che rovinano l’estetica del testo.

Ultimo, ma non meno importante: ricordarsi sempre di inserire la numerazione di pagina. Potete scegliere tra varie opzioni, ma se non volete complicarvi troppo la vita, è sufficiente inserire i numeri di pagina in basso al centro (utilizzando sempre la numerazione automatica), nello stesso carattere del corpo del testo ma leggermente più piccolo in modo da non infastidire.

Chi vuole dare un tocco in più può anche decidere di inserire titolo e autore nell’intestazione di ogni pagina (alternati) ma non è indispensabile. Già i piccoli accorgimenti consigliati qui sopra dovrebbero essere sufficienti ad avere un testo pulito e leggibile che soddisfi i lettori.

Come scrivere la sinossi


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Capita spesso che, quando vogliamo sottoporre il nostro manoscritto a un editore o a un agente, questi ci chiedano di allegare una sinossi. E anche nel caso non sia richiesta, è sempre utile aggiungerla come una presentazione dell’opera.

Una sinossi è un riassunto il cui scopo è dare uno sguardo d’insieme sul testo che si vuole presentare.

Non confondiamo però la sinossi con una relazione di dieci pagine piena di dettagli inutili o di contro con una “quarta di copertina” che corrisponde spesso a un resoconto incompleto e scritto unicamente per attirare l’attenzione e incuriosire, senza rivelare particolari rilevanti della storia. Una sinossi vera e propria deve essere esauriente e contenere tutti i punti salienti della trama in modo da dare un’idea precisa di cosa si andrà a leggere. Ciò significa che in una sinossi va inserito tutto ciò che è rilevante per la storia, compreso il finale.

Non abbiate paura di fare spoiler, una sinossi non è altro che una versione condensata della vostra opera e chi la legge deve sapere tutto ciò che succede. In particolare la sinossi sarà così composta:

  • Ambientazione: la parte iniziale della sinossi serve a dare un’idea generale dell’ambientazione della storia sia per quanto riguarda il dove che per quanto riguarda il quando si svolge;
  • Trama: dovrete riportare fedelmente tutti i momenti più importanti della vostra storia, possibilmente rispettando lo schema “inizio – complicazione – svolgimento – climax – scioglimento”, e non mancate di raccontare anche il finale: chi valuta il vostro testo deve avere ben chiaro ogni dettaglio per capire se la storia può funzionare;
  • Stile: nelle righe finali potete aggiungere qualche considerazione sullo stile di scrittura utilizzato e sui motivi delle vostre scelte.

Oltre a essere esauriente, però, la sinossi dovrà essere anche sintetica. La lunghezza ideale è di una o due pagine (o cartelle da 1800 caratteri), dovrà quindi contenere solo le informazioni essenziali.

Ecco qui di seguito alcune cose da evitare di inserire perché superflue o non inerenti:

  • la vostra biografia o altre informazioni personali
  • preghiere o frasi di cortesia per muovere a compassione l’editore
  • un vostro giudizio personale sulla storia (è compito dell’editore valutare se sia buona o meno e l’autocompiacimento non vi farebbe fare una bella figura)
  • altre informazioni superflue che non riguardino strettamente la trama dell’opera

Lo scopo della sinossi è quello di mettere in luce i punti di forza della vostra storia e dare un’idea chiara di come questa si sviluppa.

Molte volte può essere utile anche scrivere una sinossi prima del romanzo vero e proprio, aiuterebbe così ad avere sempre ben chiara la struttura di base ed eviterebbe di fare passi falsi in corso di scrittura.

La critica negativa – Parte III: umiltà vs tappetino


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Quest’ultimo articolo sulla critica negativa vuole essere solo una chiacchierata informale tra autore e commentatore, soffermandosi su quelle situazioni in cui la critica esce dagli argini di un parere, come dire, “professionale” e sfocia in qualcosa di più personale.

A tutti gli aspiranti scrittori è capitato una volta o l’altra di trovare qualcuno a cui non piacesse il loro testo e che gli abbia rifilato una critica negativa anche pesante, magari con un tono particolarmente caustico se non addirittura offensivo.

Nel primo articolo dicevo che per un autore è importante l’umiltà, l’accettare di commettere degli errori e di aver scritto qualcosa che non sia particolarmente brillante o coinvolgente. Quindi di fronte a chi ci fa notare i difetti dei nostri scritti bisogna mostrarsi umili e avere il coraggio di ammettere di aver sbagliato.

Ma penso che ci sia un grosso “ma” che è il tema centrale di questo articolo.

Ci sono linee che non dovrebbero essere mai superate, una di queste è quella che trasforma l’autore da umile a vero e proprio tappetino su cui il commentatore si pulisce le scarpe senza il minimo ritegno. Intendo quelle situazioni in cui chi commenta dimostra arroganza, eccesso di sicurezza in se stesso e una sgradevole acidità che lo porta a esprimersi in toni sprezzanti e offensivi non solo verso il testo ma addirittura verso la persona dell’autore.

Questo succede nel momento in cui il commentatore si ammanta di un non ben identificato complesso di superiorità e sputa sentenze lapidarie quali “il testo fa schifo, l’autore è analfabeta, cretino, incapace, spero che muoia” e altre amenità simili. Tutto questo si estende anche ai commenti maligni, il tono paternalistico, le battutine e le frecciate al limite della presa in giro.

Qui mi faccio portavoce di tutti gli scrittori e aspiranti tali, per dire chiaro e tondo chegli autori sono persone come tutte le altre, né migliori né peggiori di chi commenta, e come tutte le persone, nel rispetto della convivenza sociale vanno trattate con educazione. Essere lettori non dà nessun particolare privilegio e nessun particolare potere. Se leggete un testo e il testo non vi piace, sono cose che succedono. Non è un reato scrivere brutti testi e anche i libri che vendono milioni di copie possono essere soggettivamente brutti.

Fare gli stizziti, i supponenti e prendersela con gli autori è un atteggiamento superficiale e infantile.

