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Il mercato del self-publishing secondo gli scrittori italiani


50percent2020

L’ultimo report di Author Earnings dipinge un quadro roseo per gli scrittori indipendenti. Ormai, il self-publishing sembra pienamente accettato dal mercato e per coloro che riescono a realizzare un buon prodotto e una buona promozione, ci sono lettori disposti ad acquistare. Stupendo no? Allora, che aspettate ad autopubblicarvi?

La verità è che la questione è molto più complicata di così, e perfino dagli Stati Uniti, considerato il mercato più maturo, sia per gli ebook che per il self-publishing, giungono opinioni nettamente contrastanti.

Orna Ross, fondatrice della Alliance for Indipendent Authors, crede che il duro lavoro può pagare e che il 70% delle royalty offerte da Amazon siano sempre meglio del 10% offerto in media da un editore tradizionale. Ma avere potenziali margini di profitto più alti, non significa poi necessariamente guadagnare, come ha invece spiegato Philip Jones, editor di The Bookseller.

Insomma, se ne la mecca del self-publishing stanno messi così, chissà com’è la situazione qui in Italia. Mi sono chiesta: i nostri autori guadagnano con il self-publishing? Se sì, come? Se no, perché allora scegliere di auopubblicarsi?

Per capirlo ho interpellato quelli che considero alcuni dei nostri migliori scrittori indipendenti, che hanno trovato il tempo di rispondermi mentre erano affaccendati nello scrivere articoli, terminare l’editing dell’ultimo romanzo, seguire l’attività dell’ufficio stampa… Questo per darvi un’idea di cosa significhi veramente autopubblicarsi.

Li ringrazio per la disponibilità e invito chiunque volesse raccontarci la sua esperienza con il selfpublishing a lasciare un commento.

Roberto Tartaglia

Roberto_Tartaglia Giornalista iscritto all’Ordine Nazionale, narratore, autore di thriller psicologici come “Lo scacciapensieri” e “Quando muoiono”, autore di sceneggiature per corti, e blogger, nonché fondatore di viverediscrittura.it

Con il self publishing è possibile guadagnare, certo.
Come per ogni altro lavoro da libero professionista, però, le entrate sono direttamente proporzionali all’impegno e alle capacità di ciascuno. Certo, scrivere un libro e poi attendere che qualcuno ci noti, senza far nulla, produce zero.
Occorre organizzare un piano di marketing e integrare azioni di comment marketing, social media marketing, blogging, passaparola e presa di contatti con influencers.
Se si lavora bene, si possono guadagnare anche bei soldini, parlo di migliaia di euro, ma tutto dipende dall’impegno. È un mondo molto competitivo e vanno avanti solo i più tenaci.
Un consiglio per chi ama scrivere, che fornisco nella prima lezione della mia Accademia del Self Publishing: differenziate le entrate! In un mondo come quello di oggi, pensare di poter vivere di scrittura solo con le entrate dei libri, vuol dire esporsi a un grave rischio, anche se si guadagna moltissimo: se le vendite calano, siamo fregati!
Differenziare vuol dire svolgere quanti più lavori di scrittura possibili, ferma restando la voglia di svolgerli. Io, ad esempio, lavoro come giornalista, addetto stampa, come scrittore di libri e sceneggiature, come blogger e così via. In un mondo dove tutti promettono il segreto per diventare ricchi senza sforzi, credo sia doveroso e onesto dire a tutti la verità, come stanno realmente le cose.
A chi mi trova troppo cinico, chiedo scusa.
Ma è così.

