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Chiedo i tuoi soldi, ma non dirlo a nessuno


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Questo non sarà un post che darà delle risposte, perché a dire il vero, non ne ho. Ho frugato bene tra le mie tasche e, a parte qualche moneta (poche, perché siamo in tempo di crisi), non ho trovato la soluzione ai miei quesiti. Qui ci sono solo domande, magari.
Siamo nell’anno 2013 (lungi da me dire se di Buddha o del Signore), mese di agosto, caldo bestiale (almeno qua da me). E io mi barcameno tra i drammi del piccolo esordiente con tanta voglia di vedere le proprie parole stampate su carta (d’albero o elettronica, ha poca importanza, no?).
Di fatto, senza rigirarci troppo intorno, non posso negare di essermi anche io imbattuto nel fenomeno delle EAP.
Tranquilli: ne abbiamo parlato a dismisura, di cosa sia l’editoria a pagamento e su quanto possa essere concepito un fatto moralmente accettabile o meno.
Io ho una mia teoria al riguardo ma, siccome sono un sadico mancato, ve la svelerò solamente alla fine.

Partiamo da un presupposto fondamentale: d’accordo o non d’accordo, l’editoria a pagamento esiste, ed è legale. Non esiste nessuna legge che vieti a un’azienda di chiedere soldi per pubblicare l’autore, e l’autore è libero di scegliere se mettere mano ai cordoni della propria borsa e pagarsi il libro nel vano convincimento che così fan tutti. Perché, che esistano delle alternative, ormai dovrebbero saperlo anche le pietre. Eppure i sedicenti editori a pago continueranno a dire che esordire è difficile, che è indispensabile investire sul proprio lavoro, e rataplan pim pum pam. Il contributo può essere diversificato: devi pagarti l’editing, la promozione, devi comprarti le tue copie obbligatoriamente, oppure compartecipare ai costi dell’ebook fino ad arrivare anche all’acquisto di almeno due libri del catalogo. 10.000 o 2 euro, fa poca differenza. Se devo pagare, è editoria a pagamento. Poi ci sono anche quei modi fantasiosi, l’ultimo in ordine di serie è quello dove, dato che il mio libro non va bene, per una cifra modica di millemila euro l’editore mi propina un ghost writer che scriva al posto mio il mio romanzo (dico sul serio, è successo anche questo, e mi chiedo ancora adesso come possano pensare che un esordiente sconosciuto paghi per farsi scrivere un romanzo da un terzo e piazzarci il proprio nome sopra… altra domanda senza risposta?).
Però, spesso alla richiesta di danaro si nasconde l’insidiosa trappola del silenzio, ripetuto, o spesso imposto.
Guai a dirlo in giro, ancora peggio, non provateci nemmeno a catalogarmi come Editore a Pagamento. Le conseguenze, per il solo dire che ci sono esordi gratis con marchio editoriale e altri no, senza nemmeno arrivare alla creazione delle liste di informazione (che al Writer’s Dream abbiamo appena ripristinato) di solito, da parte degli editori a pagamento e dei suoi autori paganti, scatena una levata di scudi, se non una vera e propria rivoluzione.
Piovono minacce, chiarimenti, diffide, imposizioni, trolling postale, accuse di spionaggio e di diffusione di dati personali. Ecco.
La domanda a questo punto, è lecita.
Abbiamo detto che pagare per pubblicare, e richiedere soldi agli autori, non è reato.
Abbiamo detto anche che spesso la prima scusa addotta per la richiesta di danaro sta nel difficile mondo editoriale e nel credere ai propri sogni tanto da mettere mano al libretto degli assegni per  realizzarli. Addirittura diciamo che in realtà non c’è editore che non chieda soldi e autore che non  paghi e che chi non li chiede guadagna da altre fonti (sì, adesso la moda imperante degli EAP è sostenere che o l’editore chiede soldi o ha altre attività collaterali per sopravvivere. Tutto secondo certosine ricerche nel web con tanto di incrocio dei dati di indirizzo. Ho sentito affermare di editori che avessero un negozio di alimentari per sostenersi e sopravvivere, perché magari avevano lo stesso numero civico).
Allora mi spiegate perché non dobbiamo dirlo in giro, che i soldi li chiedo? Perché, davvero. Perché mi minacci se lo divulgo, parlandomi anche di tentativo di infangare la tua immagine aziendale? Perché quindi alla mia certezza che sia necessario farti pagare per pubblicare il tuo libro, non si accompagna la responsabilità del gesto compiuto e soprattutto la responsabilità di tutto quello che sostengo a corredo della richiesta di soldi.
Come vi dicevo, io non ho risposte, le pretendo semmai, da voi.
Se l’azienda che mi chiede i soldi mi impone però di farlo in silenzio, senza dirlo, magari c’è qualcosa che non va. E non parlo del contratto tra lettore e autore, dove il lettore andrebbe perlomeno informato del fatto che sta leggendo un libro a pago o no, ma semplicemente di una politica aziendale che porto avanti e che, dovrei, aver scelto di applicare. Capite bene che se contestualmente penso che debba essere un segreto e che infanghi la mia immagine come azienda, ci sia qualcosa che non torni… e che forse chiedere i soldi non sia proprio una prassi moralmente accettabile.
A voi, le conseguenti riflessioni.