Ogni racconto, ogni libro, ogni parola scritta è una storia, è un messaggio. Lo scrittore è l’ambasciatore e ambasciator non porta pena. Quello che sto dicendo non è che si debba far finta di nulla e dire “che bello” davanti a un testo orrendo, ma solo dire quello che si pensa senza essere per forza acidi o offensivi come se si stesse parlando con una bestia da soma anziché con una persona.

Il motivo per cui dico questo non è perché voglio difendere i poveri piccoli scrittori oppressi, ma perché, ribadisco il concetto, uno scrittore (o aspirante tale) non è uno zerbino e non c’è nessunissimo motivo in terra per cui debba prostrarsi e incassare gli insulti senza proferire parola. Se insultare un autore per un testo che ha scritto è già di per sé stupido, lo è ancora di più prendersela nel momento in cui questo reagisce agli insulti.

Siamo tutti esseri umani e abbiamo tutti il nostro piccolo angolo di orgoglio. E l’unico modo per andare avanti è ingoiare i rospi e non lasciarsi abbattere e schiacciare dalle critiche, soprattutto da quelle più violente, anche se motivate.

Per quanto mi riguarda, il fine non giustifica i mezzi.

Così come i critici hanno libertà di espressione, anche gli autori hanno la libertà di dare retta a chi preferiscono. Tra le due posizioni, non ce n’è una che sia superiore all’altra.

E, come detto nell’articolo precedente, anche i critici a volte sbagliano.

Dieci cose che ho imparato in 12 anni passati a inviare racconti


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di Josh Rolnick – “The millions”
traduzione a cura di Tanja Sartori 

1. Mark Farrington, il mio primo insegnante di scrittura al MA Program in Writing della Johns Hopkins, nell’autunno del 1998, suggerì che dovremmo iniziare a inviare le nostre storie “quando sono buone quanto riusciamo a renderle.” Questo può sembrare ovvio, ma ho trovato che sia un’ottima regola. Forse avete avuto diversi feedback, avete revisionato, e mentre ancora vedete i problemi, non  sapete come sistemarli. Quando avete portato una storia al livello massimo a cui potete arrivare, inviatela.

2. Inviate più copie possibili – da dieci a venti riviste alla volta. Questo è particolarmente importante se, per tempo, sperate di ricevere utili riscontri. Da quanto ho inviato il mio primo racconto nel gennaio del 1999, ho spedito a 225 riviste, concorsi o simili; ho ricevuto 219 rifiuti e sei racconti pubblicati. Ma ho ricevuto un qualche tipo di incoraggiamento – da lettere formali alla scritta “spedire altro” spuntata su una cartolina – da 71 pubblicazioni, circa un terzo di tutte le mie missive.

3. Mirate in alto. Fate una lista dei primi dieci giornali su cui vorreste vedere la vostra storia pubblicata, poi iniziate dall’alto e scendete verso il basso. Ho sottoposto la mia primissima storia nel 1991 in 12 posti, incluso l’Atlantic Monthly, il New Yorker, Zoetrope, e Virgina Quarterly Review. Anche se le possibilità sono molto basse, ogni feedback che ricevete può spingervi ad andare avanti.

4. Un altro dei suggerimenti di Farrington che ho cercato di seguire religiosamente durante gli anni: invia solo alle riviste che pagano – anche se poco. Certo, gli scrittori dovrebbero essere pagati per il loro lavoro, ma questa non è solo una questione di principio. Il pagamento (contanti – non copie omaggio) significa una serietà aggiunta, un impegno in più per il pezzo che viene pubblicato. Usare il pagamento come guida divide nettamente le riviste in due categorie: quelle che lo fanno e quelle che non lo fanno. Nonostante ci siano certamente serie e rispettabili riviste che non pagano o non possono, il pagamento resta un efficiente surrogato per la qualità.*

5. Inviate in modo intelligente. Leggete le linee guida per l’invio di ogni rivista. Prestate attenzione ai limiti di pagine e alle richieste riguardo ai manoscritti. Non mandate ad AGNI in luglio, Non mandate aFence una copia cartacea (accettano solo in elettronico). La maggior parte degli scrittori che conosco con leggono prima tutti i giornali a cui inviano. Ma alla fine, familiarizzate con le caratteristiche uniche di ogni giornale prima di inviare, o tenetevi i vostri pezzi. Forse il più imbarazzante (e umiliante) rifiuto che ho ricevuto venne dal Chariton Review, poi pubblicato tramite il Dipartimento di Inglese alla Brigham Young University: “Siamo spiacenti – ma non possiamo considerare nulla che contenga la parola con la F (N.d.T. Parola volgare). Lei sicuramente saprà che BYU è sponsorizzato dalla Chiesa.”

6. Scoprite quale rivista risponda personalmente al vostro lavoro e continuate a mandarle storie. Anche se non ne accetteranno mai nessuna, sarete fortunati ad avere una corrente continua di feedback. Tenete un file, suddiviso per riviste, di tutte le risposte che ricevete – che sia una risposta da un editor o un modulo “spedire altro” prestampato; buone, cattive o altro – così che possiate tenerne traccia nel tempo.

7. Quando avete una risposta positiva, fateci sempre riferimento quando mandate la vostra storia successiva. Fatelo anche se tutto quello che avete ricevuto è la scritta “buon lavoro” non firmata o un promettente segno di spunta. Qualche volta qualcuno metterà un’iniziale ai suoi commenti. Prendetevi il tempo di cercare online e inviate a loro la vostra prossima storia. Ho iniziato molte lettere con: “Grazie per la sua nota di incoraggiamento riguardo al mio precedente racconto…” Questo stabilisce immediatamente la vostra relazione con il giornale, e può aiutare a far emergere la vostra storia dal mucchio.

8. Non prendete i rifiuti sul personale. Ogni scrittore lo sa, e tuttavia è una delle cose più dure da metabolizzare. Una volta ho ricevuto una email dal Paris Review che è suonata, beh, molto personale: “Ho appena finito ‘Innkeeping’… l’ho trovato accettabile ma non, ad essere onesti, così brillante, e il tono da young adult – non fa per noi, temo.” Mi considero abbastanza sicuro di me, ma ugualmente, mi ha punto sul vivo. Meno di due mesi dopo, tuttavia, ho ricevuto un’altra email da Field Maloney delNew Yorker: “Vogliamo scusarci per aver impiegato tanto tempo prima di risponderle riguardo a ‘Innkeeping.’… Ho trovato piacevole la lettura – la voce è naturale e brillante – e sarei felice di leggere ancora suoi racconti in futuro.” Conservo entrambe le note nei loro rispettivi file, con un post-it sul commento del Paris Review che mi rimanda a quello del New Yorker.