Roberta Volpi

roberta-volpi Fondatrice di JustWrite, punto di riferimento online per gli autori emergenti, e autrice del romanzo surreale Il volto dell’attesa.
robertavolpieditor.it

Uno dei PRO del Self publishing è sicuramente legato alla disponibilità più o meno immediata dei guadagni su royalities stabilite in occasione della scelta del prezzo di vendita. L’autore sceglie, l’autore promuove, l’autore guadagna. Se l’autore riesce a comunicare qualcosa, egli di rimando guadagna anche, in percentuale, e a seconda degli strumenti attivi sulla piattaforma che gestisce la pubblicazione. Kindle Unlimited, nel caso della piattaforma Kindle Direct Publishing di Amazon, è un “accessorio” di cui l’autore può disporre per raggiungere un target di pubblico più ampio, in relazione allo strumento.
Il termini di guadagno la differenza rispetto alla pubblicazione classica la fanno le tempistiche di accredito e la possibilità di gestire il prezzo che, ovviamente, data la possibilità (se la piattaforma lo consente) di scegliere sulla base del costo al lettore le royalities percepite, può portare riscontri anche considerevoli. Quindi Sì al self publishing, purché si sia coscienti del fatto che una conoscenza degli strumenti di promozione e una padronanza della materia nonché capacità di mettersi in gioco sapendo che si parte con tante speranze e poche certezze, sono necessarie se non indispensabili.
L’immagine, se non stai attento a come curarla, con il self publishing rischi d indebolirla, potresti perdere credibilità e allora l’etichetta self publishing assumerebbe, associata a te, tutte le sue connotazioni negative.
Personalmente sono sicura di averci guadagnato con il self publishing, in Italia non c’è molto spazio per il mio genere, e soprattutto posso dirottare la promozione come ritengo più opportuno. Non mi sento di dare cifre, perché come ho venduto più di 700 copie altrettante ne sono state piratate, perciò non è semplice dire quanto avrei potuto guadagnare senza la pirateria, se in egual modo o il doppio.

Renato Esposito

FotoAutore3 Dopo essersi laureato in Scienze della Comunicazione, ha militato alcuni anni nel settore cinetelevisivo, come editor di programmi per emittenti nazionali e come sceneggiatore e regista. Da ormai dieci anni si dedica alla scrittura di romanzi dallo stile intenso e originale, come “Le Avventure di un debosciato” e “Il Killer di Ikea”.
renatoesposito.com

Le tue sono le domande del secolo 😉 nel senso che, per quella che è la mia esperienza, il guadagno varia sensibilmente da libro a libro. Il problema principale deriva dal fatto che il pubblico molto difficilmente acquista l’ebook di un selfpublisher se costa più di 99 centesimi, pure se il prodotto è di ottima fattura, e ciò riduce di molto i potenziali profitti.
Il denaro è una componente fondamentale per valutare il successo di un libro: più lettori uguale più vendite uguale più denaro. Ovvio, senza la passione, non si scrive bene né si migliora.

Sara M.

iONhBCC5_400x400 Autrice del romanzo distopico post apocalittico The Department-Il Dipartimento, ebook disponibile su tutti gli stores, cartaceo su Amazon. Italian writer.
www.facebook.com/thedepartmentita/

Di diritti d’autore non si vive, questo è certo, a meno che uno non abbia scritto un best seller, anche se tante volte ultimamente il fatto di diventare un best seller è dato anche dalla pubblicità che ne viene fatta di un’opera! Comunque, sicuramente il lavoro più duro nel caso di un selfpublisher è la promozione, tra blog tour, giveaway e segnalazioni varie sui blog c’è davvero da impiegarci parecchio tempo. Le percentuali di guadagno sono sicuramente più alte che tramite un editore tradizionale, certo i mezzi magari sono diversi, ma non sempre un editore che pubblica un romanzo (soprattutto se dietro “compenso”) è disposto o ha le possibilità di fare una pubblicità adeguata, a meno che sia un grande editore.
Ho letto parecchi articoli in cui si diceva che il self publishing è una scorciatoia per chi non viene selezionato dalle case editrici… Può essere, ma per tante persone che ho avuto la possibilità di conoscere tramite i social in questi ultimi mesi, il self publishing è stata una scelta ben ponderata. Posso parlarti della mia esperienza, come ti avevo detto in passato, ho scelto l’autopubblicazione dopo aver ricevuto due proposte di pubblicazione non a pagamento (quelle a pagamento non le conto neanche…), ma ho voluto “rischiare”, oltre che per le percentuali più alte di “guadagno”, anche per il fatto di poter decidere autonomamente ogni aspetto del mio libro, dal prezzo di vendita, alla copertina…
E’ vero purtroppo che si tratta di un’arma a doppio taglio, con questa possibilità ci sono parecchi testi non esattamente professionali o scritti come si deve e questo gioca a sfavore un po’ di tutti.
Al momento con i guadagni delle vendite del mio libro posso permettermi un paio di cene! Però, tornassi indietro rifarei la stessa scelta.