Ah sì, dimenticavo. Vi avevo promesso di dire cosa penso io, Francesco Mastinu, piccolo autore esordiente, dell’editoria a pagamento.
Visto che siete arrivati sino alla fine del mio sermone, eccolo!
Io sono convinto che scrivere è, per tanti, un sogno da realizzare. E non una soddisfazione, ma un grande sogno col botto che, possibilmente, faccia di noi dei professionisti.
Ora, io credo che se desideriamo essere assunti dalla profumeria, non andiamo nel negozio a pagare il titolare per farci un contratto o che ci venga richiesto, per essere assunti, di comprare almeno 20 boccette di prodotti. Come anche, se vogliamo essere riconosciuti come dei veri latin lover, non andiamo a fare sesso a pagamento. Per cui, se voglio scrivere e voglio emergere, il mio compito è impegnarmi, studiare, a volte sputare sangue per migliorarmi.
Ma i sogni non hanno prezzo. E i titoli universalmente riconosciuti al di fuori di parenti, amici e conoscenti, non li compro pagando il datore di lavoro.
Per nessun motivo al mondo.

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23 Comments
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    Pensavo di aver scoperto che ci sono case editrici a pagamento che lo sanno nascondere in modo quasi perfetto, poi ho capito di essere arrivato tardi: esiste anche creato la categoria “doppio binario”.
    Faccio un po’ fatica a capirla.
    Avevo un amico che faceva il broker. Aveva fatto fortuna vendendo junk bond (obbligazioni “spazzatura”, cioè di creditori a rischio che pagano interessi alti per attrarre gli allocchi). Le vendeva a prezzi molto scontati e il cliente avrebbe guadagnato tanto con gli interessi e ancora di più con il rimborso.
    «Cominciamo a rifilargli questo pacchetto» diceva ogni volta che riusciva a risvegliare la brama di un cliente. «Se poi la rimborsano davvero, metà la ricevo io.»
    Sghignazzava sempre, prendendo gusto quando lo guardavo storto.
    Anche lui lavorava sul doppio binario. Conosceva le infime probabilità di rimborso e viveva delle commissioni di vendita iniziali. Ogni tanto i creditori rimborsavano. A tutti sarebbe sembrato un colpo grosso, ma per lui era irrilevante rispetto ai costanti introiti delle commissioni di vendita.
    Era molto convincente e aveva la straordinaria abilità di non dare un solo pezzo di carta ai suoi clienti prima di averli invischiati nella sua ragnatela. Non lasciava mai in mano i contratti di vendita prima della firma. Li faceva firmare nel suo ufficio e accludeva un impegno ferreo di non divulgazione.
    Ho pensato proprio a lui quando ho parlato per la prima volta con un editore a “doppio binario”.
    A inizio anno ho spedito un manoscritto a una ventina di editori, evitando accuratamente quelli a pagamento. Dopo solo due mesi mi ha chiamato il primo. Obnubilato dall’evento, non ho nemmeno pensato di aver avuto fortuna, ma che qualcuno avesse notato rapidamente la qualità della mia opera e non volesse perdermi.
    Avevano un bel sito, con ricche collane e anche autori stranieri. Su web sembravano parlarne bene tutti. Interviste, opinioni, commenti: tutti favorevoli. Erano anche inseriti in diverse liste di “editori non a pagamento”. Bravissimi e coraggiosi, sembravano il David del mercato editoriale italiano.
    Mi hanno proposto un contratto in esclusiva per dieci anni per opere presenti e future, cartacee e digitali e in tutte le lingue e paesi del mondo, in modo da giustificare il loro importante investimento nell’autore, stimato a circa 40/50’000 euro.
    En passant, mi hanno chiesto un piccolo contributo di tre o quattromila euro, non per stampare “come fanno tanti altri” (testuali parole), ma per partecipare all’investimento di lancio.
    Fin qui le mie vibrisse intorpidite dalla brama di raggiungere rapidamente i lettori non avevano ancora captato niente.
    Dopo le prime domande sui vincoli e le limitazioni imposte dal contratto, ho sentito il primo odore strano: il contratto era un segreto industriale!
    Lo potevo vedere solo al momento della firma nei loro uffici perché, senza averlo firmato, non ero ancora tenuto al segreto. Firmandolo m’impegnavo a non farlo vedere a nessuno.
    Il serpente che si divorava la coda ha fatto finalmente dilatare le mie narici e mi sono ricordato di colpo del mio amico broker. A proposito, non pensate che sia finito male. Fa sempre lo stesso lavoro, perfettamente legittimo. Non ha mai venduto niente che un cliente non gli avesse chiesto.

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    […] Chiedo i tuoi soldi, ma non dirlo a nessuno Writer’s Dream Fra 26 agosto 2013 […]

  • fpnb
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    ’paccottiglia’ , Giuliana, ‘paccottiglia’ non paccotaglia. Se mi citi fallo nelle dovute maniere, perdindirindina! – Scherzo, eh!
    Tornando a noi, sento di dover riprendere questo scambio dai punti più significativi, quelli cioè in cui mi è parso di ravvedere fronti convergenti. Mi è sembrato allora corretto porre in rilievo la necessità di comune canone d’analisi a cui far riferimento in prospettiva critica.