9. Se siete abbastanza fortunati e una vostra storia viene accettata, scrivete immediatamente agli altri giornali dove il vostro racconto è ancora in valutazione, facendo sapere che il vostro racconto è stato piazzato.

10. Celebrate i rifiuti. Non sto scherzando. Ogni rifiuto è un’opportunità che date alla vostra storia di vivere nella mente dei lettori; ognuno è un’opportunità di rafforzare la vostra corazza di scrittore. Contrassegnate il rifiuto abbonandovi al giornale che non vi ha preso. L’ho fatto quando ho ricevuto il mio duecentesimo rifiuto – e così facendo, ho sopraffatto il rifiuto invece di lasciare che lui sopraffacesse me. Ora, ogni mese quando One Story arriva, mi ricordo del mio trionfo.

 

* Ho recentemente contattato Farrington, è ancora un insegnante e un consigliere di facoltà alla Hopkins, per fargli avere questo pezzo. Ha detto che mentre raccomanda ancora agli scrittori di inviare a riviste che pagano, offre questo in aggiunta: “A volte ci sarà una storia che tu crederai essere completa – non necessita di essere rivista, o messa nel cassetto per un po’, è quello che è – ma non è una storia che ha successo con le riviste migliori. Quella è una storia che si potrebbe benissimo mandare a un giornale che non paga.”

 

Ecco la fonte dell’articolo: sull’Internazionale e l’originale sul The Millions.

Revisionare il proprio testo: correzione di bozze ed editing


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La revisione del proprio testo è un passaggio fondamentale che si deve compiere qualsiasi sia la nostra scelta, sia che decidiamo di spedire il nostro manoscritto a un editore, sia che decidiamo di autopubblicarci autonomamente. Vediamo quindi cosa fare per affrontare nel migliore dei modi questo delicato processo.

 

LA CORREZIONE BOZZE

 

Per effettuare le correzioni sul testo attivate lo strumento “Revisione” presente sia in Word che in Open Office, in modo che l’autore possa avere immediatamente chiari gli interventi effettuati sul testo.

– Per Word 2003: Strumenti > Revisioni (vi comparirà la barra degli strumenti relativa)

– Per Word 2007: cliccare la scheda “Revisione” e poi attivare il pulsante “Revisioni”

– Per Open Office: Modifica > Modifiche > Registra

La cosa più importante durante la correzione del testo è la coerenza. Ci sono norme rigide e altre che permettono alternative, l’importante è scegliere un uso e mantenere quello per tutto il testo. Ad esempio, sebbene sia be’ che beh siano entrambi accettabili è sconsigliabile usare prima l’uno e poi l’altro, va quindi scelto uno dei due e usato sempre quello fino alla fine. Lo stesso vale per la formattazione dei titoli e per i dialoghi, se si scelgono i caporali si usino sempre quelli e non si alternino con i trattini e viceversa.

Ecco alcuni accorgimenti da prendere quando ci si trova davanti un testo da editare:

 

IMPAGINAZIONE

 

  • Controllare che i margini e l’allineamento del testo siano uniformi, che non ci siano rientri anomali o righe diseguali
  • Settare l’allineamento “giustificato” per il testo (ad eccezione dei titoli e altri elementi diversamente allineati)
  • Se non richiesto diversamente, impostare la pagina A4 con margini di 3 cm, non settare caratteri inusuali (i più usati sono Courier, Times New Roman, Arial, Verdana, Georgia) dimensione 12
  • Altri accorgimenti facoltativi: prima riga del paragrafo rientrata (es. 0,5 cm) e interlinea 1,5
  • Controllare che la spaziatura tra i paragrafi sia 0
  • Se non presenti, inserire i numeri di pagina

 

PUNTEGGIATURA E SPAZI

 

  • Eliminare i doppi spazi tra una parola e l’altra (si può fare automaticamente con il comando trova “__” [digitare due spazi] e sostituisci “_” [digitare uno spazio])
  • I segni di punteggiatura (. , : ; ! ? …) vanno sempre attaccati alla parola che precede e staccati con uno spazio dalla parola che segue (anche qui si può usare il comando trova: “ .” [digitare: spazio – punto] e sostituisci “.” [digitare: punto]
  • I puntini di sospensione sono sempre in numero di tre, è consigliato utilizzare l’apposito carattere “…”, anche questi, come gli altri segni di punteggiatura, vanno attaccati alla parola che precede e staccati con uno spazio dalla parola che segue (esempio: Paolo… che dici?)
  • È caldamente sconsigliato, per non dire scorretto, usare più di un punto di domanda e più di un punto esclamativo (!!!! ???) al massimo è consentito l’uso combinato per dare una certa enfasi “?!” o “!?” da evitare assolutamente grafie del genere “………….!!!!!!!??!!?!”
  • Controllare che alla fine di ogni frase (specialmente se si va a capo) ci sia il punto fermo “.” oppure il punto esclamativo “!” o interrogativo “?” seguiti da lettera maiuscola. In alcuni casi, dopo il punto esclamativo o i puntini di sospensione è possibile usare anche la minuscola (se . ! ? si trovano all’interno delle virgolette di una citazione non è richiesta la maiuscola se poi la frase procede, esempio: Ho letto “Full Metal Panic!” e mi è piaciuto molto)
  • Le parentesi tonde (____) vanno in apertura staccate con uno spazio dalla parola che precede e attaccate alla parola che segue, in chiusura attaccate alla parola che precede e staccate con uno spazio dalla parola che segue, stessa cosa vale per le virgolette alte “_” e i caporali «_»
  • Apostrofi e virgolette dritti sono errati: non ‘ e ” ma ‘_’ e “_” (basta selezionare la conversione tra gli strumenti di correzione automatica oppure usare il comando trova-sostituisci)
  • Controllare che le parentesi e le virgolette siano sempre chiuse
  • L’apostrofo va sempre attaccato alle parole che precedono e/o seguono (esempi: l’auto; un po’ di sole)
  • Il trattino breve “-” che si usa solitamente per le parole composte va attaccato alle parole che precedono e seguono (esempi: artistico-letterario, Milano-Napoli, nord-est)
  • Il trattino medio “ – ” si usa per gli incisi e va sempre separato con uno spazio dalle parole che precedono e seguono (esempio: Paolo – che era un gran chiacchierone – raccontò tutto alla vicina.)

