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Elena Ferrante e il maschilismo da pseudo intellettuali


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L’immagine è piuttosto suggestiva: lo sposo alza il velo della sua sposa, rivelandone l’identità, come se lei non fosse mai esistita veramente prima di consacrarsi a lui con il fatidico sì…
Così il sito The Conversation ricostruisce la vicenda Ferrante-Gatti. Non che non sia stato già detto abbastanza a proposito del presunto svelamento dell’identità della scrittrice da parte del giornalista del Sole 24 Ore. Ma è curioso quanto l’indignazione mostrata oltreoceano per la violazione della privacy della Ferrante, sia andata molto al di là del pettegolezzo nostrano, rivelando implicazioni culturali più profonde di quanto possa apparire ad una prima analisi.

Secondo i commentatori, la scelta della Ferrante si inserisce in una lunga tradizione di donne votate all’anonimato per protegge la propria scrittura dagli stereotipi imposti da una società patriarcale.

Per molti aspetti, la storia della Ferrante rispecchia quella di Charlotte, Emily e Anne Brontë. Le sorelle Brontë hanno pubblicato i romanzi Jane Eyre, Cime tempestose e Il segreto della signora in nero, sotto gli pseudonimi maschili di Currer, Ellis e Acton Bell. Scrivere dietro pseudonimi maschili ha permesso loro di trattare argomenti che, in epoca vittoriana, erano considerati “poco femminili”. Malgrado il successo, quando saltò fuori la loro vera identità (anche allora si scatenò la caccia), la loro opera venne considerata grossolana e brutale, loro stesse definite scrittrici quasi asessuate.

L’essere le pie figlie di un pastore dello Yorkshire le penalizzò agli occhi dei critici, che ridussero la potente critica della società racchiusa in quei romanzi, a patetiche semi-autorbiografie. C’e voluto più di un secolo affinché il genio letterario delle sorelle fosse finalmente rivalutato.

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I tempi sono cambiati, certo, non fa più scalpore che una donna abbia un’opinione, magari persino autorevole, e si permetta di esprimerla, ottenendo (pensate un po’) il giusto riconoscimento, ma devono essere sempre gli uomini a stabilire i termini di tale visibilità.

Fino ad ora, con il suo anonimato la Ferrante era riuscita a non vedere il suo lavoro appiattito e incasellato nel poco spazio di solito riservato alle scrittrici, ovvero, quello del romanticismo. Le sue analisi sulla vita, le relazioni e la condizione delle donne, sono state prese sul serio. Il critico culturale Lili Loofbourow ha sostenuto che “lo pseudonimo di Ferrante era un regalo ai suoi lettori; ci ha evitato di ridurre il suo lavoro alla sua femminilità, la famiglia, la sua biografia “.

Ecco perché non si sentiva affatto il bisogno che arrivasse un giornalista con la sua rivelazione ad alzare un velo che nella nostra società ha ancora la sua ragion d’essere; proprio l’ostinazione della Ferrante nel proteggere la sua vera identità ha portato alla luce il bisogno, alquanto maschilista, che serpeggia anche in un ambiente che si vorrebbe di intellettuali, di controllare, se non sminuire il ruolo di una donna che lo stesso Gatti definisce “un importante personaggio pubblico (…) la più nota italiana al mondo”.

Il modo in cui il giornalista giustifica la sua scelta di indagare sul caso Ferrante, “la prima a violare la privacy di Elena Ferrante è stata… Elena Ferrante. Ma lo ha fatto fornendo ai suoi fan informazioni assolutamente non vere, per di più su richiesta di quegli stessi editori che oggi attaccano Il Sole 24 Ore per aver fornito invece dati veri che peraltro non sminuiscono in alcun modo la qualità dei libri, né tantomeno impediranno all’autrice di continuare a scriverne degli altri e ai fan di continuare ad amarli. Sapendo però chi li ha veramente partoriti, la sua storia, il suo milieu culturale e i suoi riferimenti letterari presentati nel dettaglio dalla nostra inchiesta”, suona come un inquietante ritorno al passato.

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Blogger, Seo copywriter e Web editor. Autrice delle Guide alla Letteratura 2.0, per aspiranti scrittori e self-publisher.
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1 Comment
  • levi P. Mumps
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    Condivido pienamente quanto pubblicato in questo articolo. Purtroppo in Italia esiste ancora inculcato nel nostro DNA un certo egoismo da bacchettoni su alcuni argomenti trattatati dalle donne, forse per gelosia o per paura di ammettere che sono più sensibili e più brave di noi su alcune materie. Ritengo che la Ferrante debba essere lasciata in pace ed esprimersi liberamente a prescindere dalla sua sua vera identità e il lettore si preoccupare di più del senso delle opere e su ciò che l’autore vuole esprimere.

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