    Le questioni che poni sembrano dunque azzeccate “abbiamo davvero la necessità di un raffronto?” e ancora: “posto che una selezione debba aver luogo, a chi potrebbe essere affidata, se non a chi – per lavoro – pubblica libri?”

    Rispondere non è facile, tantomeno in spazi ristretti, non volermene allora, se la mia replica non dovesse rispettare i consueti limiti della buona creanza:

    c) – Sì, a monte deve sempre esserci una ricerca di qualità.
    In primo luogo, deve affermarsi la volontà di superare la logica arbitraria cioè la inattendibilità del giudizio personale, generalmente riconducibile a fattori cangianti e perciò distanti dalla versione obiettiva degli elementi.
    La prerogativa qualitativa comporta anzitutto la condivisione di una serie di parametri coerenti col giudizio finale dell’opera. Non basta insomma appellarsi ad un gusto specifico, sebbene sottoscritto da firme altisonanti, ma occorre specificare i motivi della scelta, facendoli collimare con criteri precedentemente ritenuti efficaci e proprio per questo considerati super partes. Mi piacerebbe sottoporti il parere di Lorenzo Renzi, spero di avere occasione di farlo più avanti.

  • Manuela
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    Io mi rivolgo a chi difende l’editoria a pagamento, anche semplicemente quella che mi chiede due euro per pubblicare: nel post principale (quello di Frà) è stato alzato un quesito, cioè ci si chiede come mai se l’editoria a pagamento sia lecita allora le case editrici temano le conseguenze del dire in giro che loro chiedono soldi. Dato che A ME è successo di sentirmi minacciare di spionaggio industriale solo per aver chiesto consigli su internet e per aver detto che mi è stato chiesto di versare duecento euro, cifra quindi abbastanza contenuta, credo di potermi chiedere il motivo per cui si teme tanto la fuga di notizie. Che danno d’immagine ci sarebbe se si sapesse che la casa editrice è a pagamento? A casa mia chi ha paura di dire la verità è perché o ha la coscienza sporca oppure ce l’ha pulita ma sa benissimo che quel che fa non è moralmente accettabile.

  • fpnb
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    Purtroppo rilevo nei corretti giudizi di @Giuliana, la naturale riverenza ai paradigmi fuorvianti di un processo induttivo dovuto ai modelli ed alla cultura dominante di cui ci cibiamo quasi inconsapevolmente in tutte le ore del giorno.
    Già, oramai il continuo martellamento informatico ci sta tartassando al punto da farci metabolizzare equazioni del tutto sconnesse col più semplice dei ragionamenti. Non te ne faccio una colpa Giuliana, non fraintendermi e mai mi permetterei di farlo, visto che le tue costruzioni sono linearmente sovrapponibili a quelle di ben noti cattedratici e dei soliti quattro onnipresenti intellettuali della parola. Se ci pensi è proprio questo oceanica dimensione delle proposte a determinare il gradiente economico della produzione letteraria, a determinare la esclusività e il valore specifico del prodotto pregiato, quello cioè caratterizzato da talento. Io aggiungerei che il talento si forma e germoglia anche in virtù (e non solo) di questo fermento di idee, proposte, aspettative e passionalità, a prescindere che poi, i risultati effettivi si cristallizzino in una spropositata massa di materiale del tutto superflua ai fini commerciali. Per farmi comprendere proverò ad usare il paradosso del minatore.

    In modo analogo l’impresa mineraria deve scartare migliaia di tonnellate di materiale ‘inerte’ prima di giungere alla vena aurifera. Se questa fosse comodamente disponibile il costo dell’oro verrebbe sensiblmnt deprezzato. Accludo questa breve premessa per dire che questi ‘indisponenti’, ‘presuntuosi’, ‘saccenti’ e, per fortuna, insaziabili e prodighi aspiranti scrittori rappresentano in fondo il vero e unico carburante per far quotare il prezzo della letteratura e dell’arte in genere. Ben vengano dunque … Non trovi? Tuttavia precedentemente ho affermato, sicuro di non auto-smentirmi, che non nutro fiducia per “il – cosiddetto – popolo degli Asp scrittori.”
    Perché non c’è contraddizione?
    In realtà non nutro fiducia nelle loro facoltà organizzative, per i motivi di cui s’è detto, ma mi auguro che la possibilità di una forte selezione si presenti sempre laddove si maneggia materiale artistico che, come vuole una attenta filosofia scientifica, comporta sempre una fitta rete di connessioni e condizionamenti. L’arte insomma, in quanto tale, non può ignorare il copioso flusso di individui che ad essa, seppur presuntuosamente, si avvicinano e, talvolta, si immolano. L’arte e chi ne usufruisce, in tutti i sensi, non appartengono a mondi impermeabili, ma interagenti fra loro.
    Il problema degli Editori è che vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Non si rendono conto di non saper maneggiare la materia grezza, di non saper operare criteri selettivi ed allora – forse più convinti di te sulla impraticabilità di eventuali soluzioni – sfruttano le loro inclinazioni predatorie a mascheramento di un deficit di competenza assoluto, indelebile e indiscutibile. In sostanza è come se i maggiori detentori dei diritti di sfruttamento minerario del pianeta si mettessero d’accordo per vendere un metallo vile come oro vero e proprio, che in pratica non riescono ad estrarre facendo rientrare i conti. Essi (gli editori) ribassano il prezzo della qualità che non riescono a selezionare (estrarre), arrogandosi il diritto di giudizio e relegando lo stesso a mero espediente interpretativo. Provo a spiegarmi diversamente: in sostanza costoro si ritengono (con la collaborazione e la sfacciata compiacenza dei mezzi mediatici) i migliori esperti per valutare la materia, poi però commercializzano paccottiglia; come ci insegna l’intramontabile Palazzeschi, “non fanno che vender fumo per arrosto”. I conti alla fine non tornano ed allora fenomeni della EAP ( a cui non sono immuni nemmeno le grandi catene editoriali ) diventano l’unica strategia perseguibile per limitare i danni . Ve l’immaginate il Signor De Beer (quello dei diamanti sudafricani) che ci piazza un insignificante pezzo di quarzo al costo esorbitante di uno zaffiro? E ai nostri legittimi dubbi rispondesse che il valore/prezzo del biossido di silicio lo può decidere solo lui perché è la più grande autorità interplanetaria e quindi il suo parere varrà ben quello di un povero manipolo di scemi. Il signor De Beers, tuttavia al contrario dei nostri signorotti spocchiosi dell’impresa ‘sub-editoriale’, sa bene che in breve il suo inganno lo porterebbe alla rovina e alla rovina del mercato e si guarda bene dal maledire le montagne di trachite o di basalto del Kimberley, che ostacolano la sua corsa alle meraviglie del sottosuolo. Ecco, ora credo il concetto sia più chiaro