 

ORTOGRAFIA E GRAMMATICA

 

  • Controllare che i termini siano usati correttamente, in caso di dubbi consultare il dizionario o google (molto utile è il sito dell’Accademia della Crusca)
  • Controllare la grafia delle parole straniere e il corretto uso degli accenti
  • Controllare la grammatica e la costruzione del periodo
  • La virgola non va mai posta tra soggetto e verbo e tra verbo e complemento oggetto
ACCENTI E APOSTROFI

 

  • È obbligatorio l’accento su determinati monosillabi che potrebbero generare ambiguità:

è (verbo essere) – e (congiunzione);

dà (verbo dare) – da (preposizione);

sì (affermazione) – si (pronome);

sé (pronome riflessivo, ma “se stesso” senza accento) – se (congiunzione);

dì (nel senso di giorno) – di (preposizione);

né (negazione) – ne (pronome);

la (articolo) – là (avverbio di luogo)

li (pronome) – lì (avverbio di luogo)

  • Richiedono invece l’apostrofo: po’ (poco); mo’; di’ (imperativo: tu dici); be’ (bene, è accettata anche l’esclamazione “beh”); fa’ (imperativo: tu fai); sta’ (imperativo: tu stai); va’ (imperativo: tu vai)
  • Attenzione alle grafie: ce l’ho (e non c’è lo); l’ho detto (e non lo detto); c’è; ce n’è (e non c’è ne); c’entra (e non centra)
  • “un” femminile seguito da parola iniziate per vocale vuole l’apostrofo (un’amica); un maschile non lo richiede mai (un amico) – stessa regola vale per i composti: “nessun altro – nessun’altra”; “qualcun altro – qualcun’altra”
  • Non vanno mai accentati: no; so; sto; sta; qui; qua; su; fu; va e fa (terza persona singolare)
  • Vogliono l’accento acuto: perché, finché, giacché, altroché, poiché, dopodiché, affinché, cosicché, granché, dacché, café, mercé, poté, scimpanzé, viceré, testé, macché…
  • Vogliono l’accento grave: è, ahimè, caffè, cioè, ohimè, piè, tè (bevanda, e non the), anche tutte le parole di derivazione francese: bignè, canapè, gilè, bebè, lacchè…
  • Vanno accentate anche: però, così, ciò, perciò, giù, più, lì, là e le forme del passato remoto e del futuro (rifletté, andrò, farò, finì, andò, dirà ecc.) – attenzione alla contrapposizione: finii – finì, sentii – sentì ecc.
  • Anche le vocali maiuscole vanno accentate. No assolutamente a E’, CITTA’, PERO’ ecc. I segni corrispondenti: È, É, Ì, Ò, À si possono inserire facilmente con lo strumento “inserisci – simbolo”
  • Vanno accentati i composti di tre: ventitré, trentatré ecc. e i giorni della settimana: lunedì, martedì ecc.
  • Gli aggettivi tal e qual non vogliono l’apostrofo: qual è, qual era, il tal uomo
  • Per disambiguare il significato è consigliabile accentare anche parole quali: princìpi, dèi (divinità), subìto ecc.

 

MAIUSCOLE E MINUSCOLE

 

  • È in generale sconsigliato usare il tutto maiuscolo durante la narrazione, a meno che non si tratti di sigle (BOT, PIL ecc.) è preferibile l’uso di un corsivo enfatico (esempio: anziché «Vieni qui, SUBITO!», molto meglio «Vieni qui, subito!»
  • I nomi dei mesi, dei giorni della settimana e delle nazionalità vanno minuscoli (a differenza dell’inglese), quindi: giugno, mercoledì, italiano, americano
  • I nomi di stati esteri, continenti, città e aree geografiche o suddivisioni storiche e politiche vanno maiuscoli: Roma, Italia, Europa, America, il Lazio, l’Impero Romano
  • I nomi comuni che fanno parte di nomi propri, esempio: il Monte Bianco
  • Nomi di vie e piazze: via Roma, piazza Garibaldi
  • I nomi dei monumenti e i nomi astronomici vanno maiuscoli: la Torre di Pisa, Urano, ma sole, luna e terra intesti in senso generico vanno minuscoli, quindi: il pianeta Terra, oggi c’è il sole
  • Si usa la lettera minuscola per i termini geografici comuni: il mare, a nord, il territorio ligure, l’equatore, i tropici, le stelle, il mar Mediterraneo
    • Sono preferibili le seguenti forme: San Francesco, Santissimi Pietro e Paolo, fra Cristoforo, padre Bozzi, suor Germana

 

I DIALOGHI

 

Le norme redazionali per i dialoghi variano da editore a editore, quindi se non si hanno disposizioni particolari, ci si può uniformare all’uso che fa l’autore. Qui vedremo solo alcuni esempi:

 

  • Uso dei caporali: «________»

I caporali possono essere uniti o separati con uno spazio dalle parole al loro interno. Solitamente il punto fermo è all’esterno, ma può essere anche all’interno, esempi di utilizzo:

«Ciao Paolo».

«Ciao Paolo.»

«Ciao Paolo» disse Sonia.

«Ciao,» disse Sonia «come stai?»

«È troppo tardi» disse Sonia. «Me ne vado.»

(da evitare il doppio segno di punteggiatura .».)

«… mi dispiace…».