Che ne pensate? Vi rispecchiate in qualcuna di queste esperienze?

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Blogger, Seo copywriter e Web editor. Autrice delle Guide alla Letteratura 2.0, per aspiranti scrittori e self-publisher.
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3 Comments
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    Ormai mi sono convinta che con la scrittura non si guadagna e, del resto, non ne soffro perchè a me piace scrivere e sono contenta di farlo. Quanto al Self-publishing l’ho provato e non mi pare che faccia molto, almeno qui in Italia.

  • Reply

    L’autopubblicazione dà l’opportunità non solo di scrivere, ma soprattutto di fare veramente il libro che si vuole. È un “fare” che si esprime in un raggio di più ampia autonomia semantica rispetto a tante aree del nostro vivere in cui dobbiamo venire a patti col “mi piace/non mi piace” altrui—sulla cui legittimità spesso nutriamo ragionevoli dubbi—per cui può contare sulla più completa indipendenza espessiva, senza mediazioni che condizionino la genuinità del percorso creativo. Quando le idee entrano in contatto le une con le altre, la strutturazione verbale e linguistica le organizza in un’armoniosa palladiana di forme di cui si può decidere l’ordine, la cromia, l’incedere, il ritmo, le pause… Non ultima la veste grafica, se si dispone anche di questa competenza: se si ha ben chiara in mente l’idea della copertina, perché non realizzarla? Nel mio caso specifico, quello che scrivo è autografo anche nella scelta di caratteri, impaginazione, illustrazione o fotografia di copertina.
    Per il resto, la soddisfazione arriva dai lettori—il numero dei quali non coincide sempre con quello delle vendite, perché giustamente i libri si prestano, lo facciamo tutti ed è naturale che sia così—con i quali si ha spesso un rapporto diretto, si scambiano opinioni, impressioni e idee. Un testo che vende poco è sicuramente un testo che soffre, ma un testo che non viene letto è un defunto senza nome sulla lapide.
    Molti servizi di autopubblicazione offrono spazi pubblicitari convenzionati con quotidiani, portali web e riviste, ma non elidono l’inevitabile rovescio della medaglia dell’indipendenza dato dal marchio d’infamia, dal peccato originale di essere automaticamente “uno di quegli autori lì”: quelli che non ce l’hanno fatta con concorsi, agenti ed editori, per cui non meritano di essere letti (posto che si sappia che esistono).
    Traducendo in termini economici il ritorno della mia padronanza linguistica o anche solo della mia capacità di divertire ed emozionare, l’autopubblicazione mi ha finanziato qualche aperitivo con gli amici—anzi, neanche quello, perché queste entrate, nel 730, si sono diluite a vasi comunicanti con altri rimborsi. Essere fisicamente su un espositore di una libreria vera è un’esperienza che mi manca, ma continuo a credere che dia molto di più sotto l’aspetto economico. Tuttavia, fare il libro che si vuole risponde a ben altra urgenza: quella creativa. Quando un’idea scalpita, non vuole saperne di portali a orologeria che costringono a gare di velocità per inoltrare il proprio testo a questo o quell’agente sperando che la divinità in questione si accorga di lei, né di professionalissimi addetti ai lavori che sono così educati da non rispondere “perché non hanno tempo” (anomalia tutta italiana).

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