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      Mi piace il tuo ragionamento, per certi versi fila proprio liscio. Aggiungo però alcune riflessioni.

      Vero che la mediocrità della maggior parte delle proposte letterarie che arriva agli editori accresce il valore di quelle valide, ma a questo punto, stabiliti ormai da decenni i requisiti che qualificano come buono un testo, abbiamo davvero ancora la necessità di un raffronto?
      Pensi che prendendo in mano il libro di un ottimo autore avresti la necessità d compararlo a quello di uno pessimo per essere sicuro della tua prima impressione? Non credo. Non più. E così (teoricamente) gli editori.

      Inoltre, per quanto competenti o meno possano essere questi ultimi, non c’è dubbio che la necessità di una prima selezione vi sia. Se non ci fosse, il mercato sarebbe invaso da una marea di opere illeggibili, più di quanto non sia già.
      Proprio quello che capita con le case editrici a pagamento che non vagliano il materiale loro inviato, ma lo pubblicano a prescindere, così com’è. Ho appena finito di leggere le prime righe di un libro autopubblicato e ti giuro che mi veniva da piangere. Cito solo: “…si chiedevano chi GLI avesse svegliati”.
      Ti risparmio il resto, e lo risparmio anche a me.

      Dunque, posto che una selezione debba aver luogo, a chi potrebbe essere affidata, se non a chi per lavoro pubblica libri? Al lettore, che è ancora meno competente a giudicare dalle classifiche di vendita? All’autore, che a quanto pare non è in grado di valutare in modo obiettivo il proprio lavoro? A chi fa tutt’altro mestiere?

      E poi alla fin fine, se ci pensi, è soprattutto colpa del lettore. Che ingurgita libri mediocri e li definisce buoni, incitando gli editori a produrre altra paccottaglia, come la chiami tu. Se lo scopo dell’editore è vendere e il lettore compra la paccottaglia a prezzo d’oro, apprezzandola e chiedendone dell’altra, perché mai l’editore dovrebbe perdere tempo a cercare e vendere l’oro?

      Quando il lettore inizierà a reclamare dei buoni libri, l’editore si vedrà costretto a darglieli, o per lo meno a dargliene di più.
      Quando il lettore smetterà di acquistare la paccottaglia, l’editore smetterà di produrla, o per lo meno inizierà a produrne meno.
      Quando il lettore smetterà di acquistare libri pubblicati da case editrici a pagamento, l’autore smetterà di autopubblicarsi e tornerà all’edtoria tradizionale.

      Ma il lettore tace, e l’editore lo segue a ruota.

  • fpnb
    Reply

    Bella e complessa analisi. Merita un replica adeguata perciò mi prendo qualche giorno di tempo perché al momento ho qualche problemino di connessione.

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    […] Writer’s Dream. Per chi vorrebbe diventare scrittore, credo sia il posto virtuale giusto da […]

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    Secondo me, il problema è addirittura a monte e in questo senso non è risolvibile.
    Il problema sono le 700.000 persone che ogni anno inviano il proprio manoscritto alle case editrici.
    A prescindere da quelle che vengono arbitrariamente pubblicate, non c’è dubbio che – statisticamente parlando – buona parte dei lavori inviati non sia degna di pubblicazione. Per il semplice motivo che pochi nascono scrittori, dove con il termine scrittore si intende un individuo competente, preparato, assolutamente impeccabile nel suo mestiere e in grado di produrre contenuti di alto valore per il pubblico di lettori.