 

  • Il trattino lungo: ―

Una valida alternativa ai caporali è l’uso del trattino lungo (codice Unicode 2015) che vuole sempre lo spazio prima e dopo. A differenza delle virgolette non va chiuso quando la frase va a capo. Esempi:

― Ciao Paolo.

― Ciao Paolo ― disse Sonia.

― Ciao, ― disse Sonia ― come stai?

― … mi dispiace…

 

  • Le virgolette alte: “___”

Seppure siano molto diffuse nella scrittura amatoriale, è sconsigliabile usare le virgolette alte per i dialoghi, queste sono più indicate per esprimere i pensieri o per le citazioni. In questi casi il punto di chiusura delle frasi va sempre all’esterno. Esempio:

Ieri ho visto il film “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”.

In alcuni casi vengono anche usati gli apici ‘__’ di solito quando si tratta di virgolette nelle virgolette, ma rispecchiano più che altro un uso anglosassone

 

  • Il corsivo

Più che per i dialoghi, il corsivo è un’ottima alternativa per esprimere i pensieri dei personaggi. In questo caso si segue la normale punteggiatura della frase. Esempio:

Come sono sfortunato, pensò Davide.

Come già accennato precedentemente, il corsivo si usa anche per dare una certa enfasi a determinate parole o frasi. Esempio:

«Non usare certe parole con me!»

 

  • Assolutamente inaccettabile è l’uso di altri simboli non meglio specificati quali: <<___>> oppure <____> e ogni altra interpretazione fantasiosa. Quando ci si trova di fronte a questi simboli oppure a trattini corti “-____” questi vanno sempre sostituiti secondo gli usi sopra indicati.

 

ALTRI ACCORGIMENTI

 

  • Mr, Ms, St, Sr, jr, Dr senza punto (Mr., Ms., St., Sr., Jr., Dr. sono errati)
  • È comunque consigliato evitare le abbreviazioni: “avvocato” e non “avv.”, “articolo” e non “art.”
  • Per i nomi doppi abbreviati si usa la grafia: G.B Show e non G. B. Show
  • Le unità di misura vanno minuscole: km, cm, metri, litri, grammi
  • L’apostrofo per gli anni: anni ’90, lo spirito del ’68
  • I numeri fino a dieci vanno scritti in parola, così come mille, cento, duecento, duemila. Si scrive: 37° C, 1.345, 3435, c’erano mille persone in piazza
  • Le percentuali vanno espresse nel seguente modo: 20%; 35,5%
  • In italiano non si usa il plurale delle parole straniere: gli editor, i link, gli ebook (ci possono essere eccezioni quali: news, peones ecc.)
  • Ci sono prefissi che non richiedono l’uso del trattino per le parole composte: aero, anti, extra, inter, maxi, mini, neo, post, pre, pseudo, psico, semi, sub. Se la parola successiva inizia con la maiuscola il trattino è obbligatorio.
  •  Le D eufoniche vanno utilizzate solo all’incontro di vocali uguali: ad agosto, ed ecco, e iniziò, a Elena, ma non quando la consonante successiva è una D: a Ada, e Edoardo, fa eccezione l’espressione “ad esempio”. È sconsigliabile usare la forma “od” (meglio: ieri o oggi)

L’EDITING

 

Mentre la correzione di bozze è in qualche modo oggettiva, l’editing è una faccenda più delicata. Ci sono elementi quali gli errori tecnici su trama e personaggi che possono essere facilmente corretti e altri che sono per lo più sfumature che dipendono molto dal gusto di chi legge e corregge.

Partiamo dal presupposto che l’editing è un consiglio e non un’imposizione, e non significa affatto riscrivere il testo. Questo è compito dell’autore, a cui spetta sempre l’ultima parola. Gli autori sono spesso molto conservatori su questo e difficilmente accetteranno di apportare modifiche sostanziose alla trama, fare tagli o eliminare un personaggio anche se inutile. Qui sta all’editor portare motivazioni convincenti a sostegno delle sue tesi.

Come muoversi

Se gli errori che emergono nella correzione della bozza possono essere tranquillamente corretti direttamente sul testo (con le revisioni attive, in modo che siano visibili) per le modifiche in caso di editing sarebbe preferibile inserire dei commenti a margine oppure segnarle direttamente su un file a parte, che poi sarà sottoposto all’autore che deciderà come e cosa modificare.

 

LINGUA E STILE

 

  • Si tratta di controllare che il linguaggio sia coerente e adeguato alla storia, segnalate eventualmente i punti in cui vengono usati termini impropri e non adatti al contesto.
  • Controllare la presenza di ripetizioni, avendo ben presente di distinguere tra quelle volute e quelle accidentali. In questo caso potete o intervenire direttamente proponendo un termine alternativo oppure segnalarlo e lasciar decidere all’autore (se le ripetizioni sono molte, è più veloce l’intervento diretto)
  • Suggerire modifiche a eventuali costrutti traballanti o poco chiari
  • Controllare che la punteggiatura sia usata in modo corretto
  • Favorire il “mostrato” rispetto al “raccontato” (esempio: “Mara disse a Paolo che la cena era pronta” è raccontato, invece “Mara disse: «Paolo, la cena è pronta!»” è mostrato. La seconda forma è preferibile)

 

TRAMA, AMBIENTAZIONE E PERSONAGGI

 

  • Assicurarsi che la trama sia coerente e non presenti buchi logici o lacune
  • Controllare l’asse temporale della storia (che le digressioni e i salti temporali abbiano un senso e non siano errori)
  • Che i personaggi siano ben caratterizzati e credibili
  • Che l’ambientazione sia resa in modo adeguato ed eventuali riferimenti a luoghi reali siano corretti
  • Che le vicende siano verosimili e funzionali alla storia

 

DOCUMENTAZIONE E QUESTIONI TECNICHE

 

È probabile che nel testo siano presenti riferimenti storici o aspetti tecnici che andranno controllati (di norma basta qualche ricerca su google) per verificare che siano oltre che verosimili anche corretti.

Ad esempio se vengono usate armi, che il funzionamento sia descritto in modo realistico, oppure se viene citato un personaggio storico, che i fatti e le date a lui connessi corrispondano al vero.

