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Recensione: Ultimo Orizzonte


Una città minacciata dal mare, una dea assetata di sangue e il destino di tutti nelle mani di un uomo che non vuole accettare nemmeno il suo.

Benvenuti a Spéza, dove il confine tra la vita e la morte è lamuagia, l’imponente muraglione che impedisce alle acque di inghiottire la città. Dove le barche attraccano ai balconi dei palazzi semisommersi e tutto ciò che resta del Mondo di Prima sono lamiere arrugginite e relitti incrostati. Dove un’antica e terribile divinità si è risvegliata da un sonno durato secoli e ora vuole la sua vendetta: l’unico in grado di fermarla è l’ultimo deimassacàn, i custodi della muagia.

Bettole galleggianti, riti proibiti, tesori sommersi, leggende dimenticate: benvenuti a Spéza, non la scorderete tanto facilmente.

UltimoOrizzonteTitolo: Ultimo orizzonte
Autore: Valentina Coscia
Editore: WePub
N. Pagine: 177 (Adobe Digital Editions)
Prezzo: 2,99€ – Sul sito dell’editore

Ultimo Orizzonte è stata una lettura interessante, seppur non esente da difetti. Ma andiamo con ordine. Parliamo di un fantasy italiano. E già qui è importante chiarire il significato della frase. ‘Fantasy italiano’ è un accostamento di parole con cui identifico una serie di pubblicazioni mediocri – se non pessime –, caratterizzate da trame banali e insulse, personaggi inconsistenti e stereotipati, totale mancanza di documentazione e di serietà nell’approccio a un genere che, in Italia, è considerato poco più di una lettura per bambini.

Ultimo Orizzonte è una ventata d’aria fresca, che profuma di mare. Tenendo presente quanto detto prima, è un fantasy italiano atipico. La sua trama è originale, i personaggi sono interessanti, la documentazione è approfondita e la serietà dell’approccio è palpabile.

Procediamo con la trama. Artibano è un massacàn, colui che si occupa della manutenzione della muagia, il grande muro che impedisce all’acqua di sommergere quanto rimane di Spéza, la città in riva al mare che non è altro che quanto rimane di Spezia. Ci troviamo infatti in un futuro distopico, dove la sopravvivenza della civiltà è stata messa a dura prova dall’innalzamento del livello delle acque, in un post-apocalittico che richiama alla memoria Waterworld. Ma Artibano non è Kevin Costner che lotta in un mondo ostile non solo per la scomparsa della terra, ma anche per via della sua diversità di mutante. Artibano è un uomo comune, rimasto ormai solo a occuparsi del gravoso compito di mantenere sicuro l’unico baluardo che protegge Spéza. Ma qualcosa di terribile si risveglia, nelle profondità del mare. Un’antica divinità assetata di sangue, che si nutre dei corpi inermi dei bambini della città, e che solo il potere sopito del massacàn può arginare.

La struttura del racconto è articolata in capitoli, dove la storia viene narrata dai punti di vista di vari personaggi: Artibano (che è l’unico a narrare in prima persona), i sommozzatori Giobatta e Rafé, il sinistro Vicario. La struttura regge a dovere, e la storia procede descritta con uno stile fluido, infarcito di termini dialettali che contribuiscono a creare l’ambientazione caratteristica di questo libro.
Devo dire una cosa: la magia di questo universo distopico è strana. Non parliamo di veri e propri incantesimi, ma di riti religiosi. E c’è una gran differenza. La magia del mondo ideato da Valentina Coscia si regge su un pantheon di divinità legato al mondo greco-romano e a quello che l’ha preceduto. In verità, è più corretto dire che la scrittrice ha attinto da vari pantheon, ma tutti collegati al mondo che conosce meglio, la sua Liguria. Così, Artibano sarà assistito nella sua lotta da un santo cristiano, un dio degli antichi liguri e nientemeno che Venere. Una strana combriccola, vero? In effetti, la componente fantastica non è esattamente il forte di questo libro. Più volte mi sono trovato perplesso, confuso, smarrito, di fronte alle scelte della scrittrice. Devo ammettere che ho preferito di gran lunga le parti dove le divinità non avevano voce in capitolo. Il climax è roboante, barocco, e non gestito al meglio, a giudizio di chi scrive. Due pagine sono troppo poche per descrivere un combattimento tanto spettacolare, e il risultato è un insieme di frasi talmente sbrigative che tutto il bello viene sacrificato.
A volte, i personaggi hanno difficoltà a maturare. Artibano e Rafé, nonostante affrontino insieme la maggior parte delle disavventure, non raggiungono mai una piena amicizia, benché le prove superate avrebbero dovuto giustificare una certa empatia. Continuano a insultarsi a vicenda, diffidando l’uno dell’altro, anche se magari si sono appena salvati la vita a vicenda o sono sopravvissuti a situazioni rischiose. D’altro canto, alcuni personaggi secondari sono favolosi. Penso ad Angiolo, Giobatta, Catò e persino al nonno di Artibano, figura evanescente che fa sentire il proprio peso per tutta la storia pur non apparendo mai.

Ultimo Orizzonte è un buon libro. È anche un buon fantasy? Di sicuro è interessante. E originale. È più di quanto si possa dire delle varie Troisi e Strazzulla in giro per la penisola.

Recensione a cura di Spora, alias Lorenzo.
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