    A questo punto, la domanda che mi sorge spontanea è: possibile che di queste 700.000 persone nessuna si accorga della propria mediocrità? Possibile che non si sia in grado di riflettere con onestà e guardare in modo critico al proprio lavoro? Possibile che chi non sa scrivere bene non riesca ad essere un minimo obiettivo, quel tanto che basta per rendersi conto della cosa?

    Il fatto è che proporsi per la pubblicazione non è come candidarsi per un qualsiasi altro lavoro. Non viene richiesto un curriculum, dei requisiti specifici, delle esperienze pregresse. Si scrive, si stampa, si imbusta e si invia, oplà. Processo del tutto fuori controllo.
    Ora, le conseguenze di questo vanno senza dubbio a discapito di chi sa scrivere davvero e a discapito del pubblico di lettori:

    1) Le case editrici, sommerse di richieste, hanno meno tempo per vagliarle e spesso si lasciano sfuggire quelle che valgono. Se i manoscritti inviati fossero meno, ci sarebbe la possibilità di concentrarsi meglio sui pochi che arrivano.
    2) Le case editrici a pagamento hanno più campo d’azione, sia perché le altre case editrici non riescono ad assorbire la mole di richieste che arriva, sia perché per chi non sa scrivere – ma si mette in testa di saperlo fare – l’unico modo di pubblicare è quello di pagare di tasca propria.

    Così, chi ha talento fatica ad emergere poiché sommerso dalla massa di scribacchini, e chi legge si trova spesso in mano delle autentiche schifezze. Il paradosso è che spesso gli autori che valgono, ignorati dalle case editrici, si vedono costretti a pubblicare pagando, correndo il rischio di essere bollati a loro volta come scribacchini. Assurdo.

    Possibili soluzioni? Alcune ce ne sono, ma difficilmente verranno mai messe in atto visto che in gioco ci sono ipotetica fama, denaro e avidità. Allora, diciamo che in un mondo utopistico ci vorrebbero:

    1) Un minimo di senso critico in chi scrive, un briciolo di umiltà e buon senso. Io amo cantare e sono intonata, ma non mi presenterei mai a X-Factor. Perché mi rendo conto di saper cantare discretamente, ma di non raggiungere nemmeno lontanamente l’eccellenza. Lascio il posto e la possibilità a chi davvero vale. Lo stesso dovrebbe fare chi scrive se si rende conto di non essere all’altezza. Può sempre continuare a scrivere per hobby, io canto sempre sotto la doccia 😉

    2) Le case editrici a pagamento (supponendo che anche nel mondo utopistico continuassero ad esistere) dovrebbero, al pari delle altre, vagliare con cura la materia che arriva loro. Pubblicando solo gli autori che valgono, a prescindere dal fatto che paghino o meno.

    3) Bisognerebbe contrassegnare i libri pubblicati a pagamento, affinché il lettore possa distinguerli da quelli pubblicati per vie tradizionali. Questo, però, andrebbe a discapito dell’autore di talento che ha dovuto pagare a proprie spese poiché ignorato dalle case editrici cui ha inviato il proprio manoscritto. Con il rischio di perdere per strada delle piccole gemme letterarie.

    4) Ci vorrebbero dei metodi di selezione impostati in modo differente. Ad esempio, un manoscritto inviato ad una casa editrice dovrebbe passare tra le mani di più persone. Perché scartare un libro potenzialmente valido solo in base ai gusti di un singolo individuo è pur sempre un rischio, ne è testimone il fatto che tanti capolavori siano stati rifiutati da più case editrici prima di trovare la pubblicazione.

    5) Sono i lettori a decidere ciò che si pubblica, alla fin fine. Perciò, se escono copie su copie di libri mediocri fatti con lo stampino è perché il pubblico li compra e li legge, purtroppo. Bisognerebbe trovare modo di arginare il problema, educando meglio i lettori e confidando sul fatto che le case editrici scartino le brutte copie di libri sulla cresta dell’onda. Ma anche qui c’è in ballo il denaro, dunque…

    Il problema vero è sempre quello, il denaro. Il fatto che tutto ruoti in sua funzione.
    Questo dà meno spazio all’arte, alla passione, alla bellezza dell’opera in sé e al piacere di leggere un libro che valga la pena. Ahimé.

  • fpnb
    Reply

    Gentile Camus, nel tuo epilogo sembri affermare con fatalistica sobrietà: se c’è chi specula sulla mia pelle lasciamolo fare, poiché non c’è alternativa alle dinamiche della vita.
    Personalmente ritengo che la vita, come fattore biologico e umano, debba esser affrontata e che quindi dovremmo manifestare (sempre) una forma di reazione costruttiva ad un’azione di senso contrario. Dico ciò per accludere un fondamento fisico ad un’astrazione di matrice altrimenti strettamnt filosofica. Non v’è alternativa dunque: tocca a noi capire! ma anche darci da fare, immaginare, operare soluzioni. In realtà condivido il tuo pessimismo sul ‘popolo degli aspiranti scrittori (che non produce soluzioni definitive, ma predilige le chiacchiere. – Felice di ricredermi cmnq) e condivido perfino il proposito di ‘sostenere il proprio team’. Dico però che siffatta collaborazione, a questo punto, potrebbe cavalcare i tempi e decidersi a sfruttare* il potenziale della rete.

    * Per ‘sfruttare’ intendo dire anche ‘analizzare’ ovvero conoscere gli inghippi.