In ogni caso, o in presenza di particolari dubbi, o in mancanza di informazioni su un dato argomento, è sempre consigliato rivolgersi direttamente all’autore: sarà lui a decidere il grado di realismo che vuole dare alla sua storia.

 

Se in corso d’opera vi accorgete di aver commesso un errore (esempio cancellato per sbaglio una parola) basta cliccare con il tasto destro del mouse sopra alla parola in questione e selezionare “Rifiuta revisione” oppure “Rifiuta le modifiche”.

 

Una volta terminati i lavori di correzione bozze e revisione, potrete prendere contatto con l’autore tramite e-mail e comunicargli le modifiche e i punti in cui è richiesto il suo intervento.

Da qui potrete proseguire come meglio credete.

Una volta che il testo sarà pronto, confermate le revisioni nei seguenti modi:

– Word 2003: dalla barra degli strumenti delle revisioni cliccare la freccia accanto ad “Accetta e modifica” e selezionare “Accetta tutte le revisioni nel documento”

– Word 2007: dal menu Revisione cliccate sulla freccia sotto “Accetta” e poi “Accetta tutte le revisioni nel documento”

– Open Office: Modifica > Modifiche > Accetta o annulla… e cliccate sul pulsane “Accetta Tutto”

Dopodiché potrete disattivare le revisioni semplicemente deselezionando il pulsante che avete premuto per attivarle.

 

Il testo così pulito potrà essere riconsegnato e il lavoro si dirà concluso.

La critica negativa – Parte II: come farla


criticare

Nonostante quanto detto nell’articolo precedente, fare critica è una questione molto più complessa di quello che sembra.
Tutti sono capaci di leggere un testo e dire mi piace / non mi piace, ma per argomentare le proprie opinioni è necessario avere gli strumenti necessari, un misto di basi tecniche ed esperienza sul campo (che si può avere solo leggendo molto).

Lo scopo di questo topic non è quello di insegnarvi a fare critica, non abbiamo l’esperienza necessaria, ma quello di dare qualche indicazione su come esprimere un parere negativo su un testo in modo tale che possa essere d’aiuto all’autore per migliorare.
Quindi prendiamo in considerazione le critiche rivolte all’autore direttamente e non quelle critiche del tipo “questo libro fa schifo non buttate i vostri soldi” o cose simili.

Prendiamo la nostra situazione tipo: siete su un forum di scrittura a caso (magari Writer’s Dream :D), un utente ha postato un suo racconto, l’avete letto e dentro di voi una vocina maligna vi suggerisce cose tipo: “Questa roba fa schifo, che ti è saltato in mente? Cambia mestiere!”
Cosa fare? Ecco i nostri consigli:

1- Contare fino a 10. Scrivere un brutto testo non è un crimine contro l’umanità quindi non ha senso che voi vi mettiate a sbraitare contro il povero scrittore di turno augurandogli la peggiore morte, passerete solo per degli psicopatici frustrati.

2- Essere obiettivi. Cercate di dare motivazioni sensate alle vostre critiche che non si basino unicamente sul vostro gusto personale. Evitate associazioni di idee del tipo: il testo è un romance > io odio il romance > il testo fa schifo e chi l’ha scritto è scemo.

3- La cortesia innanzitutto. Quando un autore propone il suo testo è come se vi mostrasse il fianco. Questo non vuol dire che voi dobbiate pugnalarlo violentemente. Ponetevi come scopo quello di voler aiutare l’autore a migliorare e cercate di dire ogni cosa con tatto e con gentilezza, è l’unico modo per essere ascoltati. Partire con attacchi verbali, esprimersi in modo antipatico e inopportuno porterà solo l’autore a chiudersi a riccio e restare fisso sulle sue posizioni. Verrete considerati maleducati e quindi non degni di attenzione.

4- Argomentare. Non limitatevi a un “mi piace / non mi piace” o peggio a un “è brutto / fa schifo” ma spiegate il perché delle vostre opinioni. E cercate sempre di dare argomentazioni valide. Commenti del tipo: “Non mi piace il testo perché non mi piace il genere Fantasy” sono ininfluenti e non verranno presi in considerazione.

5- Non essere presuntuosi. Così come l’autore non è perfetto, anche voi potete sbagliare. Tutto ciò che esula da un ambito puramente tecnico rischia di scivolare molto spesso nel gusto personale. Non confondete il concetto di “questa frase non va bene perché è sgrammaticata” con “questa frase non mi piace e quindi la considero brutta anche se è formalmente corretta” e tenete sempre presente che alcune vostre osservazioni, che a voi sembrano pienamente legittime, potrebbero essere frutto di inesperienza. Così come l’autore, anche il critico ha il dovere di documentarsi se non vuole fare magre figure.

Criticare non vuol dire porsi su un piedistallo, non vi mette in una posizione di superiorità rispetto al criticato, deve anzi essere preso come un momento di confronto in cui entrambe le parti possono imparare qualcosa.
Delle critiche offensive e dalla differenza tra umiltà e tappetino ne parleremo nella prossima puntata!

Agenzie, print on demand ed editoria a pagamento


No EAP

È da tanto che Writer’s Dream si muove nei meandri dell’editoria italiana e portando avanti la sua crociata contro l’editoria a pagamento, il cui punto fondamentale è “facciamo informazione”. Fare informazione a volte vuol dire parlare di cose che non piacciono a molti e che ci hanno portato a un sacco di guai, flame, guerre con troll e strani soggetti, ognuno portatore della sua personale interpretazione.

Con questo post speriamo di fare un po’ di chiarezza sulla gestione degli “affari” che ruotano attorno al libro e allo scrittore.

L’Editore è la figura centrale di tutto questo processo. Lo scopo finale di un autore che vuole pubblicare è quello di vendere il suo libro. Il soggetto incaricato di ciò è appunto l’editore. L’editore è colui che investe in un’opera e ci lavora sopra rendendola fruibile dal mercato, cosa vuol dire in parole semplici? Vuol dire: scoprire il nuovo talento, sistemare il romanzo (correzione di bozze, editing impaginazione, veste grafica) e infine promuoverlo e distribuirlo attraverso i vari canali: librerie fisiche e librerie online. L’editore investe in tutti questi passaggi e guadagna sulla vendita dei libri.