    Son qui – e veniamo al dunque – per estendere una proposta che si articolerebbe prioritariamente su alcune fasi. La prima delle quali comporterebbe, rispetto ad un’opera letteraria, l’individuazione e la condivisione di una serie elementi che mi piacerebbe chiamare ‘criteri qualitativi’. Questa semplice istanza imporrebbe ad ogni buon conto l’esigenza di una discussione precisa che tuttavia, a quanto mi risulta, l’ambiente della rete non sembra voler incoraggiare. Tu e gli altri gentili interlocutori, ad esempio, come affrontereste questo dibattito? Ritieni/ritenete che il web, per quelle che sono le sue potenzialità, si presti a un tale confronto?
    Se qualcuno fosse convinto tuttavia di aver già veduto o affrontato altrove simili contenuti lo esorterei ad indicarmi con precisione i relativi link , ne terrò conto; in seguito, se la cosa risultasse gradita, potremmo risentirci su queste accoglienti frequenze per un approfondimento, ringraziando anticipatamente chi ci offre accoglienza

  • Camus
    Reply

    Scrivere è e non è .

    Per ognuno di noi può assumere un significato ed un valore differente… questo preambolo filosofico solo per dire,

    Non credo nel “Popolo degli aspiranti scrittori” come non negando assolutamente l’importanza del sano confronto e interazione tra mestieranti di ogni settore,non credo nella bontà di nessun assemblaggio o corporazione nel mondo dell’arte,se non nella forma di scambio prettamente culturale e di influenze artistiche.

    Gli scrittori … che per me non sono un popolo ne una fra tria di ogni sorta …potrebbero e dovrebbero far tesoro del buon lavoro di questo sito,di questa community tenendo ben a mente quello che succede nel mondo lavorativo.

    In ogni settore c’è gente disonesta,speculatori dei sogni e delle ambizioni altrui, affabulatori più o meno abili etc… banalmente possiamo dire “questa è la vita”

    Sta a noi,nel caso concreto… capire quando si specula sul lavoro altrui e quando invece si sogna e si ambisce insieme alla realizzazione professionale propria e del “proprio team” ed in quel caso, penso che sia più che lecito aiutarsi e sostenersi a vicenda.

    Camus

  • fpnb
    Reply

    Tranquilla, qui non si fanno processi. Personalmente mi chiedo se il popolo degli aspiranti scrittori si ponga seriamente i problemi di cui si è detto. Ognuno sembra concentrato sui propri scopi, infischiandosene degli altri, di maturare all’interno di un contesto, ignorando che solo entro un progetto comune si potrà conseguire uno scopo. Le altre sono solo favole messe in giro per foraggiare un ambiente favorevole alla speculazione (non mi addentro nella retorica del ‘sogno nel cassetto’ o in quella, ancor più demagogica del ‘talento che trova sempre la sua strada, cioè che viene sempre a ‘galla’, come le feci ) . Quale miglior pollo si presta dunque ad essere spennato se non quello solo e sicuro di sé, baldanzoso e tronfio della sua cresta? Ed è giusto pertanto che finisca dove si merita: in pentola. Manca insomma uno slancio autentico che induca all’aggregazione spontanea a bilanciamento di un dispositivo ineludibile ancorato alla logica dei consorzi del profitto, quelli sì ben coordinati fra loro. Tuttavia se non si risolvono determinati nodi il problema per gli aspiranti scrittori non sarà quello (egoistico) di raggiungere i vertici dell’elite intellettuale ma più urgentemnt di trovare in giro qualcosa di buono da leggere.
    Operare a favore di una prospettiva condivisa, lo ribadisco, farebbe bene anche alle casse dell’impresa e limiterebbe i casi di sfruttamento che non si esauriscono certo nel fenomeno invasivo della pubblicazione a pagamento.

    Al contrario di quanto sembra non sono personalmente contrario a certe manifestazioni, anzi le considero un effetto fisiologico, una costante di sistema che si viene a creare ovunque manchi una capacità collettiva di elaborazione critica dei problemi.

  • Hannah
    Reply

    Dunque, inizio premettendo di aver pubblicato una silloge a pagamento. Non menzionerò la casa editrice.
    é vero come ha detto qualcuno, che da parte di chi fa parte dell’ambiente qualcuno potrà “prendemi in giro”, commentare, usare brutte parole ed espressioni riguardo questa scelta, prima o poi.

    Ma il punto è: è una scelta. A volte gli scrittori non pubblicano a pagamento perché hanno paura di non essere pubblicati altrimenti.
    Personalmente, avevo a suo tempo ricevuto altre proposte, che però chiedevano di modificare il testo, badare bene, non migliorarlo – dunque proponendo critiche costruttive, ma semplicemente, aggiungere o togliere poesie, per il semplice fatto che si cercava uno specifico numero di versi, pagine, o per motivi editoriali.

    Ora, non critico queste richieste, ma l’opera che proponeva per me, aveva solo senso intera, senza elisioni od aggiunte, e fra piegare le mie idee, e piegare il mio portafoglio, ho preferito la seconda opzione.

    Non so se col senno di poi lo rifarei. Ma a suo tempo, è stata una scelta ponderata.

    Tutto ciò per dire, per favore, condannate le case, i loro comportamenti quando ingiusti, non gli autori..

  • fabio painnet blade
    Reply

    @feleset ” se uno deve pagare per farsi leggere”

    Il problema è che paghi e basta. Per ‘farti leggere’, come dici, è necessario proporre ad una impresa che si avvale di una forte distribuzione e possibilità di promozione. Se riprendi i dati che ti ho fornito (e quelli di cui parla Eco) e svolgi un facile calcolo probabilmente ti passerà la voglia di inviare la tua opera. Semmai non demordessi , bè, preparati ad un’attesa di centoventi.centoventicinque anni.
    Ribadisco le mie domande perché non mi sembra sia chiaro il concetto: Senza una criterialità selettiva (logica per vagliare 700.000 domande annue) non si può pensare ad una graduatoria di merito.

  • Reply

    Questa di chiedere soldi imponendo il silenzio mi mancava, si potrebbe fare una lista infinita di metodi con cui gli EAP propongono contratti “originali”.

    Per quanto riguarda la questione dei 2 euro o 10.000, dal mio punto di vista cambia ben poco. Se uno deve pagare per farsi leggere, alla fine quanti soldi spende? A meno che non mandi a un editore solo, cosa di solito controproducente, se tutti gli editori chiedessero 10 euro alla fine della fiera si arriverebbe sempre allo stesso risultato: chi paga pubblica, chi non paga non pubblica.

    Scusate, ma io voglio essere pubblicata per come scrivo, non per il mio conto in banca.

  • fabio painnet blade
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    @francesco

    Carissimo conterraneo, le tue parole denotano una invidiabile freschezza anagrafica perché dalle nostre parti il mese d’Agosto è stato, in un passato a te forse ignoto, ben più caliginoso e rovente dell’attuale. Probabilmente non eri ancora nato nell’anno di grazia in cui si festeggiavano le gloriose pedate della celebrata ditta Paolo Rossi & soci, con un bel tuffo nelle acque del Poetto già consacrate alla magnificenza imperitura de dio pagano Giggirriva. Allo scoccar della mezzanotte di quel famoso Giugno82 il termometro toccava i 38-40 gradi centigradi. Forse però un’altra estate, quella del 2003 te la ricorderai meglio, se non altro perché durò almeno cinque mesi. Ma veniamo a noi.
    ho letto con interesse il tuo post che vorrei completare con dei dati che alla fine risolveranno molti dubbi.
    In Italia si pubblicano circa settantamila titoli l’anno. Con un calcolo facile facile possiamo tranquillamente ipotizzare che nello stesso tempo sia stato inviato alle case editrici un numero di manoscritti almeno dieci volte superiore. Il problema è presto detto:. come venire a capo di un tale, oceanica quantità di proposte?. Arruolare un numero di valutatori (editor) adeguato al numero in questione, a conti fatti, ridurrebbe sul lastrico le finanze di qualsivoglia impresa editoriale che voglia continuare a chiamarsi tale. Ed allora come fare per far quadrare i conti?
    Umberto Eco dice la sua in questa nota missiva ma in realtà aggira da maestro il vero problema, quello della carenza di teste competenti al posto giusto, di editor preparati perché in possesso di una criterialità efficace e condivisibile con cui stanare il talento più puro; il settore paga dunque la mancanza di individui dotati nelle stanze dei bottoni (editori) che innanzitutto capiscano il significato intrinseco della parola valutazione. Bada, il problema è ben più serio di quel che sembra e riguarda una questione culturale che attanaglia tutti i settori della nostra società, a tutti i livelli, non solo quello strettamente letterario e artistico.
    Non dobbiamo però pensare che non esistano soluzioni. Far credere che la valutazione di una qualsivoglia opera non risponda a criteri comparativi efficaci è un vecchio trucco in virtù del ben noto teorema secondo cui laddove non esista una criterialità di metodo condivisa si debba ricorrere all’ insindacabile giudizio dell’autorità. Posso capire che vecchi barbagianni come U. Eco sguazzino felici in un ambiente sottomesso a tali imprescindibili valori, però è venuto il momento di aprire gli occhi e passare da una fase analitica ad una operativa in cui si producano soluzioni al posto delle solite chiacchiere, per quanto lecite e interessanti possano essere.
    Il web non ha ancora superato la prima delle due fasi citate, tuttavia, affinché questo necessario processo di emancipazione prenda inizio, occorre un minimo di impegno da parte di tutti.
    Che mi diresti in proposito? Hai pensato di soffermarti sui criteri della giuria quando senti parlare di un concorso letterario? Sapresti formulare delle proposte differenti da quelle più in voga nei circoli letterari ufficiali (o ufficializzati)? Nelle opere d’arte propriamente dette credi vi siano elementi invariabili sottoponibili ad analisi comparativa? Ritieni che persone qualificate come intellettuali abbiano il diritto di imporre il loro ‘de gustibus’ su quello di tutti gli altri?
    Vale il loro ‘gusto’ o il loro metodo?, in altri termini nella promozione di un’opera fanno valere la loro autorità o la loro competenza? Nel secondo caso avrebbero già fornito una serie di indicazioni utili (o quantomeno le avrebbero sapute applicare) per restituire la letteratura alla gente comune e rifocillare le finanze dei loro frastornati committenti. Servisse solo il buon gusto a riportare profitti e credibilità nelle casse dell’editoria potremmo anche farcene una ragione.