E l’autore?

L’autore guadagna anche lui dalla vendita dei libri in due modi: attraverso le royalties, ossia la percentuale sul venduto, e attraverso gli anticipi (che sono una somma di denaro che l’editore corrisponde all’autore in previsione delle future vendite). Ovviamente gli anticipi li ottengono solo gli autori affermati, quelli che offrono la vendita sicura.

Ora, quand’è che un Editore diventa un Editore a pagamento (o EAP)?

Quando, invece di investire e guadagnare esclusivamente sulle vendite, cerca di lucrare anche sull’autore chiedendo che contribuisca alle spese (e quindi al rischio di impresa) però senza offrire in cambio nulla che giustifichi un tale investimento.

Insomma immaginate di essere un mugnaio che consegna la farina a un panificio. E il proprietario del panificio vi dice: dammi 1000 euro e userò la tua farina a fare le pagnotte, poi con calma, ti darò il 10% sulla vendita delle pagnotte fatte con la tua farina. Peccato che sulla rivendita delle pagnotte non guadagnerete mai una cifra del genere che copra la vostra spesa. Vi sembra logico?

Eppure per molti lo è, tanto che non ci pensano due volte a mettere mano al portafogli pur di vedere il loro nome in copertina e fregiarsi del titolo di “scrittori”. Dove sta l’intoppo in tutto questo? Sta nel fatto che molti sovrastimano sia le loro capacità di scrittori sia la loro appetibilità sul mercato.

È provato che un autore esordiente quando vende 200 copie è già un successo (che in soldoni sono circa 100-200 euro di guadagno per l’autore).

È provato da numerose testimonianze che gli editori che chiedono soldi pubblicano tutto quello che arriva loro senza fare editing e presentando libri illeggibili che nessun Editore serio si sognerebbe di pubblicare. E molto spesso le uniche copie vendute sono quelle che l’autore si compra e rivende da solo.

È provato che gli EAP non fanno promozione perché non sono in grado di rischiare e di investire su un autore (tanto che pubblicano solo se hanno la certezza di coprire le spese grazie ai soldi dell’autore).

Per tutte queste ragioni diciamo che pagare per pubblicare non è illegale, non è immorale, è semplicemente STUPIDO.

E questo è quello contro cui lottiamo noi del Writer’s Dream: l’ingenuità degli autori e le false illusioni degli EAP.

Questo però non vuol dire che siamo contro chiunque chieda dei soldi per offrire un servizio. Perché c’è una bella differenza tra una truffa e una prestazione di lavoro.

Per questo nel nostro sito parliamo tranquillamente sia di Agenzie Letterarie che di Print on Demand. E di alcuni di loro parliamo ovviamente bene se sanno fare il loro mestiere. Vediamo nello specifico:

L’agenzia letteraria è un’agenzia di servizi che offre la sua competenza professionale per migliorare e promuovere il testo di un autore, esordiente o meno.

Il suo lavoro è fare editing (revisionare e migliorare il testo) e altri servizi accessori (correzione bozze, impaginazione, ghost writing, promozione) e rappresentare l’autore, che significa proporre i suoi manoscritti agli editori per la pubblicazione e assisterlo nella firma del contratto. Su questo ultimo servizio l’agenzia guadagna a percentuale sulle copie vendute da un’eventuale pubblicazione.

Quindi a parte la rappresentanza che si basa sulle vendite, tutti gli altri servizi offerti sono a pagamento perché è su quelli che l’agenzia campa.

È un po’ come il vostro idraulico che viene a ripararvi il rubinetto che perde, anche lui va pagato, no? Si tratta di gente che fa una professione seria e ha diritto a una remunerazione. Poi si può discutere se i prezzi siano troppo alti o sulla qualità del servizio, ma se vi rivolgete a un’agenzia sapete che state chiedendo un servizio e che quel servizio otterrete e fatto in modo professionale.

Stessa cosa vale per i Print on Demand.

Il POD non è altro che un tipografo, qualcuno che stampa le copie di un libro su richiesta. È ovvio che se acquistate copie del vostro libro le dobbiate pagare. La carta non ve la regala nessuno.

Se andate in cartoleria e comprate un quaderno bianco non lo pagate? Poco importa se poi ci scriverete su un best seller, la materia prima bisogna pagarla e con quella ci fate poi ciò che vi pare.

La confusione nasce dal fatto che il POD si sta evolvendo e sta diventando una specie di ibrido tra tipografo e editore perché alcuni offrono anche il codice ISBN, una vetrina virtuale e la possibilità di vendere il proprio libro sul web (alcuni addirittura in libreria ma con un costo accessorio).

Qual è la differenza tra un POD e un EAP?

Innanzitutto il prezzo: il POD vi fa pagare unicamente i servizi di cui usufruite e solo quando ne usufruite, mentre l’EAP vi chiede cifre esorbitanti e vi fa pagare le copie a prezzo pieno (in pratica vi fa pagare anche la percentuale che sarebbe il vostro guadagno) e poi i diritti: con il POD voi siete imprenditori di voi stessi, siete voi a detenere ogni diritto sulla vostra opera e a decidere cosa farne, come impaginarla, come editarla, come distribuirla. Con l’EAP è l’editore che decide cosa fare del vostro libro, distribuendolo secondo le sue – scarse – possibilità e presentandolo in una veste grafica su cui avete poco controllo e che potrebbe anche procurarvi un danno di immagine se è poco curata, inoltre i diritti di sfruttamento economico, traduzioni e quant’altro rimangono all’editore che può fare il bello e cattivo tempo con la vostra opera e può di fatto “affossarla” limitandone la distribuzione: ad esempio se non fornisce una versione in ebook voi non potete farlo circolare in quel modo, se non distribuisce in libreria voi non potete fare arrivare il libro dove vorreste e così via.