  • Fra
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    Rispetto la sua posizione, sebbene non ne condivida delle affermazioni, Blanche. L’editoria a pagamento è quell’editoria che chiede soldi per pubblicare. Pratica lecita che uno può ammettere moralmente o meno. Che siano contributi simbolici o invece cospicui, come lei differenzia, non cambia la questione. Il problema a monte da lei citato lo conosciamo tutti e ne possiamo anche parlare con un articolo apposito, ma far pagare gli autori per farli lavorare, non è assolutamente una soluzione che risolva il problema, il quale è piuttosto semplice da afferrare: poco o molto che sia, un editore che chiede soldi per pubblicare alla’autore, è il primo che in quel progetto editoriale di quel dato libro, non ci crede. Sennò si accollerebbe il rischio d’impresa, d’altronde accollarselo è il suo specifico dovere aziendale. Il mio da scrittore è di essere retribuito per il mio lavoro (=scrivere). E in secundis, crisi o non crisi: se non ho le risorse economiche per fare editoria, non ne faccio, non pretendo di farne facendomi pagare da chi come azienda dovrei pagare io. Fosse anche per soli 2 euro.
    Infine, il dramma è proprio il non credere in quel progetto: anche io ho letto dei libri magnificamente pompati a livello di marketing che non valevano nulla, ne ho letti molti di editori free che invece erano di capolavori. Ne ho letto anche tanti dove si notava chiaramente quando l’editore (con due cent o tremila euro, non fa alcuna differenza) non credeva in quel progetto, senza nemmeno consultare le liste se per questo. Tutto ciò per farle capire che dal mio punto di vista, se l’editore non crede in te e ti fa pagare, il risultato finale rimarrà comunque scadente. E le parlo da lettore che non si atteggia a esperto, ma che quel migliaio di libri per poter discriminare il bello dal non bello se li è letti. Buona giornata.

  • Blanche
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    Non condivido che due euro o 1000 sia sempre editoria a pagamento: la differenza c’è ed è sostanziale, oltre che economica. Per esempio, potrà essere sgradevole (e comunque non è obbligatorio inviare) pagare una somma irrisoria per far leggere il proprio manoscritto, ma lo trovo uno stratagemma abbastanza innocuo per chi magari impiega molto tempo nella valutazione. Con quei dieci euro non ti ci paghi la pubblicazione e trovo assurdo che si assimili questa prassi, opinabile quanto si vuole, con quella dell’editoria a pagamento.

    Questione morale: per me non esiste. Entro i limiti della legge e del rispetto del prossimo, ognuno fa cosa vuole del proprio tempo e dei propri soldi. leggo continuamente libri orrendi, pubblicati da grandi case editrici e piccoli testi, qualche volta anche pubblicati a pagamento (perché, anche in questo caso, andrebbero analizzati i lavori di tutte le CE, una definizione gnerica è buona solo per capirsi), dignitosi e ben curati.

    Dunque, a mio avviso il problema è a monte: non esistono i buoni e i cattivi, i paladini della morale e gli immorali, esiste una paese culturalmente imbarbarito, in un modo che fa tremare i polsi, corrotto, clientelare e nepotista.
    Quando l’editoria diventerà davvero meritocratica, se mai accadrà, se ne potrà riparlare, altrimenti mi sembra solo che qualcuno si erga a giudice indiscusso e indiscutibile di qualcun altro sulla base della “morale”, parola che, come detto, rifuggo assai perché spesso confinante con “moralista”.

    Detto ciò, personalmente non pagherei per pubblicare perché non ho soldi e perché trovo sia una scorciatoia. E le scorciatoie portano soddisfazioni solo a chi non sa guardarsi (sé, non gli altri) con onestà.

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      infatti… non si capisce perchè tutto questo spreco di energie accusatorie contro i poveri e patetici pesciolini quando il vero problema sono gli squali dell’editoria tradizionale contro la quale andrebbe davvero indirizzata la denuncia e il rifiuto totale della sua logica perversa

  • Samuele
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    bravo, bravo, bravo.
    aggiungerei una cosa spesso dimenticata dagli aspiranti scrittori: scrivere prima ed essere pubblicati poi è una questione di infinita pazienza.
    Non bruciatevi, non accettate il primo contratto con entusiasmo, capite se è veramente quello che volete.
    Anche perché, una volta che la parola è sul web o su carta con il vostro nome, ci rimarrà per sempre, e sarà un pretesto per accusarvi-prendervi in giro o un motivo di merito.
    Pensate mille volte a quello che scrivete e pubblicate, che sia un libro, un articolo, un tweet o un commento.

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    Io dico che sono scelte editoriali che vanno prese fino in fondo. Hai deciso di pubblicare a pagamento? Non sfruttare l’effetto “brutta sorpresa”. Dillo. Che ce vo’. Hai paura di perdere autori? Tranquillo, c’è sempre chi è disposto a pagare. Non prendere in giro però: fai il preventivo, offri il tuo servizio. Non spacciarti per editore come Garzanti e Feltrinelli. A quel livello non arriverai mai.

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