Per questo il POD lascia molta più libertà all’autore di gestire come meglio crede la sua opera e di farla circolare liberamente. Di contro l’Editore a pagamento frena la diffusione dell’opera che sarà mal realizzata e mal distribuita con il risultato di bruciare all’autore la prima pubblicazione e di portargli una pubblicità negativa (immaginate qualcuno che legga il vostro libro e lo trovi pieno di strafalcioni perché l’editore ha fatto un pessimo editing).

Una pubblicazione a pagamento è un inutile spreco di denaro e una macchia sul proprio curriculum.

Molto meglio a questo punto rivolgersi a un’agenzia letteraria onesta che faccia un vero lavoro di editing e permetta all’autore di diffondere le sue opere autopubblicandole in una veste più dignitosa.

Meglio ancora impegnarsi per scrivere un buon libro e proporlo ai veri editori, che lo pubblicheranno senza chiedervi un soldo, lo distribuiranno e vi daranno la vostra sudata percentuale sulle vendite.

Perché anche scrivere è un lavoro che va remunerato. Non dimenticatelo mai.

 

La critica negativa – parte I: come subirla


criticare

Fare una critica negativa è relativamente facile, molto più facile che farne una positiva, basta prendere un metro e attenersi a quello per stroncare anche il più osannato dei capolavori.

Ma non stiamo a entrare nel merito di cosa sia oggettivo e cosa soggettivo in una critica, non è questo lo scopo dell’articolo di oggi. Quello che vogliamo analizzare è come recepire la critica dal punto di vista dell’autore. Molti di quelli che leggono queste pagine sono qui perché amano scrivere e sono in cerca di consigli, quindi è a loro che è rivolto questo post.

Immaginate di aver scritto un testo che per voi è molto importante, ci avete sudato sopra, vi ci siete appassionati, è una storia a cui tenete molto e pensate di aver fatto del vostro meglio. Allora decidete di condividerla con qualcuno, desiderio più che comprensibile per chi scrive e vuole comunicare qualcosa. Presto o tardi lei arriverà e vi coglierà di sorpresa, come una bastonata sulle gengive. Chi è lei? Ma la nostra amica, la “critica negativa” detta anche “stroncatura”.

Potete fare i superiori quanto volete, ma fa male, oh sì, brucia come un tizzone ardente, perché vi fa sentire che avete fallito, che avete sbagliato, mina le vostre certezze. Ma come si sopravvive a tutto questo? Come si resiste all’impulso di strepitare come bambini inferociti al critico di turno: “sei tu che non capisci niente!”? Come ci si trattiene dall’impulso di appendere la penna al chiodo?

Ecco qualche parola d’ordine che potrebbe aiutarci a uscire dal baratro:

1- Umiltà: dovrebbe essere la prima grande dote di uno scrittore. Mai sentirsi arrivati, mai essere troppo presuntuosi, mai pensare che il proprio lavoro sia perfetto.

2- Pazienza: per quando chi ci critica possa essere duro (e a volte offensivo), mai e poi mai bisogna perdere la pazienza, mai rispondere agli insulti con gli insulti, mai inalberarsi e fare scenate da prima donna difendendo l’indifendibile e dando al critico dell’ignorante.

3- Argomentare: se ci vengono mosse delle critiche riguardo a nostre scelte narrative, rispondere con garbo e dare motivazioni sensate nel caso in cui non ci troviamo d’accordo con quanto viene affermato.

4- Consapevolezza: tenere sempre presente che anche chi critica è un essere umano e quindi può sbagliare. Il critico non è un essere mitologico infallibile che conosce ogni cosa e molto spesso le sue osservazioni potrebbero essere dettate da un gusto personale o da una diversa visione delle cose.

5- Sicurezza: essere sicuri di sé non significa essere arroganti e presuntuosi (vedi il punto 1), ma significa essere consapevoli sia delle proprie capacità che dei propri limiti. Se siete sicuri di quello che avete scritto, non sarà una critica negativa a farvi perdere la voglia di continuare a scrivere.

6- Buona volontà: ci sono sempre margini di miglioramento, quindi fate tesoro di ciò che vi viene detto e cercate di assimilarlo come parte del vostro bagaglio culturale. Anche la peggiore critica (dove per peggiore si intende “mal fatta”) può portare dei suggerimenti e degli spunti interessanti.

7- Documentazione: forse la parte più importante. Documentarsi sempre quando si scrive e documentarsi dopo che si è scritto, anche di fronte alle critiche, che magari potrebbero aprirci nuovi orizzonti che non avevamo considerato. Non si smette mai di imparare cose nuove.

In conclusione, fare sempre tesoro di ogni opinione ci aiuterà a crescere come scrittori e perché no, anche come persone. Per quanto riguarda le modalità della critica negativa e il caso delle critiche offensive, ne parleremo nelle prossime puntate!

Il contratto perfetto


contratto

Ci siamo. Ecco il contratto standard che ci piacerebbe firmare o da cui, se non altro, ci piacerebbe partire per mettere finalmente in discussione le convenzioni contrattuali che ci vengono proposte dagli editori come immutabili.
Si tratta di una proposta base che possa servire come punto di riferimento e di confronto, in alternativa al contratto standard che invece viene scritto dagli editori stessi e raramente messo in discussione dagli autori esordienti, come se lo scarso potere contrattuale giustificasse una sorta di subordinazione legale ed economica all’editore, come se non si trattasse di un contratto di lavoro tra liberi professionisti, tra pari.
Potete proporlo così come è configurato per avviare voi stessi la trattativa contrattuale con il vostro editore o estrapolarne solo alcune parti e proporle come modifiche al contratto che il vostro editore vi sottopone.
Ma quello che vi chiediamo, trattandosi di un vero e proprio lavoro in corso, è la vostra partecipazione attiva in questa sede. Ci auguriamo un dibattito serio e ragionato sul testo, aspettiamo i vostri commenti, i vostri dubbi, le vostre proposte di modifiche, aggiunte e integrazioni. Insomma, considerate questo contratto standard finalmente realizzato dagli scrittori stessi, come una piattaforma in potenza, aperta a suggerimenti e proposte che lo rendano finalmente un punto di riferimento tecnico e legale fruibile da tutti e tutte.

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